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sabato 2 maggio 2020

«Non isoliamo ancor di più i bambini autistici. Chiedo una mano dalle Istituzioni» L'appello della dott.ssa M. Berardinetti

La dott.ssa Mariana Berardinetti
Il titolo è il messaggio esplicito che la dott.ssa Mariana Berardinetti, Esperta nella gestione del comportamento nei Disturbi dello Spettro Autistico e nei Disturbi Oppositivi Provocatori, rivolge alle Istituzioni. Una missiva lanciata a sindaci e assessori alle politiche sociali dei comuni d’Italia che dovrebbero essere sensibili a una condizione che affligge migliaia di bambini e famiglie comprese. 

Il documento è stato scritto come invito a chi ha mezzi e strumenti per cercare di non tenere nell’ulteriore isolamento totale i bambini autistici. Un problema che in questo momento di emergenza pandemica per Covid-19 sta affliggendo ancor di più chi è portatore di questa condizione. Difatti, in questi giorni commissioni varie in materia si dovranno riunire per stabilire le procedure e i progetti da attuare nei confronti delle disabilità. Qual miglior momento per affrontare il problema esposto e restituire a questi ragazzi e alle loro famiglie serenità.

La dott. Mariana Berardinetti, che lavora a Pisa ma è originaria di Monte Sant’Angelo (FG), Educatrice professionale socio-pedagogica ed Esperta in psicopatologie dell' età evolutiva, oltre che Tecnico del comportamento e Counselor, lo scorso 28 settembre, a Monte Sant’Angelo, presentò un suo libro “Guardare oltre lo Spettro…”, un incontro organizzato dall'associazione MontecreativA, dove affrontò il problema dell'autismo infantile, dell'inclusione scolastica e dell’empatia. «Ho scritto questo libro –commentò la dott. M. Berardinetti- per parlare della condizione autistica, sensibilizzare, in questo caso, docenti e insegnanti sulla neurodiversità. Una condizione vista come una ricchezza e non come una disabilità».

Ecco il documento della dott.ssa Mariana Berardinetti
scaricabile in pdf Cliccando Qui

Non isoliamo ancor di più i bambini autistici
La pandemia ha portato all’aumento dell’ isolamento sociale soprattutto per le persone con disabilità o per chi ha un familiare disabile. Si sta parlando tanto di “fase 2” ma, mi interrogo , oltre a rivolgere il pensiero alle aziende, le Istituzioni stanno pensando a provvedimenti che prevedano la ripresa dell’assistenza domiciliare, la riapertura dei centri diurni e un percorso di accompagnamento per i più fragili?

Ormai sono trascorsi circa due mesi dalle interruzioni dei servizi di assistenza per l’emergenza Coronavirus e potremmo dire che l’isolamento ha sottolineato il suo “potenziale effetto drammatico”, o come direbbe una mamma di un Bimbo Autistico ha mostrato agli occhi di tutti la vita che, ragazzi/e con Autismo/disabilità di ogni genere e famiglie affrontano da sempre.

Il Covid19 ha svelato a tutti cosa significa essere “Invisibili”.

HO SCELTO, in questo periodo di Pandemia Di ABBATTERE L’INDIFFERENZA con la necessità di provvedere, , a supportare le famiglie, gratuitamente, nella maggior parte dei casi lasciate completamente sole.

La fase 2 è INIZIATA e ci rassicura con le parole chiavi mascherine, guanti e distanze, ovviamente sono strumenti validi per il contenimento del contagio e per favorire la “convivenza ” civile e sociale con il virus, in attesa che venga individuato un percorso sanitario di immunizzazione o cura. Le famiglie hanno paura di far entrare operatori nelle proprie case e i bambini e i ragazzi non accettano facilmente i dispositivi di protezione individuale. Terapisti e genitori stanno cercando di introdurre gradualmente i DPI ai bambini/ragazzi/giovani adulti con autismo o disabilità, solo che per alcuni, l'utilizzo di guanti e mascherine rappresenta una difficoltà nella difficoltà, e come nel caso di disabilità sensoriali esempio bambini sordi addirittura limita le capacità comunicative e relazionali.

Trovarsi davanti ad un uomo o una donna che indossano la mascherina può destare timore nella persona con Autismo, demenza, disabilità cognitiva/sensoriale. Inoltre, le persone con demenza possono rifiutare l’aiuto degli operatori o familiari che indossano i dispositivi di protezione per il semplice fatto che non li riconoscono.

E’ dunque fondamentale non agire solo con il desiderio di ripartire ma combinare le nuove misure con la co - progettazione dei servizi assistenziali ascoltando prima di tutto i diretti interessati (approccio bottom-up), al fine di garantire ad ogni singolo cittadino con disabilità pari opportunità rispetto ai cittadini senza disabilità. Mai come in questo momento occorre una profonda e rivalutazione dei modelli assistenziali, riabilitativi e di comunicazione.

Le misure che tutti noi possiamo adottare per sostenere le famiglie dei disabili devono basarsi sul sostegno e questo è di fondamentale importanza per evitare che le famiglie si sentano ancora più sole. Tutti noi al di là delle competenze professionali potremmo sostenere le famiglie,

consegnando al bambino o al ragazzo con Autismo o Disabilità esperienze significative, in un rapporto sereno con le persone che gli sono accanto e con l’ambiente in cui è inserito. La relazionalità è alla base di ogni intervento e di ogni proposta esistenziale vissuta.

I comuni potrebbero organizzare all’interno di spazi controllati e facilmente accessibili (senza barriere architettoniche)dei “Giardini di Città” con le dovute precauzioni (attivando magari centralini gratuiti per prenotarsi e mobilitando operatori esperti nel sociale).I giardini di Città proprio per la loro predisposizione potrebbero proporre attività di stimolazione motoria basale, laboratori senso-percettivi ,laboratori musicali, utili a compensare la mancanza di esperienza dovuta all’isolamento da Covid19.

Per gli educatori e i terapisti la ripresa degli interventi educativi o terapeutici deve essere graduale e senza suscitare timore o reazioni avverse nei propri Utenti.

Occorrerà dunque un lavoro meticoloso, basato su strategie cognitivo comportamentali, training mirato all’apprendimento dell’utilizzo dei DPI in maniera contestualizzata ,utilizzando Strategie d’intervento per la modifica del comportamento. L’operatore dovrà riorganizzare i setting terapeutici ed evitare di sottoporre il ragazzo a eccessivi stimoli o eccessive richieste. Dovrà riorganizzare meticolosamente l’ambiente ed il contesto, creando spazi adeguati e puliti da DISTRATTORI.

Durante il setting l’operatore dovrà Spiegare le ragioni per cui è necessario indossare i DPI, UTILIZZANDO MODELLI IMITATIVI(FAI COME ME), E RINFORZANDO POSITIVAMENTE IL BAMBINO/ADULTO TUTTE LE VOLTE CHE EMETTE UN COMPORTAMENTO CHE SI AVVICINI A

QUELLO TARGET( chaining). Nel rapportarsi ai ragazzi con Autismo e disabilità non bisogna dimenticare di utilizzare un tono di voce calmo, lento, dare semplici spiegazioni che aiutino la persona a tranquillizzarsi, la postura del corpo deve essere contestualizzata al tono della voce, soprattutto se stiamo chiedendo al bambino/ragazzo /adulto/anziano uno sforzo complesso, cioè quello di dover indossare i DPI, che andranno a stimolare sensazioni tattili e perché andremo a chiedere di mettere in atto dei comportamenti completamente fuori dalla routine. 

mercoledì 1 maggio 2019

Con-vivere con l’Alzheimer. Curare la demenza e prendersi cura della persona. Il 4 maggio a San Severo


Si terrà il prossimo sabato 4 maggio, con inizio alle ore 8,00 presso l’Auditorium della Scuola Media Petrarca in via Togliatti, la giornata di studio sulla tematica della demenza, proposta dall’Associazione Umanità Nuova “La Casa dei Sogni”, unitamente al Comune di San Severo, alla Diocesi di San Severo, all’ASL. Argomento: “Curare la demenza e prendersi cura della persona”, un binomio non affatto scontato, che sarà affrontato con la presenza di esperti nazionali ed internazionali.

L’incontro sarà aperto dal Sindaco di San Severo avv. Francesco Miglio, dall’Assessore alla Salute ed all’Urbanistica Ciro Cataneo, quindi dal dr. Vito Piazzolla (D.G. ASL Foggia), don Luigi Rubino (Vicario Generale della Diocesi di San Severo), Zelinda Rinaldi (Presidente Consulta Associazioni di San Severo), Alfonso Mazza (Presidente Ordine dei Medici di Foggia).

La giornata di studio ha come responsabili scientifici il prof. Donato Salfi e la dott.ssa Wilma Ardisia ed è accreditata al Ministero della Salute con crediti ECM ed è rivolta a medici di area interdisciplinare, infermieri, psicologi e fisioterapisti, nodi che legano la persona, la famiglia e la comunità.

Dall’esperienza fatta in questi anni si vuole porre l’attenzione che “curare le relazioni” genera benessere fisico, mentale, sociale e spirituale anche in presenza di una malattia cronica. Il Word Cafè previsto, dopo la lezione magistrale del dott. Bernard Cranet dell’Ospedale di Thouars, Saumur, Longué – Francia è condotto dal dott. Donato Salfi psicologo, psicoterapeuta, dirigente responsabile UOD formazione ASL Taranto, nonché professore di Psicologia Generale all’Università di Bari, si ispira ai vecchi caffè. I partecipanti potranno scrivere e disegnare sulla tovaglia di carta che troveranno sui tavolini intorno ai quali andranno a sedersi per ascoltare e produrre documenti dibattuti poi nella tavola rotonda. Concluderà la giornata una tavola rotonda con la partecipazione dell’Assessore alle Politiche Sociali avv. Simona Venditti, della dott.ssa Ardisia, di don Luigi Rubino, di Lidia Corticelli, Vice Presidente dell’Associazione Umanità Nuova e Giuseppe Pica, Direttore Distretto Socio Sanitario 51 ASL Foggia. I contributi che scaturiranno dalla giornata di lavori saranno utili per elaborare il documento conclusivo da affidare all’Amministrazione Comunale, al Distretto Socio Sanitario e alla Diocesi di San Severo che potranno poi introdurlo nei propri piani operativi.

San Severo Città d'Arte, arriva la conferma dalla Regione Puglia


Con DETERMINAZIONE n. 53 a firma del DIRIGENTE SEZIONE TURISMO dott. Patrizio Giannone, in data 16 aprile 2019, la Regione Puglia ha ufficializzato l’inclusione del Comune di San Severo nell’Elenco regionale dei comuni ad economia prevalentemente turistica e città d’arte di cui alla D.G.R. n. 1017/2015.

Nello specifico la Regione ha determinato di implementare l’Elenco regionale dei comuni ad economia prevalentemente turistica e città d’arte approvato con atto dirigenziale n° 142 del 13/12/2017 della Sezione Turismo, includendo il comune di San Severo (FG) che conferma il possesso di cinque requisiti ai sensi dell’art.3 delle linee guida D.G.R.1017/2015.

“Devo ringraziare l’Assessore alla Cultura del Comune di San Severo avv. Celeste Iacovino per aver completato la pratica in breve tempo – dichiara il Sindaco avv. Francesco Miglio –: oltre tutto sono stati talmente tanti gli eventi e gli interventi in ambito culturale organizzati in questi anni che la nostra città ha esponenzialmente aumentato i requisiti per ottenere la certificazione. Nel contempo esprime la gratitudine agli uffici regionali per aver ribadito che la nostra città ha tutti i requisiti e le carte in regola per essere inserita nell’elenco delle Città d’Arte. Ringrazio anche coloro i quali, soprattutto per l’ormai imminente tornata elettorale, si sono preoccupati di evidenziare il precedente mancato inserimento nell’elenco regionale. Spiace dover constatare che la formalizzazione di un’interrogazione in consiglio sarebbe stata più opportuna, indubbiamente meno sensazionalista e politicamente più forte, e ci avrebbe consentito un’immediata risposta. Ad ogni modo, il traguardo più importante è stato raggiunto ed acquisito da quest’A.C.: SAN SEVERO E’ CITTA’ D’ARTE!”.

mercoledì 9 gennaio 2019

San Severo, in rete l’App “CUORE NOSTRO” con la mappa di 25 defibrillatori in città e tante altre nozioni


Il Sindaco avv. Francesco Miglio e l’Assessore alla Sanità dr. Raffaele Fanelli informano la cittadinanza che è attiva una app denominata CUORE NOSTRO creata da MG Comunication scaricabile su cellulari e tablet molto utile per tutta la collettività in caso di emergenze.
Nella app è possibile trovare la mappa della città di San Severo con indicati i punti di collocazione dei defibrillatori nel territorio urbano che sono in totale 25: 5 di questi sono stati donati dalle imprese che hanno partecipato al progetto CUORE NOSTRO che ha trovato il suo culmine con una cerimonia nella Biblioteca Comunale Alessandro Minuziano nello scorso mese di dicembre.
“E’ un servizio davvero utile per tutti – dichiarano il Sindaco Miglio e l’Assessore Fanelli – una app che permette in maniera veloce ed agevole di avere nozioni utili in caso di emergenze sanitarie. Consigliamo tutti i nostri concittadini di tenerla a portata di clic!”.
Nella app CUORE NOSTRO anche l’illustrazione del progetto, nozioni di primo intervento accessibili a tutti, l’indicazione dei comuni e delle aziende che sostengono il progetto.

sabato 17 novembre 2018

Chiusura laboratori d'analisi territoriali, Gatta: "Vogliamo chiarezza da Emiliano"

Di seguito si pubblica la nota stampa del vicepresidente del Consiglio regionale, Giandiego Gatta (nella foto), in merito anche alla chiusura del laboratorio analisi dell'ex INAM di Foggia.

"La chiusura dei laboratori d'analisi territoriali, decisa con delibera della Giunta regionale, è una scelta irriverente nei confronti dei cittadini a cui sono stati già chiesti parecchi sacrifici, senza contare che si riverbera' negativamente soprattutto sui pazienti più fragili: ovvero quelli affetti da patologie che richiedono prelievi di sangue costantemente. Vogliamo conoscere quale sia il ragionamento sotteso, quali i criteri adottati, per giungere ad una scelta tanto dolorosa che potrebbe, peraltro, aggravare non poco il lavoro dei reparti degli ospedali, dove verrà dirottato il servizio. Per questo, depositerò un'interrogazione diretta al presidente-assessore alla Sanità Michele Emiliano".

lunedì 18 giugno 2018

Foggia, caso SEU. Morta la bimba di 13 mesi. Indagini a tappeto

di Nico Baratta


Continuano serrate le indagini degli inquirenti in merito al caso della bambina di Lucera affetta da SEU –Sindrome Emolitica-Ureica-, prima ricoverata presso l’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari, poi purtroppo deceduta.

Dopo la diramazione di un comunicato stampa n° 36/2018 dell’ASL di Foggia, che annunciava l’insediamento dell’Unità di Crisi, composta di specialisti medici competenti, dove in sostanza si annunciava l’avvio delle indagini mediche, sugli spostamenti della bambina e sugli alimenti ingeriti, quest’ultimi al vaglio dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Foggia, oggi sono sorte nuove indiscrezioni. Gli inquirenti delle FF.OO. stanno procedendo con controlli serrati su tutto il territorio segnalato dalla famiglia della piccolina, battendo a tappeto ogni centimetro delle aziende alimentari delle zone sopra dette in base all’alimento assunto nelle due settimane precedenti.

Per la cronaca la notizia della SEU era stata diramata il 14 giugno, e subitamente sono iniziati controlli, poi centuplicati dopo il decesso della bimba.

Al centro delle indagini gli inquirenti stanno controllando aziende locali, in particolare caseifici e di allevamento. Un dato importante sorto dopo le ultime dichiarazioni fornite dai familiari della piccola per gli alimenti che ha ingerito. Ma le indagini stanno proseguendo controllando anche le acque marine dei luoghi frequentati dalla famiglia della piccola deceduta.

Tuttavia, dalla giornata di ieri, proseguendo a oggi, in rete sono comparsi diversi post, perlopiù pubblicati sui social. In particolare hanno destato scalpore due messaggi vocali di una donna che indicava un’azienda come colpevole dell’infezione da SEU, accusando i titolari di forniture alimentari non regolari. Un messaggio subito preso al vaglio degli inquirenti per risalire alla fonte. Come pure hanno destato attenzione anche alcuni post, dove si afferma che chi l’ha pubblicato è parte dell’equipe d’indagine, dove s’invitano le persone alla cautela nel diffondere notizie false. Difatti, nei messaggi vocali viene citato un nome di un’azienda della provincia di Foggia, nome fantomatico poiché non esiste. Parrebbe che chi ha diffuso ciò ha voluto diramare il nome dell’alimento che avrebbe cagionato la morte della bambina, ma guardandosi bene dal diffondere il nome dell’azienda, in modo da non essere accusata di diffamazione nei riguardi dell’azienda stessa. Ciononostante in rete c’è stato un tam-tam che ha impensierito non poco gli utenti, perciò procurando un allarme sull’alimento. Ovviamente non si riporterà nulla di quello diramato arbitrariamente sui social.
Le indagini, ed è bene dirlo, non puntano il dito solo sull’infezione dovuta all’ingerimento di un determinato alimento, nel caso prodotti caseari. Un particolare importante che va detto e che gli operatori alimentari del settore stanno “gridando” a gran voce per non eliminarne il consumo, e perciò svalutare le aziende, i produttori e tutta la filiera. A tal riguardo, sempre attraverso messaggi social (nel caso WhatsApp), ma è da prendere con le pinze, sembrerebbe che è già partita un’azione legale nei riguardi di chi ha diramato notizie ritenute false, perciò diffamatorie.

L’invito fatto dall’ASL e dagli inquirenti, è di mantenere la calma, di attenersi alle basilari regole di sicurezza alimentare per i bambini nei loro primi anni di vita e degli anziani e di chi ha patologie che abbassano il livello di guardia delle difese immunitarie. Cautela e, ancor più importante, non diramare notizie al di fuori di quelle ufficializzate, secondo i canali preposti, dall’Unità di Crisi.

Per tutte le info sulla SEU, si può consultare “EpiCentro”, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, cliccando a questo link: http://www.epicentro.iss.it/problemi/seu/seu.asp 

Da parte della redazione sentite condoglianze alla famiglia della piccola bimba 


[foto AGI]

©NicoBaratta all rights reserved - Tutti i diritti sono riservati

giovedì 1 febbraio 2018

Giornate Mondiali dell’Epilessia 2018, Monte Sant’Angelo si colora di viola

Con il convegno “Non aver paura della crisi sapendo cosa fare”, in occasione delle Giornate Mondiali dell’Epilessia 2018 il Centro Epilessia della S.C. di Neurologia Universitaria degli Ospedali Riuniti di Foggia Monte S. Angelo si colora di viola.

Lunedì 12 febbraio si celebra la Giornata Mondiale dell'Epilessia, la malattia neurologica cronica più diffusa al mondo, che coinvolge almeno 30000 pugliesi. La LICE (Lega Italiana contro l'Epilessia), la società scientifica che in Italia riunisce i medici di branca neurologica che si occupano di epilessia, promuove da molti anni campagne informative sul territorio nazionale ed una serie di iniziative volte a divulgare una corretta informazione per contrastare pregiudizi e discriminazione per i pazienti con epilessia. Il tema scelto dalla LICE e della sua Fondazione per il 2018 è la corretta assistenza durante una crisi epilettica non solo da parte dei pazienti e dei familiari, ma anche degli operatori sanitari. Infatti, è’ stato recentemente pubblicato uno studio promosso dal Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia della S.C. di Neurologia Universitaria degli Ospedali Riuniti di Foggia, diretto dal Prof. Carlo Avolio, ed esteso ad altri sette centri ed ambulatori epilessia pugliesi, che ha permesso di valutare l’effettiva gestione della crisi epilettica convulsiva da parte di operatori sanitari coinvolti nelle urgenze-emergenze. Lo studio, pubblicato recentemente dalla rivista scientifica Epilepsy & Behaviour, ha permesso di svelare l’errata gestione clinica-terapeutica dell’urgenza epilettologica. “Durante una crisi convulsiva – ha commentato il dr. Giuseppe d’Orsi responsabile del Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia degli Ospedali Riuniti di Foggia - oltre il 70% degli operatori sanitari inserisce un oggetto in bocca o la cannula di Guedel per evitare il morsus, il 65% somministra sempre una benzodiazepina, oltre il 50% ricovera il paziente in ambiente ospedaliero anche se la crisi è terminata. Tutte manovre e pratiche mediche assolutamente errate che evidenziano la necessità di una adeguata formazione del personale sanitario coinvolto nella gestione delle urgenze epilettologiche”.
In occasione delle giornate mondiali del 2018, il Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia della S.C. di Neurologia Universitaria, riconosciuto come centro medico LICE, ha organizzato una serie di eventi divulgativi e informativi per una giusta sensibilizzazione e gestione dell’epilessia, e il Gargano con Monte S. Angelo (FG) sarà attivamente coinvolto. Nel particolare, nella serata di sabato 10 febbraio è stato organizzato  un incontro informativo sull’epilessia con la collaborazione del comune di Monte Sant’Angelo, accademia Calcio (associazione calcistica), società sportive,  scuole e cittadinanza presso l’Auditorium delle Clarisse di Monte S. Angelo (FG), con proiezione del docu-film, “Dissonanze” della Fondazione LICE, e successivo dibattito. Al termine dell’evento, la Chiesa delle Clarisse di Monte S. Angelo si accenderà di viola, il colore dell’epilessia riconosciuto a livello mondiale per l’assonanza con la lavanda, fiore associato alla solitudine, che ricorda l’emarginazione che spesso i pazienti con questa malattia vivono. Tutto il Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia della S.C. di Neurologia Universitaria parteciperà all’evento, dai medici (Dr. Giuseppe d’Orsi, Dr.ssa Annarita Sabetta, Dr. Tommaso Martino, Dr.ssa Alessandra Lalla), ai tecnici (Dr.ssa Maria Teresa di Claudio) e agli infermieri (Pio Guerra, Leonardo Piemontese, Luigi Aucello, Nicola De Bonis, Antonio Ianzano) per testimoniare la vicinanza ai propri pazienti.
Si ringrazia il Sindaco di Monte Sant’Angelo, dott. Pierpaolo D’Arienzo, il Sig. Michele Fusilli (vicesindaco, assessore alla pianificazione territoriale), la dott.ssa Agnese Rinaldi (assessore al welfare),  l’Amministrazione Comunale di Monte S. Angelo, le società sportive (Accademia Calcio), le scuole e la cittadinanza tutta, nonché gli organizzatori locali Arcangelo Palumbo, Vittorio De Padova (Presidente Accademia Calcio), Cotugno Matteo, Ciociola Stefano, Sansone Giuseppe, Lauriola Nicolò, Di Marzio Potito, Cassa Giuseppe, Lauriola Luigi, Taronna Matteo, Simone Lombardi,  Notarangelo Gianpio, Ciuffreda Roberto,  Rinaldi Antonio, Armillotta Antonio (service luci)   Pio Guerra e Leonardo Piemontese, per l’interesse e la sensibilità mostrata nella preparazione degli eventi. Con queste iniziative, che vanno ad unirsi ad altri incontri informativi e divulgativi (12 febbraio: telefono viola e accensione di viola del quinto piano del palazzo a vetri degli Ospedali Riuniti di Foggia, sede del Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia della S.C. di Neurologia Universitaria; 24 febbraio: incontro informativo con i pazienti e i familiari affetti da epilessia presso l’Auditorium “Trecca” dell’Ordine dei Medici di Foggia), il Centro per lo Studio e la Cura dell’Epilessia della S.C. di Neurologia Universitaria si accende di viola “…per non aver paura della crisi sapendo cosa fare…”, come recita lo slogan 2018 della LICE e della sua Fondazione. Per ulteriori informazioni, consultare il sito www.fondazionelice.it

Mediapartner: newsgargano.com e ilgiornaledimonte.it.

mercoledì 24 maggio 2017

Tracheomalacia e l’infanzia rubata dalla malasanità


Di seguito si riporta un comunicato stampa dell'Associazione Antiracket Capitano Ultimo Onlus.

[Scriviamo facendo appello all’art. 18, all’art. 21 e all’art. 28 della Costituzione della Repubblica Italiana

Potremmo parlare di una carenza generica della prestazione dei servizi professionali rispetto alle loro capacità che causa un danno al soggetto beneficiario della prestazione. Come potremmo parlare di malasanità. D'altronde è la stessa cosa, detta con più parole, intrinseca nel suo significato. Giornalisticamente la malasanità è la cattiva gestione dell'assistenza sanitaria, causa di disservizi, scandali, errori, e tutto ai danni del cittadino, che può essere anche un medico. Ma qui non è un medico ad essere incappato nella morsa della superficialità di qualche professionista dal camice a volte bianco, a volte verde. Si tratta di una bambina, oggi sedicenne, che fin dalla tenerissima età, circa tre anni, ha convissuto con un malattia congenita che l’ha sottoposta ad un calvario tuttora in corso, e che purtroppo peggiora. Per motivi di privacy chiameremo Maria la giovane vittima della malasanità locale. Maria è nata a Torremaggiore. Ora risiede con i suoi genitori a San Severo, che da oltre un decennio, oltre al calvario medico per far curare il frutto del loro amore, hanno intrapreso azioni legali contro alcuni medici e sedi di loro appartenenza e pertinenza lavorativa. Maria è affetta da una malattia congenita e rara, gravemente invalidante: la Tracheomalacia, seppur in forma secondaria, ovvero “caratterizzata dalla presenza di una zona localizzata di debolezza della parete tracheale, associata ad anomalie mediastiniche (compressioni ab-erinseco da parte di strutture cardiovascolari, masse, malformazioni esofagee). La sintomatologia è la stessa delle forme primitive e, anche in questo caso, la diagnosi è in prima istanza endoscopica, anche se indagini radiologiche (TAC, Risonanza Magnetica) possono aiutare nella definizione eziologica. Il trattamento cardiochirurgico o chirurgico prevede l'eliminazione o l'allontanamento della struttura che esercita la compressione (es. aortopessi)” come descritto dai medici e professori dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova (leggi il link: http://www.gaslini.org/servizi/Menu/dinamica.aspx?idSezione=21078&idArea=24497&idCat=24499&ID=24505&TipoElemento=categoria). In altre parole Maria ha difficoltà a respirare, tossisce e spesso si ritrova in apnea, compromettendo l’adeguata ventilazione polmonare e perciò la vita. Una malattia frutto della superficialità di quei medici che dovevano fin dall’inizio diagnosticarle la causa della Tracheomalacia, ovvero l’anello vascolare in doppio arco aortico. Definita “secondaria” perché nel caso di Maria causata la Tracheomalacia interessa, nel caso specifico, non tutta la trachea localizzando il problema al terzo anello medio e distale. 

Noi dell’Associazione Antiracket Capitano Ultimo – Onlus come ben sapete ci occupiamo prevalentemente di avvenimenti legati a fatti di cronaca della criminalità, del racket, dell’usura. Il “prevalentemente” è precipuo ad allargare la sfera di interessamento ad altri fenomeni criminogeni: bullismo e cyberbullismo, Stupri, mobbing, gaslighting, femminicidio, molestie sessuali e psicologiche, casi giudiziari e abbandono dei collaboratori di giustizia, e tanti altri. Insomma, siamo contro ogni forma di sopruso e abuso, affiancando le vittime, supportandole e schierandoci se necessario anche come parte civile. E giacché riteniamo che il caso che ci è stato sottoposto, avallato da documenti medici e giudiziari in nostro possesso (non coperti da segreto istruttorio, perciò divulgabili), è un sopruso, noi lo sosteniamo. Fatevene una ragione, o Voi che vorreste il contrario. 

La storia è lunga, piena di avvicendamenti e tortuose vie per addivenire e soluzioni mediche per curare la grave malattia di Maria. Fin da quando nacque Maria manifestò sintomi che dovevano ricondurre alla corretta diagnosi i primi medici che l’hanno assistita; episodi di tosse, dispnea, frequenti malattie delle vie respiratorie. Ed invece nulla di fatto, tant’è che la paziente fu curata semplicemente secondo la farmacologia delle comuni malattie delle vie respiratorie. Poi dopo il secondo anno di età, prossimo al terzo, un calvario fisico e psichico, Maria fu ricoverata (in data 01-03-2004) presso la Divisione Pediatrica del P.O. di San Severo dell’Ospedale T. Maselli Mascia dove la piccola martire fu trattata con farmaci pertinenti a una laringite, poi a una tosse persistente e dopo ancora perfino a reflusso gastroesofageo, con una diagnosi dimissionaria dal ricovero di “Raffreddore comune in soggetto con stridore laringeo”. I giorni passavano, i mesi pure e Maria non dava segno di miglioramenti. Perciò i genitori decisero di portarla presso l’U.O. Pediatrica del P.O. della Casa di Sollievo della Sofferenza di S. G. Rotondo (28-03-2005), dove fu sottoposta a diversi esami più specifici, svolti anche in altre date e con una biopsia, perciò un intervento invasivo e svolto in anestesia totale, per una esofagogastroduodenoscopia in modo da consentire al medico di guardare direttamente all'interno di esofago, stomaco e duodeno, rilevando eventuali patologie. L’esame non diede riscontri rilevanti giacché la patologia non era quella. E Maria continuò a soffrire e ad essere curata per una laringotracheite e poi per un laringospasmo, diagnosticati dal P.O. di San Severo, in seguito a malesseri episodici che l’affliggevano. 

Come vedete e come potrete comprendere in seguito, Maria fu curata male, per diagnosi palesemente sottostimate dei medici che la visitarono e delle relative strutture mediche, seppur la fenomenologia poteva ricondurre ai comuni malori sopracitati. Ma un medico, un professionista, non può fermarsi al primo sintomo, deve approfondire allorquando si trova innanzi a una bambina nata con parto cesareo in posizione podolica che manifestava sintomi frequenti per problemi respiratori. Nel frattempo le condizioni fisiche di Maria peggioravano per l’anello vascolare in doppio arco aortico non diagnosticato e la Tracheomalacia avanzava inesorabilmente. 

La svolta si ebbe a Maggio, e precisamente il 17-05-2007, ben tre anni dopo il primo intervento farmacologico, tra l’altro inefficiente. Se i medici locali avessero diagnosticato la patologia congenita rara, Maria non avrebbe subito tutto quello che sta passando. Una superficialità medica che l’ha condannata a una vita sofferente se la patologia che ha causato la Tracheomalacia fosse stata diagnostica subito, per esser chiari. A maggio 2007, presso la l’U.O. di Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale Gaslini di Genova, dopo un’accurata diagnosi, Maria fu sottoposta a due delicati interventi chirurgici; il primo di “sezione sutura del legamento arterioso e sospensione della parete terminale dell’arco aortico sinistro al piede della succlavia sinistra” per “arco artico destro con succlavia sinistra retroesofagea e legamento arterioso sinistro”, il secondo, in data 29-05-2007, per una complicazione consistente nella perdita linfatica, dovuta appunto al peggioramento nel tempo dell’anello vascolare in doppio arco aortico, causa della tracheomalacia, che ha costretto di fatto i chirurghi ad intervenire tempestivamente. 

Il tutto è riportato nelle varie perizie mediche dei CTU -Consulente Tecnico d’Ufficio- e dei CTP - Consulente Tecnico di Parte- che hanno trattato il caso, cui noi abbiamo le documentazioni dovute. Perizie di parte, dei genitori di Maria, delle U.O. mediche chiamate in causa e per conto degli relativi istituti assicurativi, dove si parla anche di difetto embriogenetico perciò presente nel periodo pre-natale. E si, perché ora il tutto gravita intorno al risarcimento dei danni subiti e perciò in mano ai magistrati. Perizie che contraddicono le precedenti, integrate poiché l’una o l’altra parte chiede spiegazioni o, addirittura, afferma di non aver risposto ai quesiti richiesti, perizie richieste da magistrati che nel tempo si sono succeduti e che hanno conferito a più professionisti –CTU- per evitare vicinanze, e perciò garantire l’estraneità, a rapporti professionali con le strutture ospedaliere di San Severo e di S.G. Rotondo, e con l’ente ASL di Foggia. 

Oggi Maria è quasi maggiorenne. La Tracheomalacia l’ha segnata e con essa le difficoltà respiratorie cui è sottoposta. Va a scuola e non può svolgere attività motorie ed anche ludiche che richiedono sforzi. Per lei la vita continua, seppur spezzettata, a volte piatta e incolore e senza particolari sensazioni che una giovane vita vorrebbe e dovrebbe avvertire, comprendere, goderne. Una vita che oggi è materia giudiziaria giacché le aule dei tribunali hanno già ospitato il caso, passato tra più mani togate e spesso rinunciatarie e che, sotto richiesta del giudice che oggi si occupa del caso, è prossima a una conciliazione forzata poiché i genitori di Maria non vogliono conciliare, ma far condannare chi ha “condannato Maria”. Una vita senza aiuti da parte di chi si dovrebbe occupare di persone invalidate poiché nel luglio 2015 la Commissione Medica per l’accertamento dell’Invalidità dell’ASL di Foggia non ha riconosciuto a Maria l’invalidità e perciò le “agevolazioni” del caso: è nero su bianco nel documento n° 3930677705517 dell’ASL FG. Sembra quasi che Maria abbia ricevuto la beffa dopo il calvario. Difatti nell’ultima perizia del CTU di parte medica e perciò assicurativa, è stato proposto solo il 18% del danno subito da Maria da parte dei medici e degli ospedali locali citati in giudizio dai suoi genitori. Un punteggio irrisorio, di 148mila euro di risarcimento danni che non sono stati graditi dalla parte offesa e che sarà oggetto di discussione nelle aule del tribunale e decisione del relativo magistrato. I genitori di Maria e la stessa vittima chiedono giustizia, che i colpevoli paghino per le loro colpe; i soldi sono solo un “additional” allo status quo e che servono e serviranno per future visite mediche e farmaci (quello che oggi l’ASL FG non eroga per un’invalidità non riconosciuta). A tal fine non possiamo esimerci nel ricordare alle parti in causa, sia a chi chiede i danni, sia a quelle istituzionali del caso, che sono l’ASL FG, i loro CTU, le aziende ospedaliere locali di San Severo e S. G. Rotondo, le loro compagnie assicurative, che con il Decreto Legge n.69/2013 è stata introdotta una norma, immediatamente in vigore per l’importanza del profilo processuale, che regolamenta eventuali conciliazioni tra le parti. Si tratta dell’ex art. 185 bis c.p.c. che testualmente recita: “Il giudice alla prima udienza ovvero fino a quando è esaurita l’istruzione, deve comunicare alle parti una proposta transattiva o conciliativa. Il rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza giustificato motivo, costituisce comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio”. E ciò è detto e soprattutto scritto nel penultimo verbale di udienza del 21/12/2016 che avrebbe dovuto sciogliere le riserve. Un passaggio dovuto che i magistrati svolgono, ma che può essere impugnato da chi chiede i danni, poiché i genitori di Maria, lo ripetiamo, vogliono che i medici e le relative strutture cui Maria ha subito il ritardo della diagnosi –riconosciuta dalle perizie dei CTU e CTP- paghino per il danno subito, per la loro superficialità, per non aver approfondito. 

A fine aprile si doveva svolgere l’udienza sperando che il magistrato decidesse affinché la giustizia cammini di pari in passo alla legalità. Invece, ecco un nuovo inciampo giurisprudenziale. Con la sentenza del 26/04/2017, Prot. n° 5172/2010 R.G.A.C.C., il Tribunale di Foggia ha disposto nuove perizie conferendole ad altri due CTU, nominati dallo stesso giudice. La motivazione dell’ordinanza, nel dettaglio della sentenza prodotta, è riconducile «… a risultati diametralmente opposti (dei due precedenti CTU ndr.), oltre a non aver adeguatamente risposto ai quesiti sottoposti dal giudicante ed alle osservazioni delle parti…». Con ciò il Tribunale ha disposto «…la necessità di nominare un collegio di medici specialisti in medicina legale e cardiochirurgia pediatrica, rispettivamente individuati nelle persone dei prof.ri ….c/o l’Università “Alma Mater Studiorum di Bologna e … c/o il Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna…». Una decisione che in altre parole riporta la causa in atto al punto di partenza, all’anno 2013. E tutto perché, secondo il giudice le perizie prodotte, come detto, erano discordanti pur essendo state prodotte da CTU sempre al di fuori del Circondario dell’intestato del Tribunale, ovvero da quello delle parti in giudizio, dell’ASL FG e Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di san Giovanni Rotondo. Ora Maria, e i suoi genitori, devono attendere il 05/07/2017, e precisamente alle ore 11:30, non per conoscere gli esiti, bensì per il conferimento dell’incarico ai CTU con annesso giuramento. Nel frattempo i tempi si dilatano, come accade molto spesso nella giustizia, una macchina sempre più lenta. 

Non resta che dire che a Maria è stata rubata l’infanzia e questo non ha prezzo; che i colpevoli paghino per avergliela sottratta. 

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martedì 4 ottobre 2016

Malasanità? Boh! Mancanza di strutture e responsabilità. A Monte si muore anche di questo

di Nico Baratta

Monte, muore nel giorno della festa. Figlio “Basta tagli alla sanità”.

Non credevo che un giorno avrei scritto un articolo su un Montanaro morto per l’approssimazione di strutture sanitarie a Monte Sant’Angelo. E dire che proprio oggi, 03 ottobre 2016, c’è l’annuncio a mezzo stampa del direttore generale dell’Asl Foggia sulla riapertura di alcuni centri sanitari al PTA (Presidio Territoriale di Assistenza) di Monte Sant’Angelo finora dislocati presso l’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Ovviamente col caso in oggetto non c’entra nulla. Come detto non credevo di annunciare la morte di un Montanaro in festa. L’ho fatto per alcuni crimini commessi dalla mala, dalle faide. Eppure c’è sempre una prima volta, amara, demoralizzante, che ti fa intendere che la buona Politica (con la P maiuscola, quella nobile, per il Popolo Sovrano) ripaga, mentre chi la sfrutta per meri fini personalistici e propagandistici approfitta di chi li ha conferito il mandato. A Monte quel mandato è stato defraudato da decisioni non condivisibili di un capo del Viminale che pur di accontentare il suo superiore, ha destituito politici invece di dirigenti. Oddio, al comune di Monte quando il Viminale è intervenuto ci poteva esser anche la controparte politica e se fosse stata destituita non sarebbe cambiato il mio pensiero poiché il male è celato nei meandri di uffici pubblici -e tra le righe di risme di incartamenti impolverati- che continuano a lavorare, e non in quelli occupati da chi il Popolo Sovrano ha scelto per amministrarlo. Conosco quella gente, dell’una e l’altra parte, e son certo che sono brave persone: politicamente ognuno, poi, ha il suo modus pensandi. Ma questo Alfano-Renzi&Co. con al seguito Bindi&Co. non lo comprendono poiché è la politica a muovere i loro fili e non la legalità per una giustizia popolare. Come lo è anche per la politica (con la p minuscola, becera e affaristica) che non vuole comprenderlo. Tuttavia le colpe non vanno conferite a chi oggi amministra Monte. Loro, i tre Commissari Prefettizi Straordinari, hanno ereditato una situazione già di per se mal gestita dai pulpiti regionali in materia di sanità. Ma non posso esimermi nel rimare basito da alcune decisioni assunte in merito allo svolgimento della Festa Patronale. 

L’amaro epilogo di una giornata di festa è stato la morte di un essere umano. Il 29 settembre 2016, durante la festa del Santo Patrono, a Monte Sant’Angelo è morto un Montanaro di 59 anni. L’uomo, che si chiamava Antonio e si trovava in centro, è stato colto improvvisamente da malore e chi gli era intorno ha subito allertato i sanitari del luogo. Da quanto mi è stato riferito (ero in un’altra zona del paese in quel momento) da Viale Santa Croce, sede del Poliambulatorio, è giunta un’autombulanza con i sanitari. Il mezzo purtroppo ha perso tempo poiché ha dovuto barcamenarsi tra le gente che affollava la via e le bancarelle che ne ostruivano il passaggio. La foto che ho pubblicato e che ho preso dal web, pubblicata su facebook, dimostra incontrovertibilmente ciò che dico. L’autombulanza giunta sul posto con i sanitari, solo infermieri per essere precisi, hanno prestato il primo soccorso con gli strumenti in dotazione e poi dovuto trasportare l’uomo in barella per circa 400 metri fino al mezzo sanitario. Ovviamente gli infermieri hanno appurato la gravità del caso ma non essendoci il medico non hanno potuto portare a termine le procedure previste dal protocollo. Per il medico gli infermieri hanno dovuto attendere circa 40 minuti. Difatti da Mattinata è giunta un’auto medicale con a bordo il medico. Conferiti i primi interventi e fatta la prima diagnosi, l’uomo è stato trasportato d’urgenza all’ospedale di San Giovanni Rotondo dove è morto. Ma dov’era il medico di turno di Monte? Era in attività medicale in altra area garganica, perché chiamato d’urgenza, come stabilito dai suoi superiori, perciò neanche il medico ha colpe, stava ottemperando al suo dovere.

Ora, si comprende bene che chi ha assistito l’uomo, poi deceduto, ha proceduto nel miglior modo possibile in base ai mezzi e strumenti e possibilità dovute, rispettando il protocollo a loro consentito. Va detto perché loro non hanno colpe, sono da elogiare. Le colpe, semmai, sono da conferire all’organizzazione nel suo insieme ivi compresa quella adibita al primo soccorso che a Monte pare essere approssimata. E non per responsabilità locali, bensì per quelle regionali, che negli anni hanno diminuito, anzi eliminato servizi prioritari. Ma come, manca il medico? Manca un’auto medicale con strumenti salvavita? Siamo davvero alla frutta, ma marcia, quella di una Regione Puglia che taglia, taglia, taglia, elimina servizi e finanziamenti. Va ricordato per correttezza d’informazione che i tagli risalgono alla Giunta scorsa, quella presieduta da Vendola. Ma le responsabilità, morali e politiche, le conferisco anche ai nostri rappresentanti politici regionali, che nel cercar voti promettono, promettono, promettono e poi dimenticano. Un riscontro oggettivo sul piano sanitario voluto dalla Regione Puglia vuole che Monte Sant’Angelo non rientri tra i comuni disagiati, caso contrario, invece, per i comuni dei Monti Dauni e le Isole Tremiti. Che vuol dire questo? Che Monte può avere un solo punto sanitario, o quello di primo intervento o quello del 118 medicalizzato. Tuttavia non esclude che in situazioni straordinarie, come quella di una festa patronale che attira tanta gente, che raddoppia e triplica il numero delle persone presenti in un’area angusta e difficilmente raggiungibile in tempi celeri, dove c’è la presenza di più bambini, più anziani e malati, la gestione più accurata della funzione pubblica in materia di sicurezza, che è anche sanitaria, debba avere una più responsabile amministrazione e funzione di chi è preposto a tal compito. E qui entrano in ballo i tre Commissari Straordinari Prefettizi che avrebbero dovuto pensarle certe cose, perché prevedibile e perciò gestibili. Oltre alle vie impercorribili per i mezzi di soccorso, avrebbero potuto chiedere, solo nei giorni della festa di San Michele Arcangelo, l’allerta dell’elisoccorso funzionante su tutto il Gargano. Ovviamente non do colpe dirette ai tre amministratori, solo un lieve monito e un suggerimento per gli anni a venire. E ciò è rivolto anche ai prossimi amministratori politici che avrà Monte, giacché quelli avuti in tutti questi anni ormai son passati. Questa per me è anche Legalità e invito il Gen. Sorbino, quale consulente per la Legalità, a formulare un piano specifico nella materia di intervento sanitario urgente per il futuro di Monte, cosicché da evitare altri decessi scongiurabili. 

Ma non basta a parer mio poiché dev’essere la comunità di Monte Sant’Angelo, i Montanari per esser chiaro, a mobilitarsi in piazza e far sentire la loro voce a chi di competenza. Una manifestazione pacifica, nel rispetto delle regole, che sia un mezzo per veicolare le istanze della popolazione. E, se posso permettermi, invitando tv e giornali nazionali affinché il messaggio abbia maggiore risonanza mediatica. 

Ma un messaggio dev’essere fornito al mondo della politica, giacché è sua l’azione dei tagli. Con ciò rivolgo ai vari consiglieri e assessori regionali della nostra bellissima terra di Capitanata un appello: curate di più le istanze dei cittadini e non quelle del partito o movimento poiché loro vi conferiscono il mandato, ben pagato, lussuoso e con tanto di privilegi. Il Popolo Sovrano decide per Voi e voi avete il dovere di amministrarlo in meglio. Purtroppo so già a priori che questo appello sarà vano perché oltre alle loro orecchie da marcante, vi sono quelle di chi li elogia, assuefatti al potere farlocco di un mandato che finirà.

Concludo inserendo un commento del figlio della persona deceduta, il signor Michele Scarlatella.

«Leggevo alcuni commenti su fb riguardo ai soccorsi.. Voglio dire solo che è arrivato il momento di ribellarsi, non è possibile che in un paese di montagna vengano effettuati tagli alla sanità e invece tutti i politici aumentano e non tagliano i loro stipendi.. Giovedì (29/09/2016 ndr.) era la festa di San Michele, era prevedibile che il paese era super affollato quindi dovevano aumentare le unità di 118. Mio padre è morto, il 118 è arrivato con più di 45 minuti di ritardo perché doveva arrivare da Mattinata e oltretutto è arrivato senza medico e la colpa non è degli operatori del 118 anche perché nel caso di mio padre hanno fatto il possibile, anche se non erano attrezzati ho visto l’infermiere piangere perché si era reso conto che ci voleva l’attrezzo adatto per rianimare mio padre e non il semplice massaggio cardiaco... Colgo l’occasione per ringraziare i tanti ragazzi che hanno soccorso mio padre prima del arrivo del 118. Ora non aspettiamo che muoia qualcun altro a causa dei ritardi e della mancanza di mezzi, cerchiamo di fare qualcosa per il bene del nostro paese e per l’incolumità di ognuno di noi... Cerchiamo di difendere il punto di primo intervento almeno ora anche se non è un granché ma è utile. Ormai ci hanno tolto tutto..».

A voi i commenti, se ci riuscite….

Ad Maiora!

mercoledì 10 agosto 2016

Primo Intervento di Torremaggiore: "No ridimensionamento" secondo l'ASL di Foggia

Di seguito si riporta una nota stampa dell'ASL di Foggia in merito al comunicato stampa del “Comitato per la difesa dell’Ospedale San Giacomo di Torremaggiore”.

"In riferimento alle notizie di stampa, comparse di recente, riguardanti il Punto di Primo Intervento di Torremaggiore, si precisa quanto segue. È stata disposta la presenza diurna del medico quale provvedimento limitato al periodo estivo in modo da garantire la copertura delle postazioni maggiormente interessate dall’enorme afflusso turistico, in particolare nelle aree del Gargano. A Torremaggiore vengono garantiti la presenza infermieristica sulle 24 ore, il mezzo medicalizzato e la Guardia Medica, anche tenuto conto dell’estrema vicinanza con il Presidio Ospedaliero di San Severo. La condizione ordinaria verrà ripristinata una volta superata l’emergenza estiva. È, dunque, esclusa qualsiasi ipotesi di ridimensionamento dell’attuale situazione sanitaria della città di Torremaggiore".

(Nella foto l'Ospedale San Giacomo di Torremaggiore - ph by Google Maps)

lunedì 8 agosto 2016

A Torremaggiore si rivendica il punto di Primo Intervento sanitario

Di seguito riportiamo fedelmente il comunicato stampa del “Comitato per la difesa dell’Ospedale San Giacomo di Torremaggiore”.

«Sin dal 2010 è presente a Torremaggiore un comitato di cittadini per la difesa dell’ormai ex Ospedale “San Giacomo di Torremaggiore” (nella foto di Google Maps). Il comitato è composto da semplici cittadini ed è apartitico. Come nel 2010 anche oggi nel 2016 ci tocca assistere ad un tentativo di scippo per la nostra comunità. Nel 2010 ci venne chiuso definitivamente l’Ospedale compreso il punto di Pronto Soccorso, quest’ultimo per fortuna riaperto, dopo una battaglia condotta insieme dall’allora Amministrazione Comunale guidata dall’or mai ex Sindaco Ciancio e trasformato in punto di Primo Intervento e con qualche servizio in più che ne miglioravano la qualità del servizio.
Anche oggi come allora non possiamo tacere, dato che fino ad ora la direzione sanitaria dell’ASL FG, non porta a ter mine il piano di riordino ospedaliero concordato nel 2011, che comportava l’attivazione di servizi ambulatoriali e della RSA ed inoltre ci riduce l’orario di presenza del personale medico nel punto di Primo Intervento nelle ore notturne dalle 20.00 alle 08.00 per andare a sopperire alle mancanze in altri punti di Pronto Soccorso della Provincia.
Ogni volta che si deve tagliare a subirne le conseguenze è sempre Torremaggiore, come in passato anche oggi. Non è possibile subire ancora la riduzione e l’eliminazione di servizi per la nostra comunità. In questo caso parliamo del diritto alla salute, di essere curati con efficienza.
Questa limitazione comporterà un sovraffollamento del Pronto Soccorso dell’Ospedale di S. Severo, dove già normalmente le attese sono di ore. Il punto di Primo Intervento di Torremaggiore solo nell’ultimo anno ha effettuato tra i 6500 e 7000 accessi di pazienti, e serve un territorio che comprende anche San Paolo di Civitate, Serracapriola ed il paesi limitrofi del Sub-Appenino Dauno.
Noi del Comitato siamo stufi di vedere disattesa ogni promessa fatta e sottoscritta e anzi di subire ulteriori danni, per questo chiediamo alle istituzioni regionali e sanitarie di intervenire in tempi immediati per riportare il normale orario di apertura del punto di Primo Intervento alle 24 ore, oltre che di raggiungere il completamento del piano di riordino concordato nel 2011 e ad oggi ancora non completato.
Ci rendiamo disponibili a collaborare con l’amministrazione comunale del Sindaco Lino Monteleone, concordando eventuali azioni utili alla ripristino della normale attività del punto di Primo Intervento».

Il referente
Lorenzo De Santis

lunedì 4 luglio 2016

Vaccini, coperture sotto la soglia di sicurezza: salute pubblica a rischio. Colpa di disinformazione e “falsi miti”

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero della Salute, la copertura vaccinale per numerose malattie infettive è scesa sotto il 95%, soglia di sicurezza per garantir “l’immunità di gregge” che estende gli effetti positivi delle vaccinazioni a tutta la popolazione; per morbillo, parotite e rosolia la copertura è scesa sotto l’86%. Il calo registrato nelle coperture vaccinali è legato principalmente alle informazioni errate e senza basi scientifiche su presunti effetti negativi dei vaccini, diffuse anche attraverso web e altri media. Le vaccinazioni restano invece uno degli interventi di sanità pubblica maggiormente efficaci e sicuri: secondo l’OMS, i vaccini salvano ogni anno nel mondo 2,5 milioni di vite.

Roma: una bambina di 4 anni muore per un’encefalite causata dal morbillo. Bologna: una neonata di soli 28 giorni muore di pertosse. E ancora Roma: tre lattanti di 2, 3 e 5 mesi colpiti da meningite da Haemophilus Influenzae di tipo B. Questi alcuni dei più rilevanti casi italiani che hanno portato alla ribalta della cronaca malattie infettive considerate pressoché sconfitte grazie alle vaccinazioni, ma che sono ricomparse numerose in tutta Europa. La comunità scientifica è compatta nell’individuare la causa: l'Italia è tra i Paesi meno virtuosi in tema di vaccinazioni e le coperture sono oggi in preoccupante calo. 
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute, le coperture vaccinali per malattie come poliomielite, tetano, difterite ed epatite B oggi sono al di sotto del 95% (la soglia di sicurezza) e la copertura scende sotto la soglia dell’86% per morbillo, parotite e rosolia, patologie per cui, secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Pediatria, oltre 358.000 bambini non sono stati vaccinati negli ultimi 5 anni. 
«La vaccinazione rappresenta uno degli interventi di sanità pubblica maggiormente efficaci e sicuri – spiega Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità – attraverso la cosiddetta immunità di gregge, anche i non vaccinati beneficiano degli effetti positivi della vaccinazione, sempre che la copertura sia superiore alla soglia del 95%, al di sotto della quale l’agente patogeno continuerebbe a circolare. Il calo delle vaccinazioni costituisce un grave pericolo per la salute di tutti: per fare un esempio, la mancata vaccinazione antinfluenzale di tantissimi anziani dopo un falso allarme sui rischi del vaccino è stata una delle cause del “boom” di mortalità nel 2015». 
Secondo l'OMS i vaccini sono in grado oggi di salvare 2,5 milioni di vite l’anno nel mondo, eppure il valore della prevenzione vaccinale non è adeguatamente compreso e rischia di essere seriamente in pericolo a causa della disinformazione e di falsi miti che, seppur privi di base scientifica, riescono ad “attecchire” sull'opinione pubblica. L’informazione sui vaccini, il ruolo sociale dei media e la corretta informazione scientifica nell’era digitale sono al centro del Corso di Formazione Professionale “La corretta informazione a tutela della salute di tutti: il ‘caso’ vaccini, tra falsi miti e pregiudizi”, promosso dal Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Sanofi Pasteur MSD. Le vaccinazioni costituiscono un intervento preventivo di fondamentale importanza a tutela della salute per tutte le età della vita. A causa di emotività e vulnerabilità su cui la cattiva informazione riesce a far leva instillando dubbi e sollevando timori, i genitori di bambini in età pediatrica rappresentano i soggetti maggiormente influenzati ed “esitanti”. 
«Le vaccinazioni in età pediatrica sono indispensabili poiché i vaccini praticati riguardano malattie per le quali le cure disponibili non sono efficaci – dichiara Alberto Villani, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Pediatria Generale e Malattie Infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma – un esempio è la meningoencefalite per la quale, nonostante i progressi fatti per ciò che riguarda le terapie intensive, la mortalità è rimasta invariata. Bisogna superare l'ignoranza e la diffidenza e per questo è necessario avvalersi di fonti certificate, identificabili e autorevoli. Quanto ai medici e ai pediatri, la Società Italiana di Pediatria sta facendo tutto il possibile perché la cultura vaccinale sia sentita e diffusa. È fondamentale l'educazione così come l'alleanza tra sanità, stampa e magistratura». 
Anche in età adolescenziale le vaccinazioni sono fondamentali: il vaccino contro il Papilloma Virus umano (HPV) è in grado di proteggere ragazzi e ragazze da vari tipi di cancro, come il tumore del collo dell'utero, il cancro anale, le lesioni precancerose di cervice, ano, vulva e vagina e i condilomi genitali. 
«Nel piano vaccinale è prevista la vaccinazione contro HPV per le femmine di 12 anni di età ma alcune Regioni hanno ampliato a più classi d'età (17 e 25 anni) e hanno anche previsto i maschi di 12 anni – spiega Michele Conversano, Direttore del Dipartimento Prevenzione di ASL di Taranto – tutto questo è stato facilitato sia dalla riduzione del costo del vaccino contro il Papilloma Virus sia dalla semplificazione della schedula di somministrazione (due dosi invece di tre). Allargando ai maschi questa vaccinazione, oltre a prevenire le malattie da HPV nel maschio stesso, si interviene riducendo il serbatoio infettivo. Adesso attendiamo il nuovo Piano Nazionale Vaccini nel quale la vaccinazione dovrebbe essere offerta a maschi e femmine gratuitamente in tutte le Regioni: le ricadute positive sarebbero molto rilevanti». 
La pratica vaccinale in età adulta è legata principalmente ai vaccini antinfluenzali, verso i quali spesso c’è scetticismo, talvolta anche da parte degli operatori sanitari. «La vaccinazione nell’adulto-anziano rimane una strategia sanitaria sottoutilizzata – sottolinea Graziano Onder, Ricercatore del Dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica di Roma – anche verso la vaccinazione antinfluenzale, sicura, e fortemente raccomandata, la sensibilità rimane bassa, con una percentuale di vaccinazione ridotta. Anche altre patologie invalidanti e/o in grado di ridurre la qualità di vita in una persona anziana, come herpes zoster e polmonite pneumococcica, sono prevenibili tramite immunizzazione con vaccini testati, validati e sicuri; se l’influenza causa, in Italia, circa 8.000 decessi/anno attribuibili direttamente o indirettamente alla sua infezione, si stima che l’infezione da polmonite pneumococcica, per la quale la vaccinazione è poco diffusa (probabilmente sia per superficialità medica che per scarsa informazione) faccia 1,6 milioni di vittime ogni anno. Decessi evitabili con un semplice vaccino da somministrare dopo i 65 anni».
La comunicazione in ambito vaccinale ha sempre rivestito un ruolo cruciale nel processo di accettazione o resistenza verso le pratiche vaccinali, ma negli ultimi anni l’avvento del Web ha moltiplicato la velocità e la quantità delle informazioni disponibili, facilitando la pubblicazione di dati spesso errati e privi di base scientifica. «La principale criticità informativa è costituita dai siti contrari alle vaccinazioni, che rappresentano il 35% delle fonti informative sul web quando si utilizzano le parole chiave “vaccino/i” e “vaccinazione/i” – spiega Antonio Ferro, Direttore Sanitario dell’Azienda ULSS 22 Bussolengo (VR) e responsabile del sito web VaccinarSì – attraverso argomentazioni di carattere pseudo-scientifico o attraverso vere e proprie “bufale mediatiche” questi siti catturano l'attenzione di persone e famiglie non necessariamente contrarie alle vaccinazioni, che cercano risposte in merito alla sicurezza, ai calendari vaccinali e ai nuovi vaccini. Ritengo fondamentale che i mass-media facciano rete con gli operatori sanitari e che si crei una fitta rete di messaggi positivi e significativi sulle vaccinazioni, affinché si riesca ad aiutare il pensiero critico della nostra popolazione». 
Il dibattito sulle vaccinazioni è ampliamente presente anche su social network, blog e forum, dove i genitori condividono dubbi, perplessità e diffidenza: in queste “piazze virtuali” spesso le informazioni non sono verificate e viaggiano senza filtri. «La cattiva informazione relativa alla sicurezza e all’efficacia delle vaccinazioni e all’incontrollata diffusione di tesi senza alcuna base reale – spiega Roberto Burioni, Professore ordinario della Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano – è un chiaro esempio della natura “orizzontale” di Internet, che intrinsecamente pone sullo stesso livello qualunque fonte. L’avversione alle pratiche vaccinali è tanto antica quanto i vaccini, ma le nuove modalità di comunicazione fanno emergere nuove problematiche estremamente complesse riguardo alla libertà di opinione ed alla necessità di garantire un falso pluralismo in presenza di affermazioni riconosciute false in modo unanime dalla comunità scientifica, ma capaci di indurre comportamenti pericolosi per il singolo e per la società». 
Per il sistema-Italia, non vaccinare contro una malattia prevenibile rappresenta un costo rilevante non solo in termini di salute pubblica, ma anche economici: uno studio (Cicchetti, Mennini et al, 2010) ha evidenziato come il costo complessivo per l’influenza, tra spese del SSN, dell’INPS, delle aziende e delle famiglie (costi diretti ed indiretti), sia pari a circa 2,86 miliardi di euro; vaccinando tutta la popolazione maggiore di 18 anni, i costi complessivi si ridurrebbero a 1,56 miliardi. 
«L'utilizzo dei vaccini per prevenire malattie in bambini, adulti e anziani si traduce in un numero minore di visite mediche, esami diagnostici, trattamenti, ricoveri ospedalieri e, di conseguenza, in notevoli risparmi sui costi sanitari» spiega Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Direttore del Centre for Economic Evaluation and HTA (EEHTA) del CEIS, Università di Roma Tor Vergata. «La vaccinazione svolge un ruolo importante anche nella prevenzione dei tumori, come, per esempio, nel caso dei vaccini contro l’HPV, che a causa delle patologie ad esso correlate costa al SSN italiano 291 milioni di euro all'anno. Non vaccinare contro una malattia prevenibile rappresenta, a fronte di un limitato risparmio legato all’acquisto e alla somministrazione dei vaccini, un costo più rilevante tanto in termini di salute (qualità della vita) quanto in termini economici (costi diretti e indiretti)».

Pro Format Comunicazione

lunedì 25 aprile 2016

Informazioni Scientifiche. Novità sul farmaco KEYTRUDA® (pembrolizumab) nel linfoma di Hodgkin classico (cHL)

ROMA, Aprile 2016 - Quarta designazione per pembrolizumab quale Breakthrough Therapy che segue quella per il melanoma avanzato, per il cancro del polmone non a piccole cellule e per il cancro del colon retto MSI-high.

Merck, nota come MSD fuori da Stati Uniti e Canada, ha annunciato che la Food and Drug Administration (FDA) ha concesso la designazione di Breakthrough Therapy a pembrolizumab, la terapia anti-PD-1 dell'azienda, per il trattamento di pazienti con linfoma di Hodgkin classico recidivato o refrattario (cHL). Questa è la quarta designazione di Breakthrough Therapy concessa per pembrolizumab.
«MSD ha lanciato un ambizioso programma di sviluppo clinico per esaminare l'efficacia di pembrolizumab in un'ampia gamma di tumori solidi e del sangue, e i nostri studi sul linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario sono molto promettenti» dichiara Roger M. Perlmutter, Presidente dei Merck Research Laboratories. «La designazione della FDA di Breakthrough per questo tumore del sangue fornisce una importante opportunità per aiutarci a portare questa immunoterapia a pazienti che potrebbero trarre beneficio dal suo uso».
La designazione di Breakthrough Therapy della FDA è destinata ad accelerare lo sviluppo e l'analisi di un farmaco che è candidato per l'uso, in monoterapia o in combinazione, per il trattamento di una malattia grave o potenzialmente letale, o di una condizione in cui l'evidenza clinica preliminare indica che il farmaco può dimostrare, rispetto alle terapie esistenti, un sostanziale miglioramento di uno o più endpoint clinicamente significativi. 
A pembrolizumab è stato riconosciuto in precedenza lo stato di Breakthrough Therapy per pazienti con melanoma avanzato, carcinoma avanzato del polmone non a piccole cellule (NSCLC) e carcinoma avanzato del colon retto MSI-high.
La designazione di Breakthrough Therapy nel linfoma di Hodgkin si basa sui dati provenienti dagli studi in corso di Fase 1b KEYNOTE-013 e di Fase 2 KEYNOTE–087 che stanno valutando pembrolizumab in monoterapia nei pazienti con cHL. I risultati dello studio KEYNOTE 013 sono stati presentati al meeting annuale del 2015 dell'American Society of Hemathology (ASH) e i dati dello studio KEYNOTE 087 saranno presentati ad un imminente meeting scientifico.
Il programma di sviluppo clinico di pembrolizumab include pazienti con più di 30 tipi di tumore in oltre 250 sperimentazioni cliniche, che comprendono più di 100 trial che utilizzano pembrolizumab in combinazione con altri trattamenti antitumorali.  
Informazioni su KEYTRUDA® (pembrolizumab) Iniettabile 
Pembrolizumab è un anticorpo monoclonale umanizzato che agisce aumentando l'abilità del sistema immunitario di identificare e combattere le cellule tumorali. Pembrolizumab blocca l'interazione tra il PD-1 e i suoi ligandi, PD-L1 e PD-L2, attivando in tal modo i linfociti T che possono colpire sia le cellule tumorali che le cellule sane.
Pembrolizumab è indicato per il trattamento dei pazienti con melanoma inoperabile o metastatico.
Pembrolizumab è somministrato in una dose di 2 mg/kg con una infusione endovenosa di 30 minuti ogni tre settimane secondo le indicazioni approvate.

Informazioni sul linfoma di Hodgkin
Il linfoma è un tipo di tumore del sangue che colpisce il sistema linfatico, che rimuove i fluidi in eccesso del corpo e produce cellule immunitarie. Le cellule del linfoma sono linfociti anormali che si moltiplicano e si concentrano nei linfonodi e negli altri tessuti. I linfociti normali sono un agglomerato di globuli bianchi che combattono le infezioni. Il linfoma di Hodgkin (anche detto malattia di Hodgkin) è un tipo specifico di linfoma che comprende due sottotipi: linfoma di Hodgkin classico (cHL) e linfoma di Hodgkin con linfociti nodulari predominanti. Nel 2016, si è stimato che solo negli Stati Uniti a più di 8.500 persone sarà diagnosticato il linfoma di Hodgkin e che il linfoma cHL rappresenterà il 95% di tutti i casi di linfoma di Hodgkin.

MSD Oncology
L’obiettivo di MSD Oncology è tradurre i passi avanti della ricerca in innovazioni biomediche che aiutino le persone affette da tumore nel mondo. Il cancro è una delle esigenze mediche insoddisfatte più urgenti. I nostri sforzi sono focalizzati sulla ricerca nel campo dell’immuno-oncologia e stiamo facendo tutto il possibile per abbreviare il percorso dei farmaci – dall’ambito di studio a quello clinico – ed offrire una nuova speranza ai pazienti oncologici. 

MSD Italia
MSD è la consociata italiana di Merck & Co., l’azienda farmaceutica multinazionale fondata 125 anni fa e leader mondiale nel settore della salute, con un fatturato superiore ai 42 miliardi di dollari, il 18% dei quali investiti in Ricerca e Sviluppo. 
L'azienda è conosciuta come MSD in tutto il mondo, ad eccezione di Stati Uniti e Canada, dove opera con il nome di Merck & Co.. 
Attraverso i suoi medicinali soggetti a prescrizione, i vaccini, le terapie biologiche e i prodotti per la salute animale, MSD opera in oltre 140 Paesi con oltre 70.000 dipendenti, fornendo soluzioni innovative in campo sanitario, impegnandosi nell’aumentare l'accesso alle cure sanitarie attraverso politiche, programmi e partnership mirate. 
MSD è anche orgogliosa del suo impegno nella Responsabilità Sociale dove arriva ad erogare ogni anno 1,8 miliardi di dollari. Testimonianza di questo impegno è anche il Premio Nobel per la Medicina assegnato nel 2015 al Prof. William C. Campbell per la scoperta dell’ivermectina, la molecola per la cura per della cecità fluviale (oncocercosi).
La scoperta del Prof. Campbell, allora ricercatore dei Merck Research Laboratories, ha dato vita, nel 1987, al “Mectizan Donation Programme”, la più grande partnership pubblico-privato per l’eradicazione della cecità fluviale a livello globale. A partire dal 1987, MSD distribuisce gratuitamente il farmaco a tutti coloro che ne hanno bisogno, per un valore superiore ai 5 miliardi di dollari.
In Italia, MSD è presente da 60 anni, con circa 1.000 dipendenti, un fatturato di 700 milioni di euro e forti investimenti in Ricerca non solo per numero di studi clinici condotti nel Paese (oltre 130 con quasi 1.000 centri e 6.000 pazienti coinvolti), ma anche grazie ad un solido piano pluriennale a sostegno della ricerca indipendente e dei giovani. 
MSD Italia è stata recentemente premiata, per il terzo anno consecutivo, come Best Digital Healthcare Company in Italia, come Società Leader per la CSR ed è entrata nella lista delle 10 migliori Aziende per le quali lavorare secondo la classifica stilata da Top Employer Institute 2015. 
Nel novembre 2015, un farmaco di MSD Italia – pembrolizumab, l’innovativa terapia anti-PD-1 per il trattamento del melanoma avanzato negli adulti – è stato insignito del prestigioso Premio Galeno Italia, l’equivalente del Premio Nobel per il settore farmaceutico ed il più alto tributo alla ricerca e allo sviluppo in questo campo.
MSD, in Italia, sta sviluppando un importante programma clinico per pembrolizumab attraverso più di 100 studi clinici, sia in monoterapia che in combinazione con altre terapie, coinvolgendo più di 16.000 pazienti su oltre 30 tipi di tumore, il primo dei quali è il melanoma.
Per maggiori informazioni, visitare i siti www.msditalia.it e www.msdsalute.it

Info by Pro Format Comunicazione 

giovedì 10 marzo 2016

Buona sanità in Capitanata: l’elisoccorso salva la vita a 75enne

di Nico Baratta

Non sempre la sanità è al centro delle lamentele dei cittadini e delle cronache per malasanità. Questa volta è buona sanità la vicenda che ha interessato la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Nei dettagli si tratta di un intervento che ha come protagonista un 75enne di Stornarella, trasportato urgentemente all’ospedale del centro garganico. A trasportarlo c’ha pensato l’elicottero dell’Elisoccorso locale. Il 75enne si era recato al Pronto Soccorso di Cerignola dove gli era stato diagnosticato con angio-tac la rottura dell’aneurisma dell’aorta addominale, che ha provocato un’emorragia nell’addome. I medici verificando la gravità del male, hanno tempestivamente avvisato l’ospedale garganico il quale ha provveduto al trasporto. Arrivato a San Giovanni Rotondo il 75enne è stato sottoposto tempestivamente all’intervento chirurgico presso l'Unità di Chirurgia Vascolare dell'IRCCS Casa Sollievo, diretta dal prof. Giovanni Paroni e dai chirurghi Maurizio Ruggeri e Giancarlo Palena, coadiuvati dall'anestesista Tommaso Marzano dell'Unità di Anestesia e Rianimazione II. 
«Quando il paziente sopravvive al primo momento della rottura dell'aneurisma - chiarisce il prof. Giovanni Paroni ai microfoni di Teleradioerre -la tempestività dell'intervento gioca un ruolo fondamentale. Grazie alla rapidità dell'Ospedale di Cerignola, all'elisoccorso e al pronto intervento della nostra equipe, disponibile per urgenze di questo tipo 24 ore su 24, siamo riusciti ad intervenire e ad impiantare un'endoprotesi per correggere il flusso di sangue a sole due ore e mezza dalla diagnosi. Tutto questo grazie anche alla disponibilità di scorte di protesi impiantabili e pronte all'uso in tempi brevi. Il paziente - conclude Paroni - è tutt'ora in condizioni emodinamiche stabili, anche se la prognosi non può essere ancora sciolta».

sabato 13 febbraio 2016

Assolto per truffa al SSN il gastroenterologo Nicola Muscatiello. «Il castello di sabbia è stato finalmente abbattuto»

di Nico Baratta

"Dopo sei anni, si è totalmente dimostrata l'inconsistenza assoluta di queste indagini. La verità è giunta a galla". 

Ebbene si, tempo c’è voluto ma la verità è giunta e con essa la vittoria di una giustizia che ha il sapore della legalità ma il retrogusto amaro di sentenze popolari, e non solo, che hanno messo alla gogna un innocente. Il dott. Nicola Muscatiello, gastroenterologo degli O.O.R.R. di Foggia (nella foto), dopo sei anni di un iter processuale snervante il 4 febbraio 2016 è stato assolto con formula piena. L’indagine condotta dalla Guardia di Finanza di Manfredonia che vedeva il professore foggiano accusato di truffa e abuso d’ufficio nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale dopo 40 udienze ha dimostrato l’innocenza di un uomo che in questi anni ha sempre lavorato con perizia, professionalità, dedizione e legalità, per il bene della collettività. Secondo le prime accuse al dott. Muscatiello si contestava l’assenza sul posto di lavoro. In particolare, da quanto si legge nelle carte processuali, “si assentava di fatto per rendere prestazioni sanitarie specialistiche a pagamento nella Casa di Cura San Michele di Manfredonia… pur risultando formalmente presente negli Ospedali Riuniti”. Un’accusa che ha infangato il buon nome di un professionista e che, pur con tal “disagio psicologico” ha continuato nel suo lavoro senza che intaccasse gli esiti professionali e personali nei confronti dei pazienti. Tuttavia le tracce di tal processo hanno condizionato il dottore poiché era al centro di una vicenda che lo ponevano tra quelle persone cosiddette approfittatrici. Insomma, anche lui è finito in quel calderone mediatico che nessuno vorrebbe starci.  E la prova tangibile del lavoro del dottore è una sua ricerca per una nuova azione medicale capace di combattere il tumore al pancreas, quella della Neurolisi del Plesso Celiaco (NPC). Un lavoro svolto presso gli Ospedali Riuniti di Foggia con un’equipe dove lui ne era a capo, poi discusso finanche con il suo mentore, un professore dell’Istituto Oncologico Francese.

Per la cronaca Nicola Muscatiello fu indagato per un esposto anonimo e immediatamente, con altri quattro colleghi, fu indagato finendo su tutte le cronache nazionali. 

«Mi hanno additato come truffatore, attribuendomi perfino il dono. Mi hanno fatto risultare presente in clinica perfino nel giorno del mio matrimonio. Sono riusciti a portarmi sotto processo con dati inconsistenti. Ma la verità è giunta a galla. Il castello di sabbia è stato finalmente abbattuto -il commento a caldo del dottor Muscatiello al portale Foggiatoday–».

Ora si attendono l’ufficialità delle motivazioni della sentenza previste entro i prossimi 90 giorni.

sabato 11 luglio 2015

Vaccini, bene sociale da difendere. I genitori consultano il web prima di vaccinare

Roma. Vittime del loro stesso successo, perché i vaccini sono e resteranno in assoluto la più grande vittoria della ricerca e della sanità pubblica; al centro di polemiche e di critiche esasperate, collegati a torto a patologie come l’autismo che nulla hanno a che vedere, secondo avvalorati studi scientifici, con i vaccini.
Titoli strillati, articoli fondati sul sentito dire e su fonti non validate, “bufale” che ciclicamente appaiono sulla rete. Insomma, tanta cattiva informazione che poco si sofferma sugli straordinari successi ottenuti nel secolo scorso e in questo primo scorcio di terzo millennio con i vaccini e poco interessata alle brillanti prospettive che incoraggiano la ricerca a lavorare per contrastare altre devastanti malattie infettive: ultima in ordine temporale la meningite da meningococco B, per la quale nel 2014 in Italia è stato introdotto il vaccino.
L’impatto dei vaccini sulla spesa farmaceutica non raggiunge il 2%, un dato quasi trascurabile se confrontato con i milioni di vite che sono state o saranno salvate. Secondo un recente documento dell’OMS nel decennio 2011-2020 i vaccini eviteranno 25 milioni di morti, vale a dire che vaccinare salva ogni anno 2,5 milioni di persone, oltre ad incidere sui costi che i sistemi sanitari dovrebbero affrontare, inclusi quelli legati agli handicap correlati alle malattie infettive.
Per conoscerne il valore fino in fondo e la loro importanza in termini di vite umane salvate, di disabilità e mortalità evitate, giornalisti della carta stampata e online incontrano medici, infettivologi, ricercatori e esperti di salute nel Corso di Formazione Professionale Vaccini bene sociale: impatto sanitario e corretta informazione. Il “caso meningite”, promosso dal Master di I livello “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Novartis Vaccines and Diagnostics srl (società del Gruppo GSK). 
Quando si parla di vaccini il nodo cruciale è l’informazione. Come trasformare in cultura un bene sociale come le vaccinazioni? Come arrivare alle famiglie facendo loro comprendere che vaccinarsi e vaccinare i propri figli è un dovere sociale oltre che un obbligo morale?
«Informare secondo regole di trasparenza prima di tutto e limitando il più possibile gli allarmismi, questo è l’approccio giusto quando si parla di vaccinazioni e di malattie infettive – dichiara Marco Cattaneo, Direttore de Le Scienze – un esempio di cattiva informazione riguarda proprio la meningite e i casi che si sono avuti in Toscana recentemente, per i quali si è parlato in modo inesatto di epidemia. Il punto è dove attingere alle informazioni. La cosa migliore da fare è attenersi alle fonti ufficiali come il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità o la stessa OMS».

Comunicato Stampa Pro Format Comunicazione

giovedì 2 luglio 2015

“Sguardi d’Energia” contro il tumore ovarico

Milano. Aver cura di se stesse e della propria bellezza: perché per combattere il tumore ovarico, il più insidioso e meno conosciuto dei tumori femminili, c’è bisogno di tutta l’energia delle donne; perché recuperare un rapporto positivo con l’immagine di sé aiuta ad affrontare meglio le terapie; perché l’attenzione al proprio corpo è parte integrante del percorso di cura che oggi, per il tumore ovarico, dopo quindici anni di assenza di novità importanti, può avvalersi di terapie innovative che migliorano il tempo libero da malattia e la qualità di vita delle pazienti. 
È questo l’invito rivolto a tutte le donne con tumore ovarico da ACTO onlus - Alleanza Contro il Tumore Ovarico, che in partnership con Youngblood Mineral Cosmetics e il supporto di Roche promuove Sguardi d’Energia, una campagna rivolta alle pazienti alle quali, a partire da settembre, saranno offerti programmi personalizzati di make-up ospitati nei principali Centri italiani specializzati nel trattamento del tumore ovarico. 
L’iniziativa di ACTO onlus fa seguito a Scatti d’Energia, la mostra itinerante con i ritratti di dieci personaggi celebri ospitata nei mesi scorsi nei principali capoluoghi italiani per rompere il muro di silenzio sul tumore ovarico: se al centro della precedente campagna vi era l’informazione, il focus di Sguardi d’Energia è sulla qualità di vita delle pazienti sostenuta, oltre che dalle terapie e dall’assistenza dei Centri specializzati, anche da momenti quotidiani di attenzione alla propria bellezza, alla cura di sé. 
«ACTO è nata per stare accanto alle pazienti e sostenerle nel difficile percorso di malattia. Un percorso segnato da sofferenze fisiche e psicologiche in cui i cambiamenti spesso devastanti dell’aspetto fisico, conseguenti alle terapie, occupano un posto molto importante in quanto incidono profondamente sulla qualità di vita delle pazienti – afferma Nicoletta Cerana, Presidente di ACTO onlus - Alleanza contro il Tumore Ovarico – con questo progetto desideriamo aiutare le donne a riappropriarsi della propria bellezza nonostante la malattia, perché ognuna di loro guardandosi allo specchio dopo il trattamento non veda più la malattia ma solo una donna più bella e infinitamente più forte di prima».
In Italia circa 37.000 donne convivono con un tumore ovarico: circa 5.000 i nuovi casi ogni anno e i numeri sono in forte aumento. Ma secondo un’indagine promossa da ACTO onlus, in Italia 6 donne su 10 non conoscono questa patologia, e il 70% non sa indicarne i sintomi e gli esami a cui sottoporsi. A causa di sintomi non specifici e non riconosciuti, in circa l’80% dei casi la diagnosi arriva quasi sempre in fase avanzata. Il principale fattore di rischio è la familiarità e la presenza della mutazione genica BRCA1 e BRCA2, che espone le donne a un rischio molto più elevato di ammalarsi di tumore ovarico. 
«Purtroppo il carcinoma ovarico è un tumore molto subdolo, non ci sono sintomi caratteristici utili a fare una diagnosi precoce – dice Francesco Raspagliesi, Direttore Struttura Complessa Oncologia Ginecologica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano – la sintomatologia, con dolori addominali gonfiore e cambiamento delle abitudini dell’alvo, è altamente aspecifica e per questo responsabile nell’85% dei casi di una diagnosi tardiva, in fase avanzata di malattia. È indispensabile che la donna si sottoponga a controlli ginecologici annuali con una visita clinica e un’ecografia transvaginale, sarà il ginecologo di volta in volta a stabilire con quale frequenza ripetere le visite».
La diagnosi tempestiva può migliorare la sopravvivenza: se il tumore ovarico è intercettato in stadio iniziale la probabilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95%. In presenza di recidive, obiettivo delle terapie è la cronicizzazione: grandi passi in avanti sono stati fatti negli ultimi anni grazie all’avvento delle terapie anti-angiogeniche che impediscono al tumore di crescere e diffondersi, bloccando la neoformazione vascolare che alimenta il tumore.
«L’arrivo dei nuovi farmaci anti-angiogenici è stato un fatto molto importante dopo circa 20 anni di assenza di novità terapeutiche rilevanti – dichiara Nicoletta Colombo, Direttore Unità di Ginecologia Oncologica Medica, Istituto Europeo di Oncologia, Milano e Professore Associato di Ostetricia e Ginecologia, Università degli Studi Milano-Bicocca – bevacizumab, il primo di questi farmaci a essere utilizzato contro il tumore ovarico è in grado di assicurare un tempo più lungo senza malattia e senza gli effetti collaterali propri della chemioterapia».
Grazie ai progressi della ricerca in ambito ginecologico, oltre a bevacizumab, per le pazienti affette da tumore ovarico si renderanno disponibili anche nuove terapie, come i PARP inibitori.
Ma insieme ai progressi delle terapie, si fa strada anche la consapevolezza di quanto sia importante offrire alle pazienti un supporto di tipo psicologico. «Sono molti i Centri e gli oncologi che hanno compreso l’impatto devastante che la malattia ha sulla sfera fisica e psichica della paziente e quanto anche il supporto psicologico faccia parte integrante della cura», sostiene Roberta Nicoli, Psicologa, Psicoterapeuta, Terapeuta EMDR, socia fondatrice e membro del Consiglio Direttivo ACTO onlus. «Per reagire alla malattia e riappropriarsi di se stesse, possono essere importanti anche le piccole cose, i piccoli gesti quotidiani, un’ombra di rossetto, una parrucca, si può, anche se a fatica, uscire fuori dalla spirale angosciante della malattia».
Roche sostiene con grande entusiasmo il progetto itinerante Sguardi d’Energia promosso da ACTO onlus. «Roche è orgogliosa di essere anche quest’anno al fianco di ACTO onlus con una nuova campagna che ha l’obiettivo, non solo di informare tutte le donne su un tumore così insidioso e subdolo come quello dell’ovaio, ma anche di essere partecipi, insieme all’associazione, di un progetto che vuole essere in modo tangibile al fianco di tutte quelle donne che hanno avuto la sfortuna di doversi confrontare con questa terribile malattia – afferma Alfonso Gentile, Direttore Medico di Roche S.p.A. – Roche è costantemente impegnata nella ricerca di nuove soluzioni terapeutiche per poter dare ai medici armi efficaci e ai pazienti speranza di vita; il nostro impegno nella Ricerca e Sviluppo lo dimostra: a livello mondiale nel 2014 l’investimento è stato di oltre 30 milioni di euro e in Italia, in ambito oncologico, sono attivi ben 145 studi clinici che coinvolgono oltre 9.000 pazienti. Roche, più di altre, ha contribuito a riscrivere la storia naturale di molti tumori come ad esempio quello alla mammella, le cui innovazioni terapeutiche messe a disposizione delle pazienti hanno salvato la vita di milioni di donne nel mondo. Per questo motivo, sentiamo la responsabilità di continuare il nostro impegno al fianco delle pazienti, in particolare nella lotta contro patologie, come il tumore ovarico, per le quali per anni non si sono registrate novità terapeutiche rilevanti».
ACTO onlus per questa campagna ha trovato un partner d’eccezione, Youngblood Mineral Cosmetics, che condivide gli obiettivi di questo progetto. «Pauline Youngblood infatti ha fondato il brand quasi 20 anni fa partendo dalla volontà di concedere a tutte le donne, soprattutto a chi aveva avuto subito traumi causati da trattamenti invasivi, di sentirsi belle e di farlo in maniera sana, con ingredienti minerali naturali di altissima qualità», afferma Ariane d’Andiran, Managing Partner dell’agenzia di Marketing & Comunicazione Youngblood Mineral Cosmetics Italia. «Siamo grati ad ACTO onlus per questa bellissima opportunità e felici per tutti i sorrisi che i nostri make-up artist vedranno sorgere sui visi delle tante donne che saranno coinvolte in questa iniziativa».La campagna Sguardi d’energia sarà ospitata nel corso del 2015 e del 2016 all’interno di importanti centri oncologici specializzati nella diagnosi e cura del tumore ovarico in Lombardia, nel Lazio, in Emilia Romagna, in Campania e in Puglia.



Di seguito si riporta un'esaustiva scheda medica sul Tumore Ovarico

LA MALATTIA 
Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diagnosticato tra le donne ed è il più grave (50% di mortalità a 5 anni) tumore ginecologico che ogni anno, nel mondo, colpisce oltre 250.000 donne e ne uccide 140.000. In Italia circa 37.000 donne convivono con questo tumore, ogni anno si diagnosticano 5.000 nuovi casi.
Il tumore ovarico è un tumore molto insidioso per due principali motivi. Innanzitutto perché è caratterizzato da sintomi aspecifici. In secondo luogo perché non esistono attualmente strumenti di prevenzione (come il vaccino o come il pap test per il tumore della cervice) né test di screening precoce (come la mammografia per il tumore al seno). Per tali motivi il carcinoma ovarico in più del 60% dei casi viene diagnosticato tardivamente quando è già in stadio avanzato e le possibilità di cura sono molto ridotte. 
Solo una diagnosi tempestiva può migliorare le probabilità di sopravvivenza: infatti se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato. 

TIPOLOGIA
Il tumore dell’ovaio insorge quando le cellule dell’ovaio crescono e si dividono in modo incontrollato. I tumori dell’ovaio possono essere di molti tipi. 
Secondo la classificazione accettata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità si distinguono due categorie di tumori: i primitivi e i secondari che si differenziano dai primi perché giungono all’ovaio dopo essere apparsi in altre parti dell’organismo. 
Dal punto di vista istologico i tumori dell’ovaio si suddividono in epiteliali, stromali e germinali.
I tumori epiteliali derivano da un malfunzionamento dell’epitelio mulleriano (tessuto che riveste l’ovaio), possono presentarsi in forma benigna o maligna e rappresentano il 50% delle neoplasie che colpiscono l’ovaio. Hanno una maggiore incidenza in donne in età compresa tra 55 e 65 anni.
I tumori stromali hanno origine in un altro tessuto della struttura dell’ovaio. Sono neoplasie più rare e rappresentano il 4% dei tumori maligni che possono colpire l’ovaio. 
I tumori germinali derivano dalle cellule che danno origine agli ovuli. Sono anch’essi più rari rappresentando il 5% dei tumori maligni dell’ovaio. Questo tipo si manifesta soprattutto in giovane età. Un esempio è rappresentato dal disgerminoma che colpisce bambine o adolescenti nel 
70-90% dei casi.

PRINCIPALI FATTORI DI RISCHIO 
Le cause che determinano la divisione e moltiplicazione incontrollata delle cellule nell’ovaio non sono ancora note. Ciò che si sa è che un certo numero di fattori aumentano il rischio di sviluppare questa forma di tumore.

Età – Un primo fattore di rischio è rappresentato dall’età in quanto il picco di incidenza della malattia si registra tra i 50 e i 60 anni, dunque nelle donne in età peri o postmenopausale. Tuttavia alcuni tipi di tumore dell’ovaio possono presentarsi in donne più giovani.
Storia familiare – Il 15-25% dei tumori all’ovaio ha come principale fattore di rischio la familiarità. Donne con madre e/o sorella e/o figlia affetta/e da tumore dell'ovaio, della mammella o dell’utero hanno maggiori probabilità di contrarre la neoplasia.

Alterazioni del patrimonio genetico – Le alterazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 di origine ereditaria possono portare a una predisposizione più o meno importante allo sviluppo del tumore ovarico. La percentuale di rischio di tumore ovarico è del 39-46% se è presente una mutazione del gene BRCA1 ed è del 10-27% se è presente una mutazione del gene BRCA2.
Essere portatori di una mutazione di tali geni comporta una maggiore probabilità, ma non la certezza, di ammalarsi. In questo caso però è importante seguire un programma di controlli regolari ed accurati così come è importante informare i membri maggiorenni della famiglia che potrebbero essere, a loro volta, portatori della mutazione.
Per accertare l’esistenza di tali alterazioni si effettua il test genetico BRCA1 e BRCA2, un test di laboratorio che permette di individuarne l’esistenza e, in caso positivo, di identificare le possibili opzioni di prevenzione. Non esistendo strategie preventive efficaci per il tumore dell’ovaio, l’annessiectomia profilattica bilaterale (asportazione di tube ed ovaie) è in grado di prevenire la quasi totalità dei tumori ovarici su base genetico-ereditaria. L’annessiectomia bilaterale è oggi consigliata nelle donne con mutazione del gene BRCA1 e BRCA2 che hanno già avuto gravidanze o che hanno superato l’età fertile. 
Il test di laboratorio è estremamente utile anche quando viene effettuato su pazienti già colpite da tumore ovarico perché consente di modellare la terapia farmacologica su questa specifica situazione e di migliorarne significativamente l’esito. 
Storia riproduttiva – Oltre alla familiarità e al rischio genetico bisogna considerare il sistema endocrino che si occupa della produzione e distribuzione di ormoni nell’organismo. In genere ovulazioni ripetute sembrano essere associate ad un rischio maggiore di contrarre la malattia mentre la gravidanza sembra giocare un ruolo importante come fattore protettivo del tumore dell’ovaio proprio per la riduzione del numero di ovulazioni. 
Lo stesso vale per un prolungato allattamento che, da studi effettuati, sembra incidere positivamente nel proteggere dalla malattia. 
Alcuni studi hanno mostrato un’incidenza maggiore di tumore all’ovaio in donne soggette a menarca precoce (prima mestruazione) e/o menopausa tardiva.
Esiste anche una correlazione tra endometriosi e tumore all’ovaio. 
Al contrario l’assunzione prolungata della pillola anticoncezionale è associata a un rischio minore di contrarre la malattia.
Stili di vita – L’obesità, il fumo, l’assenza di esercizio fisico sono ulteriori fattori che aumentano il rischio di sviluppare questa neoplasia.

SINTOMI
Per il tumore dell’ovaio non esiste un elenco chiaro e preciso dei sintomi ai quali prestare attenzione. Tuttavia è opportuno che ogni donna sappia riconoscere alcuni segnali che possono indicare il manifestarsi della malattia e rivolgersi al proprio medico. Nello stadio iniziale, quando è localizzato all'ovaio, il tumore ovarico è generalmente asintomatico. 
I sintomi più comuni che si possono manifestare nelle forme più avanzate sono:
gonfiore addominale, persistente oppure intermittente;
necessità di urinare spesso;
dolore addominale.
Sintomi meno comuni sono:
inappetenza;
perdite ematiche vaginali;
variazioni delle abitudini intestinali.
Si tratta di sintomi molto aspecifici e comuni che, nella maggioranza dei casi, hanno un'origine differente dalla presenza di un tumore. Quando però questi sintomi non si erano mai presentati in precedenza e compaiono costantemente ogni giorno per più di 12-15 giorni al mese e per più due o tre mesi consecutivi, si consiglia di contattare il proprio medico di fiducia.


DIAGNOSI
In caso di sintomi ricorrenti si eseguono dapprima indagini di routine che comprendono una visita medica dell’addome e una visita ginecologica. Se si sospetta un tumore, le indagini utilizzate per arrivare alla diagnosi di carcinoma ovarico sono l’ecografia pelvica e il controllo dei marcatori tumorali (CA125, CA19.9, HE4, CE15.3 e CEA) eseguito attraverso un semplice prelievo del sangue, se il quadro ecografico è sospetto. Se permane il dubbio si associa una TAC addominale ed eventualmente una PET che permette di valutare aree ad elevata attività metabolica in modo molto affidabile. 
Una nota importante riguarda il Pap test, esame che, per questa tipologia di tumore, non ha alcuna validità diagnostica. 
La preoccupazione principale è quella di capire se si è di fronte ad una neoplasia circoscritta o se la malattia ha già preso piede diffondendosi nella zona pelvica e oltre. Per questo in questa fase vengono eseguite una gastroscopia ed una colonscopia per escludere una primitività da parte dell’apparato gastrointestinale. 

STADI DELLA MALATTIA
Il carcinoma ovarico può essere diagnosticato in diversi stadi. 
Per “stadio” si definisce lo stato di diffusione della malattia ovvero:
Stadio I: limitato alle ovaie.
Stadio II: su una o entrambe le ovaie ed esteso anche agli organi pelvici.
Stadio III: su una o entrambe le ovaie, esteso agli organi pelvici e/o con metastasi ai linfonodi della stessa zona.
Stadio IV: con la presenza di metastasi anche a distanza dalla zona delle ovaie (fegato, polmoni).
Una buona o una cattiva prognosi dipendono dallo stadio del tumore al momento della diagnosi che deve essere il più tempestiva possibile.
Se la malattia viene diagnosticata in stadio iniziale, cioè in pazienti con un tumore in stadio IA o IB, limitato cioè alle ovaie e con assenza di ascite e capsula intatta, la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è di circa il 90%.
Se la malattia viene diagnosticata in pazienti con tumore in stadio IC, cioè con rottura della capsula, la possibilità di sopravvivenza a 5 anni scende al 75-80%.
Se la malattia viene diagnosticata in stadi avanzati la prognosi dipende dal tipo di tessuto intaccato, dai livelli di marker tumorali e da quanta massa tumorale è stata asportata chirurgicamente. Si calcola comunque che per tumore diagnosticato in stadio III la sopravvivenza a 5 anni sia pari al 45% e per una diagnosi in stadio IV la possibilità di sopravvivenza a 5 anni sia del 25%.

TERAPIA
Trattamento chirurgico
La chirurgia rappresenta uno step centrale del trattamento del tumore ovarico. Essa è utilizzata per porre la diagnosi della malattia e per la stadiazione del tumore ovarico, oltre che per rimuoverlo più radicalmente possibile. Nelle pazienti con malattia in stadio avanzato, la chirurgia, oltre a valutare l’estensione della malattia, è finalizzata all’asportazione di tutto il tumore visibile (chirurgia citoriduttiva o di debulking). Se la malattia viene asportata radicalmente il guadagno in termini di sopravvivenza per la paziente arriva a 40 mesi rispetto a pazienti in cui l’intervento chirurgico non ha asportato completamente la malattia.
Anche nelle pazienti con malattia allo stadio iniziale, la chirurgia svolge un ruolo fondamentale. Permette infatti una corretta stadiazione al fine di impostare un adeguato management post-operatorio. Inoltre, in mani esperte, l’approccio chirurgico può essere “modulato” in funzione della diffusione di malattia, dell’età della paziente e del suo desiderio riproduttivo.
Trattamento farmacologico 
La chemioterapia di prima e seconda linea rimane, dopo la chirurgia, il trattamento cardine per il trattamento del carcinoma ovarico e si avvale di un trattamento farmacologico standard a base di paclitaxel e carboplatino, a tutt’oggi la combinazione terapeutica di riferimento.
Ma negli ultimi anni, per lo più in associazione alla chemioterapia, si sono affermate nuove terapie dette “a bersaglio molecolare”. Si tratta di farmaci rivolti verso un bersaglio specifico identificato come particolarmente importante nella genesi o nella progressione di una determinata neoplasia. Come per molte forme di cancro, anche per il tumore ovarico un bersaglio molto importante è rappresentato dall’angiogenesi, ovvero dalla crescita dei vasi sanguigni creati dal tumore per rifornirsi delle sostanze nutritive e dell’ossigeno di cui ha bisogno per crescere e diffondersi. 
La terapia anti-angiogenica aggredisce la malattia arrestando appunto il processo di sviluppo dei vasi sanguigni di cui il tumore ha bisogno per proliferare e diffondersi in altre regioni del corpo. L’uso del trattamento anti-angiogenico nel tumore ovarico offre quindi una nuova importante opportunità. 
Capostipite di questa classe di farmaci è il bevacizumab, un anticorpo monoclonale che lega e blocca in modo specifico la proteina VEGF (fattore di crescita endoteliale vascolare) che ha un ruolo chiave nell’angiogenesi. 
Bevacizumab è stato il primo farmaco biologico approvato in Europa ed è il primo inibitore dell’angiogenesi per il trattamento delle donne colpite da tumore ovarico in stadio avanzato non pretrattate che è in grado di ritardare le recidive e prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia. Bevacizumab è disponibile e rimborsabile in tutta Italia. 
Un’altra classe di farmaci che si affaccerà presto nel trattamento delle pazienti con carcinoma ovarico che presenta la mutazione di BRCA, è rappresentata dai PARP-inibitori.

Trattamento psicologico 
Trattamento non significa solo intervento chirurgico e chemioterapico ma anche altri tipi di supporto sia fisico che psicologico a seconda delle esigenze del paziente: da un supporto psicologico individuale a gruppi psico-educazionali per arrivare alla psicoterapia di gruppo e a un supporto alle coppie. Vivere una dimensione di gruppo aiuta psicologicamente ad eliminare il senso di solitudine e di esclusione che spesso nasce già al momento della diagnosi di tumore e rivitalizza fisicamente grazie a sedute dedicate a tecniche di rilassamento muscolare e tecniche di respirazione. 

L’IMPORTANZA DEL CENTRO DI CURA SPECIALISTICO
In tempi più recenti medici e ricercatori hanno condiviso la convinzione che l'eterogeneità dei tumori ovarici ne fa una malattia molto complessa che ha un diverso andamento clinico e una diversa risposta alla terapia nelle diverse pazienti. Pertanto il tumore ovarico richiede sempre più trattamenti personalizzati (targeted therapies) che solo i centri di cura specializzati sono in grado di fornire. 
In questi centri si lavora sia per individuare nuove modalità di trattamento (come ad esempio le terapie personalizzate per le pazienti con tumore ovarico derivante da mutazione dei geni BRCA) sia per identificare l’esatto profilo genetico delle pazienti che ha un impatto importante sulla scelta del tipo di terapia.
In fase di cura è quindi importante rivolgersi, sin dall’inizio, a questi centri che sono dotati di tutta una serie di requisiti sia a livello chirurgico che di terapia medica che di supporto fisico e psicologico.

Per aiutare nella scelta del centro specialistico la Società Europea di Oncologia ha identificato la seguente serie di criteri guida:

1) disponibilità nello stesso ospedale di:
laboratorio di Ematologia;
Radiologia;
Ambulatori;
Anestesiologia;
Terapia intensiva;
Endoscopia;  
Criopatologia;
Citologia;
Radioterapia;
Oncologia Medica;
ufficio raccolta dati;
Psico-oncologia;
Medicina Nucleare;
Chirurgia Plastica e Ricostruttiva;
Chirurgia Vascolare;
cura della Stomia;
trattamento di Linfoedema;
cure palliative.

2) collaborazioni regolari di:
due oncologi ginecologi;
specialista di Radioterapia;
oncologo clinico;
specialista di Chemioterapia (oncologo ginecologo o oncologo medico);
radiologo; 
istopatologo;
specialista in Infermeria clinica.

(Comunicato Stampa a cura di Pro Format Comunicazione)

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