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sabato 30 dicembre 2017

Knockout del Foggia. Sarà un giro di boa davvero difficile

L'Editoriale di Nico Baratta


Non meno di 50 giorni, e precisamente sabato 4 novembre, in un articolo “Partenza da leoni, arrivo da …diciamo pecore. Il Foggia non s’è desta”, scrissi che la squadra di calcio del Foggia era in deriva. Purtroppo lo è ancora. E come anticipai nella brevissima sinossi, anche questa volta non sarà la sintesi dell’ennesima sconfitta in casa dei rossoneri, bensì un’analisi aspra, a tratti erosiva e provocante. Contro ogni regola giornalistica mi esprimo in prima persona perché è ciò che penso. E lo dico senza remore e censure, affinché le menti degli altri si aprano e riflettano.

Brutta partita, l'ennesima in casa, quella del Foggia contro il Frosinone, che ricorda quella contro il Cittadella. Con 2 reti a 1 i Satanelli di Mister Stroppa e patron Sannella perdono rovinosamente. In campo, bisogna dirlo, si son viste due squadre, ma quella ospite ha saputo finalizzare due tiri, mentre i rossoneri sembravano osservatori. Si continua a cincischiare nell'area piccola offrendo palloni d'oro agli avversari che, guardinghi, ne approfittano e gonfiano la rete rossonera. È vero, certo, in pieno recupero il Foggia poteva riaggiustare una partita che sul campo non ha latitato, ma si è mangiato un goal, continuando con quei palloni buttati al vento, in alto, oltre le reti degli spalti. Ancora una volta i Satanelli cedono il testimone agli ospiti, mentre lo brandiscono in terra altrui. Un'equazione irrazionale, dall’esecuzione arzigogolata e con risultato evanescente.

Un epilogo amarissimo che ha partorito l’ennesima contestazione dei tifosi contro un Foggia Calcio che continua a produrre fumo. La piazza foggiana è divisa: c'è chi non vuole più a Stroppa, chi gli conferisce fiducia, mentre nei salotti sportivi, specie televisivi, si continua impunemente a coprire il fallimento di una società sportiva. Un progetto calcistico che aveva promesso un campionato di stabilità. Circa 9000 abbonamenti venduti con una campagna pubblicitaria da star, contrariamente a quella acquisti che doveva essere azzeccata fin dal primo giorno per una categoria attesa ben 19 anni. Ed invece ha prodotto l'ennesimo sortilegio di chi si affida a stregoni piuttosto che ad esperti.

A Stroppa lo si vorrebbe fuori. Ma con la nomea acquisita in rossonero, foggiana non quella milanista, riflettendo, chi lo vorrà? Meglio che rimanga e che si riscatti durante il girone di ritorno, con nuovi acquisti non imposti ma scelti. E qui il nuovo DS Nember ha una responsabilità che non può tradire la piazza foggiana. Tanto di cappello verso Stroppa, campione di Champions League. Ma da campione sul campo da calciatore ad allenatore c'è un abisso che molti affrontano e pochi superano.

Il 20 gennaio 2018 ci sarà il giro di boa. Contro quel Pescara che ci ha umiliati con ben cinque reti, avremo lo stesso allenatore che in questa partita si è complicato la vita con sostituzioni discutibili e forse un tantino di parte? Non sono un tecnico e tantomeno lo sono i tifosi e quei “poltronai” televisivi ma il campo è la verità, quella amara, non beffarda e soprattutto vicina a chi non sa vedere oltre il suo naso. Ogni tanto tendere l’orecchio fa bene.
Sicuramente ci saranno nuovi acquisti in dirittura d'arrivo, ma bisogna saperli sceglierli e poi gestire. Stroppa ci riuscirà? Il Foggia Calcio ci riuscirà? Luca Nember profetizzi il ritorno poiché finora potrebbe essere l'unico a drizzar una barra indirizzata storta fin dall'inizio del campionato.

Siamo a 22 punti, quartultimi in classifica, in piena zona play-out, con altre tre squadre un tantino più giù pronte a soffiarci la posizione, per farci sprofondare in quel dirupo difficile da scalare.

Comunque al cuor non si comanda, perciò tra fischi, fiaschi e knockout sempre Forza Foggia.

[foto Foggia Calcio]

lunedì 30 ottobre 2017

Amo Monte quanto Foggia, ma qualcuno non lo comprende

L'Editoriale di Nico Baratta


Amo Monte quanto Foggia, ma qualcuno non lo comprende perché pensa con la tessera, non con la testa, la propria. Eppure dovrebbe esser aperto per la sua giovane età, che lo proietta verso futuri migliori se riuscisse a liberarsi dai fantasmi, ormai agonizzanti e sempre belligeranti nel loro alveo di quei rivoli di correnti acefale, che logora il suo impegno, pur credendo il contrario. Ma forse non lo sa o glielo fanno credere pur di far rimanere a galla un progetto dove lui è l’agnello sacrificabile. Ed è qui che c’è il mio impegno giornalistico e sociale, per allontanare gli spettri di una politica partitica, qualunque essa sia, distratta nel garantire la Res Pubblica, che condanna per indizi e cuginanze, perciò non prove, divenuta unilaterale per meri fini di potere, anche dissacrante. Monte merita il meglio, che c’è ma che ora è chirurgicamente adombrato.

Purtroppo siamo alle solite. In politica, perché in questo ambito si crede che essere eletti significa poter tutto, lo scarica barile diventa strumento di difesa per ciò che non si riesce a fare. E spesso lo è anche di offesa, inteso come spergiuro. Se qualcosa va male è sempre colpa di quello che lo ha preceduto. Una tattica che prende alla pancia l'elettore, ma che a lungo andare si esaurisce, come le energie, per far spazio alla mente, che elabora e giudica. 

Un buon amministratore deve anche riconoscere i suoi limiti, deve riconoscere il lavoro svolto dal precedente e ottimizzarlo, ma sempre dandogli i meriti. Invece non è così. Si assiste sempre all'auto celebrarsi pur non facendo nulla o poco, e male. Con questo comportamento si distrugge il territorio, si condanna la comunità a soffrire e pagare sbagli evitabili. 

Un sindaco, seppur tesserato per un partito, deve assolutamente far ciò che la comunità ha bisogno, non il bisogno del partito. E soprattutto deve pensare col proprio cervello, non con quello di chi lo ha proposto per la carica, a prescindere dal partito: per me ormai uno vale l'altro, pur avendo le mie ideologie. 

Ovviamente è una mia opinione, che piaccia o meno, non m'interessa perché è la mia. E la dico, la scrivo, come sempre e liberamente. 

Il cambiamento è un'azione difficile, raggiungibile solo se si è liberi da logiche partitiche, mettendo da parte gli interessi di pochi per attuare quelli di molti, nello specifico dei montanari, stanchi di contese obsolete e autarchiche come editti bulgari. 
Suggerisco (non consiglio perché lo fa il medico) chi amministra di studiarsi bene Kant e Marx poiché nei loro scritti c'è la morale, la pace e la pubblica e piena utilità della Res Pubblica applicata e non favoleggiata nei comizi che tanto attirano quanto poi sconfortano dopo le cariche assunte. Consiglio anche di rileggersi (perché gli studi fatti, quelli classici, lo attestano) Platone e Socrate perché grazie a loro, con le loro agorà, la democrazia non è solo una parola, bensì fatti concreti. Non mi dilungo nel suggerire anche una buona e piena lettura del "mio" Giordano Bruno; potrebbe esser troppo impegnativo e dispendioso in termini di tempo e di energie da riporre principalmente nella gestione comunale. 

Ad Maiora!

domenica 8 ottobre 2017

Ma Foggia è ancora un capoluogo di provincia?

L'Editoriale di Nico Baratta

Sarà un dubbio o una realtà pregressa che il capoluogo di provincia sia Manfredonia invece di Foggia? Con l’ultima ascesa presidenziale di un manfredoniano, dopo anni di egemonia sipontina, e con quelle costiere in essere in altri consorzi, agenzie, confederazioni, enti, parchi, il dubbio è lecito.

Con il cambio di guardia al Consorzio per l'Area di Sviluppo Industriale di Foggia, meglio conosciuto come ASI, si potrebbe dire che Manfredonia ha preso il posto di Foggia. E ciò lo è da tempo. La politica di Capitanata alla luce delle tante decisioni intraprese in queste anni ormai ha sede strategica e decisionale nel golfo sipontino. E non si parla solo di quella di centrosinistra, che fa e disfa tutto ciò che ritiene conveniente, il Parco del Gargano ne è la controprova, seppur ora la presidenza è in uscita. L’ASI veniva da un vertice altrettanto manfredoniano. Come pure lo è quello della Confcommercio e di Confindustria. E la lista non si ferma qui poiché a Foggia le sedi di consorzi, agenzie, confederazioni, enti, parchi, e chi più ne ha più ne metta, sono di sede foggiana ma con presidenti di altri città. Fa un certo senso ascoltare congratulazioni da queste cariche poiché sono internos e partigiane, bacie e abbracci in camera caritatis considerando che hanno gli stessi natali e tessere. Meglio, ma un tantino, quelle di personaggi contrapposti che, educatamente congratulandosi lanciano messaggi subliminali da controllori della gestione dei patrimoni multi milionari gestiti e amministrati. Ovviamente nulla di personale contro queste persone, ma l’analisi politica è doverosa farla, a maggior ragione di fallimenti manageriali di enti pubblici.

Perciò, Foggia è ancora un capoluogo di provincia?

Il problema sembra secondario. In realtà è l’attualità pluri ventennale che colloca Foggia in una posizione subalterna a chi con la politica e suoi amici decide presidenze e future strategie economiche e infrastrutturali per il capoluogo dauno e parte della Capitanata. Insomma decide il partito, non il buon senso di conferire a consorzi, agenzie, confederazioni, enti, parchi, una persona che sia la sintesi del sentore popolare, tra l’altro con capacità manageriali comprovate e non surrogate dalla politica. Chi ci rimette le penne son sempre i cittadini. Non a caso i Monti Dauni sono la testimonianza di scelte scellerate in tal senso avvenute da oltre un ventennio. Un’area dimenticata, caduta nell’oblio politico delle azioni da intraprendere e rinverdito solo come contenitore consensuale elettivo. Le dovute e giuste battaglie portate avanti da alcuni sindaci del sub Appennino Dauno sono l’emblema della sempre “ristrettezza economica” comunicata dalla Regione Puglia l’indomani di denunce e richieste per sopravvivere e ridare sicurezza a un territorio morfologicamente fragile. Ciò è sintomo di una debolezza politica di Foggia nei confronti di chi con fatti è popolarmente e democraticamente riconosciuto sostenitore, anche apologeta, del nostro territorio. Di menagrami in casa ne abbiamo tanti, e quasi tutti lo diventano quando si rifugiano sotto il tetto di Via Capruzzi, come a riconoscenza del lauto compenso avuto. Gli stessi che poi chiedono voti, diventando pupari di farlocchi quaquaraquà del territorio, specie garganico.

Stessa sorte tocca all’altra sponda di un territorio variegato, dove perfino i microclimi contribuiscono a eccellenze naturali invidiate da tutto il mondo. Il Gargano paga un prezzo altissimo, come i Monti Dauni, anche sul piano sicurezza, infrastrutturale e turistica. La Regione Puglia ancora una volta a parole rilancia la Capitanata, conferendogli, sempre a parole, la centralità della Protezione Civile per mitigare l’annosa e controversa situazione aeroportuale del Gino Lisa. Contestualmente dimentica le emergenze strutturali di un territorio che di giorno in giorno frana e con esse le aspettative di crescita e sopravvivenza di piccoli comuni.

Tuttavia Manfredonia sulla carta politica è il capoluogo. Eppure il fallimento del centro sipontino è palese, oltre che con un bilancio sotto lo zero, anche con una zona industriale che ha visto chiudere a grappolo le realtà che un tempo erano pubblicità per chi oggi ricopre poltrone verticistiche. La vergognosa vicenda Sangalli è l’ultimo tassello del fallimento politico e sindacale di una Manfredonia che politicamente conferisce mandati e poltrone. Una città che dovrebbe far “Fronte Comune” con i centri limitrofi ed invece si chiude a riccio, tenendo fuori la zona di Macchia. È vero, Macchia appartiene a Monte Sant’Angelo, ma i contratti d’area sono in capo a Manfredonia. Gioco perverso ma redditizio per poltrone. E non sarà il biscottino dato a Monte con un’ambulanza medicalizzata, ma per sei mesi, a redimere coscienze che sembrano pentite delle scelte fatte.

Una volta per tutte questi vertici vogliono essere chiari? Il Gargano crescerà con investimenti mirati o perirà per investimenti deviati? I Monti Dauni franeranno? Il Tavoliere riavrà la sua centralità agricola, granaria e senza versar sangue rosso pomodoro? A Foggia riapriranno sedi storiche di servizi pubblici portati a Bari? Ed avrà un progetto industriale che la finalmente collochi al centro dell’economia locale? Macchia che ruolo avrà nel contesto complessivo del disegno partitico di chi oggi si accinge ad amministrare un consorzio che ha come obiettivo la crescita industriale che non è solo quella di Foggia?

Tutti loro parlano di turismo garganico, ma nessuno si preoccupa di corredarlo di infrastrutture ricettive, di programmazione costruttiva per ridare fiato alle imprese e agli artigiani locali. E se si crede che un aeroporto sia la chiave di volta, dobbiamo star ben attenti che la serratura sia sicura, la stessa di un casello autostradale che fa l’amore con un centro intermodale mai dichiarato e con una “baffo” ferroviario ormai dai peli ingrigiti, oltre che d’ostacolo allo snodo foggiano. Una serratura violata, abusata, stuprata.

Monte Sant’Angelo, un esempio tra i tanti, è sotto l’occhio del ciclone mediatico e dello Stato, e grazie disgraziatamente a quest’ultimo sta ottenendo una pubblicità nazionale che la sta etichettando “capitale della mafia locale”. Un’onta che neanche la varechina potrà sbiancare. Alcuni giorni fa a Monte ha fatto visita il Procuratore Nazionale Antimafia; perché non gli è stata offerta la cittadinanza onoraria consegnandoci le chiavi della città, cosicché sarebbe stato lui a governare un luogo ritenuto mafioso? Forse avrebbe azzerato tutto, o forse avrebbe continuato: non lo sapremo mai. Certo è che l’onta rimarrà e neanche chi oggi governa il centro angiolino ha avuto la sensibilità e dovere istituzionale di farlo pubblicamente. Ma si, è meglio postare su facebook ciò che conviene, tralasciando le urgenze che i montanari chiedono da tempo e tra altro “gridati” in campagna elettorale. E tutto per compiacere altrui.

Manfredonia capoluogo di provincia? Finanche il Parco Nazionale del Gargano, seppur in attesa da mesi della nuova presidenza, ha un vertice manfredoniano. Certo, il territorio è quello e chi lo amministra è del luogo, ma è pur sempre espressione politica. Una leggenda ridondante che si ripete nei corridoi partitici politici dice che se al Parco della Murgia c’è un presidente di espressione politica, quello del Gargano spetterebbe all’altra parte politica. Insomma, purché vi sia un vertice controllato dai partiti. Sarebbe ora che al Parco del Gargano il vertice sia conferito a una persona trasversale alle lobby partitiche, ad un manager che sappia promuovere e far crescere un’eccellenza che racchiude altre eccellenze, finanche UNESCO. Ci vorrebbe una persona che viene dall’associazionismo no-profit, che negli anni ha centuplicato le risorse e tutte a beneficio della collettività, e che sappia anche governare un ente che urge di “riparazioni” infrastrutturali, territoriali, costiere, boschive, abusivamente lasciate alla malavita organizzata. Ci vuole un uomo al di fuori degli schemi politici e che sa far sintesi e aggregazione. E se Manfredonia non ha un uomo di tal elevata competenza, chi lo esprimerà? Si spera Foggia, e basta leggere le carte e rendersi conto che l’uomo c’è, tutti lo conoscono ma nessuno lo nomina perché sanno che farebbe meglio di loro.

Ma se Foggia sulle carte partitiche politiche non è più capoluogo di provincia, un responsabile ci deve pur essere. Trent’anni di abusi politici, di pronazioni e accondiscese scelte, hanno depauperizzato la Capitanata, privandola di ciò che onorevoli foggiani, col sudore e la pressione popolare, erano riusciti ad accentrare a Foggia.

Ma ora con il decentramento costiero del potere politico di che morte moriremo?

mercoledì 23 agosto 2017

Terremoto che c’è, risparmio che trovi

L'Editoriale di Nico Baratta


Ci risiamo. Un’altra ferita lacera il Belpaese. Una pugnalata alle spalle a già chi vive, consapevolmente, tra tufi, pietre, malta scadente e servizi precari. Il terremoto che ha colpito la bella e florida isola di Ischia è l’ennesima piaga di un paese che arranca tra doveri e rispetto delle norme. Una magnitudo del 4.0 della scala Richter, di pochi attimi, è bastata a radere al suolo un preciso punto dell’isola. Casamicciola alta quasi non c’è più. E con essa chi ci vivrà, perché ritornare ad abitare laddove si sbriciola il muro non è la dimora che ti dovrebbe proteggere. A due persone l’ha uccise, due donne, Lina Balestrieri, 59 anni, mamma di sei figli, perita a causa della caduta di calcinacci presso la Chiesa di Santa Maria del Suffragio, e Marilena Romanini, 65 anni, che era in vacanza, tra l’altro ospite presso l'abitazione di un'amica in via Serrato a Casamicciola. Il bilancio è pesante per una scossa di lieve entità, 42 feriti, meno male non grave. Il fiato sospeso si è tenuto per i tre fratellini rimasti intrappolati nella loro abitazione, laddove Pasquale prima, Matthias poi e Ciro dopo, cercano riparo ogni giorno. Ed invece erano li quasi per trovare la morte. 2600 sono gli sfollati su un’isola che d’inverno ha al massimo 30mila anime e d’estate è compressa. Grande, faticoso ma importante e professionale è stato il lavoro dei Vigili del Fuoco e di chi sotto il simbolo della Protezione Civile hanno collaborato per salvare vite e ridare un sorriso a chi lo stava perdendo. Un’intera area rasa al suolo e con essa le speranze di un futuro nella loro “antica” Casamicciola. 

Ci risiamo. Il dopo sisma fa interrogare sulle leggi che dovrebbero tutelare il cittadino da crolli. Un interrogativo che ritorna, ridondante, e sempre colto a pennello da chi della parola ne fa un’arma a difesa piuttosto che costruttiva e fattivamente messa in opera. Ci si chiede perché a Casamicciola vi fossero ancora abitazioni costruite con materiali decadenti, al risparmio, pur di dare un tetto a promesse elettorali. E la litania ritorna, abbondante tra le cronache e le accuse. Condoni facili e malte scadenti e piani alzati laddove il peso ha la sua importanza sono spunto di accuse tra politici, non riflessioni per far meglio. Il territorio colpito, e tutti lo sappiamo, non è tra quelli più sicuri. Quella è una terra che ha sempre tremato e continuerà a farlo. Ischia stessa è un vulcano e con esso tutta la gran parte della costa campana è un vulcano. E lì si continua a costruire abusivamente, occupando metri quadri che la natura prima poi rivorrà indietro, senza alcun contezza della stabilità edile e staticità sismica. E ciò chi ci governa, a tutti i livelli, lo sa molto bene con orecchie da mercante. Ma se abbatti non ha più voti, se strizzi l’occhio li guadagni, se li chiudi li ottieni. È la solita tiritera, la colpa non è mia, è la tua che hai costruito, ed io secondo leggi “carpe diem” ti condono, tanto la legge lo prevede. Ora tutti chiedono spiegazioni, vogliono i colpevoli. Io sono un abusivo per necessità il coro che si ripete. E dall’altra parte si odono echi lontani ripetendo io non sapevo nulla e se sapevo ho agito secondo legge.

Ci risiamo. C’è chi parla di prevenzione, chi di sicurezza, chi dice te l’avevo detto. Nessuno, però, si preoccupa per formare le popolazioni a simil disastri. Ogni tanto si ode una sirena, solo dove ci sono i soldi, bei vestiti e macchine lussuose, per un’apparente prova di evacuazione. Ma nessuno di chi governa obbliga a farle compiere sistematicamente per educare il cittadino. E se si fanno è solo per apporre una firma su un pezzo di carta (…come l’avrebbe usata Totò) per fugare ogni dubbio e declinare responsabilità. 

Ci risiamo. La colpa è del territorio, fragile, a rischio idrogeologico, franoso, son le giustificazioni di chi non vuol spendersi, spesso impopolare, per non far costruire laddove prima o poi Madre Terra rivorrà il maltolto.

Ci risiamo. Promesse di nuove abitazioni, veloci, sicure, accoglienti e calde d’inverno e fresche d’estate, le prossime parole “fatue” di chi avrebbe dovuto non far costruire, non condonare e abbattere laddove oggi ci sono macerie. Ricostruire costa, e tanto, la nuvoletta che giace perenne sul capo del capo. Promesse come le altre, dove si vive ancora in tendopoli, roulotte, prefabbricati, alberghi ma per poco perché costano e devono giustamente dar da mangiare a chi li ha e chi ci lavora.

Ore 20:57:51 del 21 agosto 2017 l’isola di Ischia e costa Flegrea tremano. Pochissimi attimi in un black-out repentino e tutto crolla per una scossa lieve di magnitudo Md 4.0. L’assurdità è in noi, non nella Terra alibi perfetto per chi specula. 

Ad Maiora!

[foto by MeteoWeb]

venerdì 9 settembre 2016

La “Cultura della Legalità” a Monte? Certo, ma senza scheletrucci nell’armadio

L'Editoriale di Nico Baratta

Correva l’anno 2012, e precisamente il mese di gennaio (ben 4 anni e mezzo fa), quando alcuni media locali dell’Agro Romano e non solo, pubblicavano una notizia che a breve sarebbe diventata virale. Lo stato attuale del modus operandi, che altro non è il diretto frutto del modus pensandi dell’uomo inteso come persona, porta a far notizia una simile azione. Merito o demerito di alcune forze politiche che da qualche anno puntano il dito contro ogni azione che viola la legge, non quella scritta che con un cavillo capovolge le sorti dell’accusa, bensì quella del viver sani e in piena legalità, che non sempre combacia con la giustizia. Forze politiche che si son riviste dentro, che son nate da poco, che hanno virato verso una meta difficile da raggiungere ma ottenibile. E questo è un bene perché ha risvegliato coscienze assopite dall’assordante silenzio indotto da chi ci governava e amministrava. Peccato che chi ha il potere di far rispettare la legge spesso applica “cavilli” –legali, s’intende- che riaddormentano molti, semmai inducendoli a “vedere” altre mete spesso frutto di promesse fatue e sospese da oltre trent’anni. Peccato…

Comunque, prefazione scritta, oggi son qua per comunicare qualcosa che la comunità di Monte, e altre, deve assolutamente sapere e che sicuramente già sa ma con alcuni particolari che spesso non vengono detti. Ormai tutti a Monte sono a conoscenza che alle ore 10, nella sede comunale, con la Delibera Comunale n°116  del 19 agosto 2016, i tre Commissari Prefettizi Straordinari, Andrea Cantadori, Alberto Monno, Sebastiano Giangrande, con l’approvazione dovuta dei dirigenti in materia (meglio se dico placet o exequatur .. è vero il tempo regio ecclesiastico è (?) trapassato) voluti a Monte Sant’Angelo da Alfano-Renzi&Co., hanno conferito a titolo gratuito al pensionato (o quiescente come si dice nell’Arma) Generale di C. A. dei Carabinieri, Sergio Sorbino, classe 1943, il mandato di occuparsi di “Cultura della Legalità” (termine che per primo ho scritto da alcuni anni ma che se detto da personalità viene enfatizzato,…chissà perché…) e “Sicurezza locale nella doppia accezione di contrasto all’illegalità e di tutela dell’incolumità delle persone”. Il tutto estendibile per un anno e ripeto gratuitamente. Il conferimento è ottemperante al D.L. n°90, art. 6, del 24/06/2014, poi convertito nella legge n° 114 che consente alla Pubbliche Amministrazioni di instaurare rapporti di collaborazione gratuita con personale in quiescenza o pensione qualsivoglia dicasi. 

Se scrivo solo ora questo mio articolo, o editoriale che sia, è perché ho voluto attendere che il Generale fosse stato presentato da chi lo ha investito e anche dalle forze politiche che attualmente (…chissà perché…) sembrano in sintonia con chi amministra straordinariamente il comune garganico. Monte Sant’Angelo, come qualcuno sommariamente ha detto, potrà avvalersi “della competenza e della professionalità” di un alto militare che nella sua carriera ha svolto “attività di prevenzione e contrasto della criminalità consentendogli di raggiungere importanti obiettivi culminati negli incarichi di Direttore delle operazioni antidroga e poi di Direttore fondatore del Servizio di Analisi Criminale del Ministero dell’Interno”. Nulla da eccepire giacché il Generale Sergio Sorbino merita questi appellativi, queste onorificenze, queste dimostrazioni di vicinanza e apprezzamento; i risultati son giunti. Ma l’attesa per questa pubblicazione è anche frutto di una mia riflessione: il 3 settembre si è ricordato il Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, un’icona, un simbolo della Legalità. Uomo tutto d’un pezzo e senza ombre e scheletrucci indiretti nell’armadio di famiglia, perciò pienamente degno di promuovere quella “Cultura della Legalità” tanto citata da chi politicamente ne fa uso e abuso in comunicati e convegni. Ma poi i fatti rivelano altro…

Bene! Tuttavia e se non erro la legalità va fatta perseguire da chi è senza macchia, vero? O meglio, si cerca  chi lo è, soprattutto per dar un segnale positivo alla comunità. Oddio, nessuno, compreso me, può scagliar la prima pietra. Ma in un contesto come Monte dove per anni si è parlato di faide, di mafia, di uccisioni, di corruzioni, di connivenze e collusioni, di… tutto e di più,  per poi essere ingigantito da una Commissione Parlamentare Antimafia pur di prevalere politicamente, mentre innanzi a essa si consumava Mafia Capitale con tanto di arresti eccellenti tra consiglieri e assessori di  parte, è  possibile che chi ha anche uno scheletruccio nell’armadio sia stata l’unica scelta per incoraggiare i Montanari alla legalità? Non me ne voglia il Gen. Sorbino, nulla di personale. Sono un giornalista e riporto le cronache, documentate, e la storia ci ha insegnato che per tal compito l’esempio è prioritario (vedi il Gen. Dalla Chiesa) ed avere un familiare impantanato con la legge non è un’amabile dimostrazione. La gente parla, specie nei piccoli paesi e laddove il termine Legalità è stato spesso martoriato da “stupri mediatici”. Le cronache nazionali raccontano di un problema che “affligge” il figlio del Generale, Stefano Sorbino, classe 1971, attuale Dirigente del Servizio “Area Tecnico - Operativa” della Direzione Corpo di Polizia Municipale di Catania, con funzioni di Vicecomandante.  Uomo di 45 anni, con una carriera da far invidia a molti, con incarichi di primaria importanza e onorificenze di tutto rispetto e il suo C. V. lo attesta positivamente. Sia chiaro Gen. Sergio Sorbino, ripeto nulla di personale e rispettosamente verso Lei, chi l’ha scelta sicuramente lo avrà fatto in base alle sue peculiarità tecniche, alla sua Illustre carriera e capacità in materia. Ma secondo me lo ha fatto tralasciando –spero- un particolare che molti della comunità Montanara non gradiscono, quel “ossa in familia cubiculum”, meglio conosciuto come quello scheletro di famiglia nell'armadio. Un particolare che in piazza e tra i vicoli di Monte sta facendo discutere ed io, giornalista, non posso non ascoltare e riferire a mezzo stampa. Infatti c’è chi è contento, chi non lo è, c’è chi tace e chi annuisce, chi non lo accetta razionalmente perché si rende conto che la comunità soffre, è scontenta, è sottoposta a sacrifici onerosi e che non intravedono migliorie laddove la Commissione Alfano-Renzi&Co., ora avvallata da quella della Bindi&Co., avrebbe voluto lasciare un segno sacrificando uomini non appartenenti alla loro sfera politica. Ma c’è anche chi accetta a prescindere tutto ciò che i Commissari deliberano, come un dictat politico più che ammnistrativo (ora anche con matrice della Commissione Bindi&Co.) voluto da una controparte politica che vorrebbe riprendersi Monte pur sapendo che molte cose già fatte dai tre Commissari non sono state gradite dalla popolazione locale perché giudicate non produttive per la collettività. Sig. Generale questo si dice a Monte, ma nessuno lo scrive e nessuno lo enuncia pubblicamente poiché da tempo un gioco- che considero perverso- prevale sulle menti popolari, ovvero quello di far spallucce. 

Riprendendo il tema di questo mio articolo, (lo scheletruccio…), è giusto ricordare l’accusa mossa contro il figlio, ribadendo che molti montanari avrebbero preferito al comando della Legalità chi è senza macchia, seppur indiretta, che nell’Arma è un valore imprescindibile, in politica un peccato mortale.

Facciamo qualche passo indietro. Non a caso ho iniziato scrivendo “Correva l’anno 2012, e precisamente il mese di gennaio (ben 4 anni e mezzo fa), quando alcuni media locali dell’Agro Romano e non solo, pubblicavano una notizia che a breve sarebbe diventata virale”. Notizia virale poiché trattasi di un impiego pubblico di alta responsabilità conferita a mezzo concorso ma con presunto difetto. 

Mettetevi comodi e seguite ogni passo del sunto che racconta le vicende del figlio del Generale, Stefano Sorbino, in modo da avere un quadro completo e capire fino in fondo cosa vuol dire Legalità, quando questa dev’essere amministrata, gestita, fatta rispettare e farla conoscere sotto forma di Cultura, da una persona senza colpe ma ombrata da un problema che socialmente fa parlare e sparlare. 

Secondo quanto riportano le cronache di allora, del 25 gennaio 2012, dal portale www.ilcorrieredellacitta.com, è scritto che Stefano Sorbino, allora Comandante della Polizia Locale di Pomezia, sarebbe stato rinviato a giudizio per la copertura dell’incarico in corso poiché, secondo alcuni, non disponeva dei cinque anni di servizio, requisito necessario secondo legge. A dir il vero la causa riguardava il dirigente comunale che lo aveva ammesso al concorso, poi denunciato alla Procura di Velletri dal secondo classificato in graduatoria. Sorbino giustamente si difese e alla fine la causa cadde in prescrizione. Ma quando dal 17 marzo 2014, a tutt’oggi, prese servizio presso Catania come Vicecomandante della Polizia Municipale intorno a lui si è costituito un chiacchiericcio sulla giustezza del conferimento. Difatti, come riportato in un articolo del portale www.ienesiciliane.it (“Scoop Iene, Catania Comune: la vicenda del vicecomandante della “Municipale”. Che non dovrebbe stare là”) in data 12 giugno 2014 si evidenziò il problema legale che avrebbe visto Sorbino figlio non conforme alle regole per la copertura di quell’incarico. Nell’articolo è scritto che Sorbino avrebbe “prodotto all’amministrazione comunale la sentenza conclusiva di un vecchio procedimento penale (avviato in merito alla procedura che lo ha portato a ricoprire la carica di comandante a Pomezia) nel quale è rimasto coinvolto: procedimento finito con la dichiarazione di prescrizione”. Secondo le leggi vigenti per la copertura dell’incarico in essere il candidato “non deve aver riportato condanne penali con sentenza passata in giudicato e non avere pendenti a proprio carico procedimenti penali che comportino, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia, la destituzione del rapporto di lavoro con la P.A.” Sempre dal portale in oggetto possiamo desumere il perché del problema legale in questione, ovvero che “Questo significherebbe che al momento della presentazione della domanda era pendente per lui un procedimento penale: per questo non poteva essere ammesso alla procedura di mobilità, ma addirittura  la tipologia di reato prescrive l'immediata destituzione dall’incarico.” In altre parole, come ha scritto il portale ienesiciliane.it Stefano Sorbino “ha vinto il concorso il cui bando era stato pubblicato il 27 gennaio 2012 sulla Gazzetta Ufficiale della Regione.  La procedura di mobilità per la copertura, attraverso una selezione per titoli e colloquio, di un posto di vicecomandante era stata avviata dal comune di Catania nel giugno del 2012. Dopo che l’amministrazione Bianco ha approvato, nel luglio del 2013, il programma triennale del fabbisogno di personale che prevedeva questa assunzione, la procedura ha potuto avere corso.” Ma in data 01 luglio 2014, sempre il portale ienesiciliane.it ha scritto un articolo dove riporta una svolta importante del procedimento. Nel portale si legge testualmente che “Il 24 giugno scorso, si è tenuta, presso il Tribunale del lavoro di Catania, l’udienza, con procedura d’urgenza, che vede come attore Giovanni Magrì assistito dallo studio legale Fresta/Caudullo e come convenuto il comune di Catania (per il sindaco), la commissione di esami e Stefano Sorbino, il neo vicecomandante dei vigili urbani di Catania (alla guida di Viabilità e dell’Annona) e vincitore del relativo concorso, oggetto del ricorso… Alle precise rivendicazioni dei due procuratori del ricorrente, il legale del comune di Catania ha replicato sostenendo la legittimità dell'operato della commissione. Ma non solo: in sede di discussione è emerso che il neo vice comandante dei vigili urbani ha omesso di citare nella sua domanda di partecipazione al concorso che era, all’epoca dei fatti, sopposto a procedimento penale. A conferma di questo assunto, è stata prodotta in giudizio la domanda in copia di Sorbino e la sentenza del Tribunale di Velletri che ha assolto il neo vice comandante per prescrizione dall’accusa di concorso nel reato di abuso d’ufficio (che avrebbe determinato la vittoria al concorso per comandante della "municipale" di Sorbino presso il Comune di Pomezia), chiedendo al giudice di valutare l'opportunità di procedere alla trasmissione degli atti citati alla Procura della Repubblica di Catania. Il giudice si è riservato ordinanza.” Insomma, come ha precisato il portale ienesiciliane.it, quella mattina a Catania “la legalità a Catania ha mostrato tutta la sua vigente forza. D’impeto”. Come ben sappiamo i tempi della giustizia italiana sono elastici, anche troppo, e nel frattempo chi le deve o dovrebbe qualcosa continua nel suo operato. “Non c’è “periculum in mora” secondo i giudici del Tribunale del lavoro, di primo e secondo grado, in sede di procedura d’urgenza (cosiddetto “articolo 700”): il dott. Giovanni Magrì, ufficiale di polizia giudiziaria presso la Procura distrettuale della Repubblica di Catania, può attendere il giudizio di merito. Tradotto: anni e anni. La “giustizia” arriverà? Forse, magari quando arriverà non servirà a nulla. Questo, per il momento, è lo “stato dell’arte” nella causa che Magrì ha intentato, con ricorso, contro il comune di Catania, la commissione esaminatrice procedura di mobilità, e il dott. Stefano Sorbino, vice comandante della “municipale” di Catania, vincitore del concorso, oggetto del contenzioso. Anche in sede di reclamo, il tribunale ha dato torto a Magrì: niente “periculum” in mora, insomma nessun “danno irreparabile” –secondo i giudici- per il ricorrente. Che ne occupino i giudici di merito.” è quanto scritto, ancora, dal portale ienesiciliane.it in un articolo intitolato "Diritto alla catanese, concorso per Vicecomandante della "Municipale": per i giudici non c'è "danno irreparabile". la giustizia può attendere". Ora, quali sono i giudici di merito? Qui stiamo parlando di un problema legale strettamente connesso a procedure scritte nelle leggi per ricoprire un posto di lavoro e il “periculum mora”, ovvero il pericolo/danno causato dal ritardo, per la parte lesa che vorrebbe essere riconosciuta la piena legittimità della carica pubblica e perciò i propri diritti minimi ai fini del concorso, una volta decaduto, perciò non accolto dal Tribunale, potrebbe innescare altre cause quali per esempio sull’aspetto economico o sociale, perfino sul piano familiare e personale. Cause o concause che vedrebbe la «parvenza di buon diritto», il “fumus boni iuris”. È come dire che se non possono essere riconosciuti i diritti ai fini concorsuali, il procedimento non dovrebbe generare altri danni. Insomma, parvenza per una giustizia su misura. 

So bene che mi sono dilungato, chiedo venia, ma certe cose vanno dette, fatte conoscere a tutti i Montanari che tra un anno dovranno decidere chi li deve amministrare. E lo devono fare con razionalità e conoscenza. Chi è stato defenestrato da Alfano-Renzi&Co., con il proseguo e “proseliti” della Bindi&Co. (cosa che non è avvenuta a Roma per Mafia Capitale pur essendoci arresti illustri e di parte con mansioni governative cittadine) ha il sacrosanto dovere di riavere quella dignità rubata. I tribunali stanno valutando e ad oggi danno ragione agli ex di Piazza Roma, meno a chi dirige. 

Non me ne voglia il Generale Sergio Sorbino; a lui va la mia stima e gli auguri di buon lavoro. Stesso dicasi per il figlio Stefano che si attiene alle decisioni della Legge. Ciononostante, e la quotidianità ce lo insegna, la Legge spesso non è in simbiosi con la Giustizia, a volte è in osmosi, che figurativamente parlando manca di intima associazione tra loro, prevalendo a volte con la reciproca compenetrazione di idee, spesso influenzate da comportamenti di persone o gruppi diversi ma che esercitano la loro forza, morale, politica, culturale, sociale, religiosa, l’uno sull’altro. Ma i Montanari di Monte Sant’Angelo devono sapere giustamente per trasparenza e Legalità soprattutto, se vogliamo farla diventare Cultura. 

Ad Maiora!

lunedì 15 agosto 2016

Foggia è «Una città senza gioia», il monito di Mons. Pelvi

L'Editoriale di Nico Baratta

Nel pre-Ferragosto, nel giorno della festa più sentita dai foggiani, dopo quella del 22 marzo, e dopo la consueta e sempre attesa e partecipata processione del 14 agosto, Mons. Vincenzo Pelvi, Arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi Foggia-Bovino, bacchetta la città. O meglio, nell’omelia della celebrazione eucaristica pomeridiana, svolta in Cattedrale, lancia un monito che pare essere una fustigazione.
Foggia è «Una città senza gioia».
Ad ascoltare il prelato, ex militare (era cappellano delle Forze Armate, ricoprendo il grado di Generale di Corpo d’Armata), vi sono le massime cariche politiche cittadine –Sindaco e qualche assessore e consigliere comunale-  e quelle istituzionali e militari (in realtà i loro sostituti in seconda, come accade sempre, d'altronde in queste occasioni liturgiche). 
Con «Una città senza gioia» tuona Mons. Pelvi che non si risparmia sui dettagli, imbastendo con sapiente e certosina pazienza un’omelia che pian piano diventa la tela della verità. Energicamente Sua Eccellenza descrive una Foggia sofferente, con profonde ferite e dilaniata dal consumismo. Punta il dito sui piaceri quotidiani e sul modus pensandi che la collettività locale da un po’ di anni ha adottato per far fronte alle veniali necessità non solo personali ma di chi gli chiede di trarne vantaggio. Un rimprovero che scuote i fedeli –per chi lo ha attentamente ascoltato- che annuiscono col capo ad ogni sua affermazione, spesso rivolgendo lo sguardo verso le cariche politiche, istituzionali e militari presenti alla celebrazione. Mons. Pelvi, uomo e prelato con indiscussa educazione cattolica e formazione militare, non le manda a dire. Incalza, e non sbaglia, asserendo che Foggia è pervasa da un clima d’indifferenza, che necessita di condivisione, di altruismo. 
Alla fine della celebrazione eucaristica, come di consueto, i fedeli presenti in Cattedrale si sono soffermati tra loro, per gli auguri e qualcuno per commentare le parole di S.E. Mons. Pelvi. Rivolgendo impavidamente l’orecchio oltre il rispettoso confine –è mestiere del giornalista…e non ce ne scusiamo- si son potuti “origliare” commenti non a suo favore: qualche fedele ha trepidamente bisbigliato che da quando si è insediato, pur avendo partecipato a incontri con i malati, non ha mai incentrato la sua “missione” sugli emarginati “riposti” nelle strutture medicali. Ora, non sappiamo se questo risponda a verità. Pertando invitiamo Mons. Pelvi a una smentita poiché a noi risulta che lui c’è e c’è stato.
Tuttavia, questo 15 agosto 2016 non verrà chiuso nel dimenticatoio, e Mons. Pelvi siamo certi che ricorderà al momento opportuno quanto oggi detto, sperando che chi lo ha ascoltato possa trarne spunto per migliori gestioni, amministrazioni, azioni, decisioni e responsabilità.
Foggia ne ha bisogno e un uomo può far la differenza.

Ad Maiora!

[Nella foto la Madonne dei Sette Veli in processione - ph Vincenzo Baratta]

mercoledì 10 agosto 2016

Prostituirsi a Foggia? È reato ma fino a gennaio 2017

L'editoriale di Nico Baratta

Non desta alcun dubbio l’Ordinanza Sindacale n° 22 del 02 agosto 2016, emessa dal Sindaco del Comune di Foggia, per contrastare il fenomeno della prostituzione. L’Ordinanza, difatti, enuncia che "a decorrere dal 10/08/2016 e fino al 31/01/2017 ... E' fatto divieto a chiunque, sull'intero territorio comunale, sulla pubblica via e su tutte le aree soggette a pubblico passaggio, offrire o richiedere prestazioni sessuali a pagamento. La violazione si concretizza con qualsiasi atteggiamento o modalità comportamentale, compreso l'abbigliamento, che manifesti inequivocabilmente l'intenzione di adescare o di esercitare il meretricio e con l'avvicinare le persone di cui sopra richiedendo e/o concordando prestazioni sessuali a pagamento o appartandosi al fine di porre in essere la condotta”. La decisione è stata presa in virtù dell’escalation del fenomeno meretricio sia nelle aree confinanti l’area urbana, e precisamente la SS16 che cinge la città, sia in quelle urbane, nel pieno centro cittadino, come per esempio la zona della stazione ferroviaria, della villa comunale, di quella cimiteriale. Ma l’escalation è anche esplosa in piccole aree urbane ad alta densità abitativa, dove la prostituzione è dilagante in abitazioni private spesso condominiali. Foggia non è nuova  a tal fenomeno, come del resto tutte le città italiane ed estere, ma l’avvento di stranieri ha rafforzato tal problema. Difatti, ed è un dato riscontrabile dalle Forze dell’Ordine, molte prostitute sono straniere, sotto lo scacco o protezione qualsivoglia dicasi di un uomo altrettanto straniero. Non staremo qui a definire le nazionalità delle une e degli altri per non suscitare discriminazioni ne tantomeno fobie razziste che non ve ne sono in modo assoluto, ma è giusto ribadirne le peculiarità in modo da rendere oggettivo la crescita del fenomeno e con esso quello delinquenziale. Certo, quello delinquenziale, spesso consumato alla luce del giorno e sotto gli occhi di minori, atti vandalici, di litigi violenti, disturbo della quiete pubblica e performance corporee indecenti.
Con l’Ordinanza si spera di arginare il fenomeno giacché fin dalla notte dei tempi la prostituzione non è mai stata debellata. È e rimarrà il mestiere più antico del mondo. Se solo fosse regolamentato, semmai rivedendo quella legge n° 75 del 20 febbraio 1958, la Merlin, l’antico e sempre verde lavoro meretricio non sarebbe più sottoposto a lenocinio e avrebbe garantito il servizio sanitario. Insomma lo Stato e il Governo in primis dovrebbe dar meno conto all’indiscreto Vaticano e valutare laicamente la persona e i suoi diritti. Riaprire le cosiddette “case chiuse”, pur per un cattolico, sarebbe la scelta più sicura per chi ha intrapreso il “mestiere di strada”, come lo era una volta, ed oggi consapevole anche che il ricavato sarà tassato, perciò rimpinguante le casse governative. Ma questa è una nostra valutazione, per la precisione di chi ha scritto l’articolo. 
L’Ordinanza, tuttavia, è a tempo determinato; sarà fatta rispettare? Giacché è il Sindaco che l’ha emessa, è compito suo farla rispettare e del dirigente in divisa, della sua Polizia, quella locale, quella Municipale, che a Foggia è tanto discussa dai cittadini tant’è che molti dicono sia “dirompente” laddove l’extracomunitario abusivo e lavavetri è in azione, ma miope e assopita innanzi al fruttivendolo e parcheggiatore abusivo spesso pregiudicato. Due pesi, due misure, le molteplici critiche dei foggiani, stanchi di comportamenti assunti da chi indossa una divisa pubblica e perciò remunerata con i soldi dei foggiani –come a dire, io ti pago, io dico quello che devi fare, sempre secondo le leggi e regolamenti vigenti-. Mi pare ovvio…
Ciononostante è doveroso ribadire che la prostituzione e chi ne gode oggi non è perseguibile dalla legge. Chi induce alla prostituzione lo è o chi lo fa con minori. L’ordinamento giuridico italiano, difatti, non sanziona chi pratica la prostituzione tra persone adulte e consenzienti. Non è reato! Lo è invece tutto quello che è correlato e che va oltre la singola persona che decide di dedicarsi all’attività più antica del mondo. Uno di questi è il favoreggiamento, l’induzione e lo sfruttamento della prostituzione, oltre ovviamente, come detto, alla prostituzione minorile. Dalla maggiore età in poi è lecito quindi nel nostro un tempo BelPaese praticare la prostituzione e chi ne usufruisce non commette alcun reato. Questo, però, non toglie che il problema rimanga molto attuale, come lo è a Foggia.  Come detto in apertura lungo le strade della nostra città si vedono prostitute a ogni ora del giorno, spesso succinte e anche nude, che invitano automobilisti e pedoni a godere del loro corpo. Un invito che distrae, causa anche di incidenti, ma anche di domande sincere di bambini “intrigati” da un corpo nudo femminile. Poi c’è l’annoso problema che associa la prostituzione allo sfruttamento spesso di persone legate alle mafie locali che gestiscono il traffico delle donne. Ecco perché per frenare il fenomeno meretricio, che è anche sfruttamento e favoreggiamento, spesso i sindaci intervengono direttamente con ordinanze sulla pubblica sicurezza e decoro.
Vedremo, ora, se l’Ordinanza Sindacale sortirà risultati positivi in materia di repressione del fenomeno o sarà l’ennesimo specchietto per le allodole di campagne politiche continuative o di atti dovuti solo per il mero soddisfacente gusto, anche dovere, di aver “ordinato” il rispetto del decoro e della legge nei casi previsti.

Ad Maiora!

lunedì 13 giugno 2016

Ancora “C”ondannati

L'Editoriale di Nico Baratta

È amara la sconfitta. Brucia sapere che potevamo essere noi i promossi. E invece è il Pisa ad accedere al campionato di calcio di Serie B. Brucia ancor di più perché a metà campionato il Foggia ha accumulato sconfitte che potevano essere arginate. E se fosse stata più regolare sul piano di gioco avrebbe potuto vincerlo il campionato di Lega Pro. Se avesse, infatti…
Partite perse non per mancanza di tecnica sul campo, ma per scarsa concentrazione che ha sortito sbagli, regalando assist agli avversari. La concentrazione, si proprio quella, cagionata da uno stato psicologico tanto importante e molto labile se qualcuno lo provoca. In alcuni di loro, nei calciatori ho anche scorso riluttanza a crederci, la stessa che si è vista in campo nell’ultima partita, quella della finale di Lega Pro, giocata ieri, domenica 12 giungo 2016, (…indimenticabile purtroppo), terminata allo Zaccheria 1 a 1, dopo il 4 a 2 del Pisa all’Arena Garibaldi. E le avvisaglie c’erano.
Oggi non starò a commentare la gara di ieri. Si, dirò qualcosina per far comprendere cosa è accaduto in campo; il resto sarebbe solo una ripetizione di ciò che i colleghi giornalisti hanno già abbondantemente scritto e le testate locali pubblicato. Mi soffermerò sull’aspetto critico di una gara, di andata e di ritorno, che ha prodotto più asprezze che fair-play. Intimidazioni ai tifosi, offese e tribuna negata ai dirigenti societari, biglietti esauriti prima di essere venduti e poi rinvenuti tra le mani dei bagarini e degli amici degli amici, sono solo alcuni esempi che hanno caratterizzato le due partite della finale. E ciò non rende giustizia allo sport e ai tifosi.
Come dissi nel periodo “oscuro” dei Satanelli “Fino a quando la testa sarà quadrata la palla che è tonda non entrerà mai nel rettangolo per vittorie risolutive”, a metà campionato lanciai pubblicamente un messaggio chiaro: lo spogliatoio non è compatto. Certo, per me è stato così, perché la condizione mentale di un atleta è fondamentale, soprattutto quando lo spogliatoio è spaventato da acredini interne tra calciatori e società. So quello che dico, che del resto è quello che è accaduto e che chi ha seguito il Foggia in tutto il suo campionato ha potuto comprendere. La società del Foggia è intervenuta e ha saputo arginare il problema, ma non eliminarlo. Ha ridato fiducia a De Zerbi e, secondo me, ha fatto bene. Ma ciò si è ripetuto, lo spogliatoio diviso, facendo leva sulla fragilità di alcuni calciatori, consci di un’età che inesorabilmente li costringerà ad appendere le scarpette al chiodo. Per loro era un’opportunità fare il salto in B, non colta e chissà perché… 
In campo, in queste due ultime partite, ho visto due squadre con la stessa maglia: il Foggia a Pisa e il Foggia a Foggia. In pratica ho visto un Foggia come una moneta che ha due facce che non s’incontreranno mai. Non va bene e questa sconfitta farà da lezione a chi non ha saputo, o forse voluto, leggere tra le righe di un copione che si ripeteva inesorabilmente di giorno in giorno, mentre i compensi fluivano regolarmente.
È amara la sconfitta e brucia nell’intimo di ogni persona che ha creduto nel salto, lontano 18 anni e che ormai diverrà 19esimo. A Pisa il Foggia nella prima metà di gara ha mostrato le unghie, riagguantando un risultato che lo avrebbe condannato. Nella ripresa ha ritratto gli artigli concedendo spazi e commettendo errori, troppi per professionisti che volevano la serie B. Non è malizia ma coerenza di ciò che si è visto in campo, probabilmente condizionati da facili diffide per cartellini gialli accumulati. A Foggia, nella partita di ritorno, quella di ieri tanto per intenderci, la finale che valeva una stagione e il futuro di calciatori, dirigenti, allenatori, si è visto un Foggia che sulla carta era tatticamente valido ma in campo era a tratti spento, con la testa altrove. I ragazzi di De Zerbi ce l’hanno messa tutta per quello che potevano esprimere fisicamente, non mentalmente, tentando quello che potevano fare contro un Pisa sornione e chiuso a catenaccio. Proprio così, ho avuto questa impressione. Correggetemi se sbaglio. In campo c’erano undici calciatori che non comunicavano, che si affidavano alle estemporaneità dei singoli, quelli che anche per il “Fattore C” riuscivano a risolvere un match. “Fattore C”, quello che manca al Foggia e a Foggia, una variabile che spesso la definiamo colorita e folkloristica, ma che invece è anche la risultante di intenti a noi non detti, ma conosciuti, e intavolati e decisi laddove burocraticamente si decide il futuro anche di chi deve spiccare il volo anche per meriti pregressi. 
Brucia la sconfitta e l’amarezza che ci accompagnerà nei prossimi giorni non lascerà spazio a giustificazioni, se non quelle di incolpare qualcuno. Mister De Zerbi ce la messa tutta, la tifoseria anche, I Patron Sannella pure, il buon Presidente Lucio Fares altrettanto e con loro i beniamini di un Foggia Calcio che da alcuni anni indossano orgogliosamente la casacca rossonera. Ma non basta. Ci vuole dell’altro. Stigmatizzare la bottiglietta semivuota e di plastica lanciata in testa a Gattuso è un dovere verso lo sport, a favore di quel fair-play che tanto invochiamo e ci riempiamo le bocche, ma che all’atto pratico diventa spot per vetrine che vorremmo infrangere una volta per sempre. Tuttavia, e per obiettiva riflessione di chi ha vissuto quel momento ascoltando in diretta i commenti a bordo campo, “Ringhio” sa sceneggiare. La bottiglietta è finita sulla testa del mister e il colpo è stato avvertito dallo stesso. Gli avrà fatto male, dispiace, e ciò è un atto che non va mai fatto e replicato. Comunque buttarsi a terra, come se fosse stordito, a me è sembrato ingigantito, quasi che “Ringhio” fosse il dodicesimo calciatore in campo. Un gesto che ha rotto quel patto verbale tra le due società stipulato durante la conferenza stampa congiunta, dove si era intessuta un’alleanza dal clima amichevole, buttandosi alle spalle il passato. Del resto la sua carriera è colma di avvenimenti similarmente attinenti a tal evento. È stato un calciatore irruente, molto spesso discusso, che ha saputo animare le masse a suo favore, e imbastire un evento è il miglior modo per spezzare ritmi e infuocare spalti e panchine. “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” disse sapientemente Andreotti. Circa 15 minuti di interruzione di gara, tra spintoni e sfide verbali rivolgendo lo sguardo alle telecamere è quella tattica che scaltramente un calciatore, o ex che sia, interpreta per aizzare le folle e persuaderle. Alterchi che non mi son piaciuti, come pure il lancio della bottiglia, che ripeto, va condannato con fermezza e, aggiungo, punito secondo legge. 15 minuti di paura, a dir il vero, poiché il campo è stato invaso da alcuni tifosi rossoneri e l’imminente sospensione della gara poteva diventare quel 3 a 0 a tavolino. Poteva diventare quella sconfitta indotta anche da pantomime non degne di professionisti. Comunque la storia farà da giudice e inesorabilmente darà sentenza, che oggi da ragione a Gattuso che ha saputo traghettare il Pisa in B condannando il Foggia in C. E lo ha fatto con le valige pronte per altra destinazione e, non a caso, come Caronte. 
Da domani inizieranno le scelte societarie. Non sappiamo chi rimarrà e chi andrà via. De Zerbi ha fatto ben intendere che non scenderà a compromessi “…neppure con il diavolo” ha affermato dopo la gara in conferenza stampa. Si sente pienamente parte di noi e pronto a rifarci sognare nuovamente, a ridare ai tifosi rossoneri quell’adrenalina che ha reso il tifo dello Zaccheria degno da Champions League. Ma lui ha un contratto triennale e tutti ben sappiamo che le clausole possono essere sciolte legalmente col denaro. Noi foggiani speriamo che rimanga, per continuare un progetto fortemente voluto dai fratelli Sannella e costato molti soldi. 
Ci riproveremo nel prossimo campionato, ma questa volta per vincerlo giacché la storia dei play-off ci è avversa. Nel 2007 ottenemmo la stessa sorte di oggi, ancora condannati in serie C contro l’Avellino. Una condanna che riguarda tutta la città di Foggia. E si, perché il giuoco del calcio non è solo sport e divertimento e una domenica allo stadio. È molto di più. Una società calcistica che milita in serie maggiori, A e B, è portatrice di economia. Intorno a essa vi sono sponsor, attività commerciali che aprono e che vendono, istituzioni che deliberano e determinano progetti per la crescita della città. Io, come del resto credo tutti, questo lo chiamo pubblico benessere, bene comune, che diventa laboriosità, crea e rinnova infrastrutture, che crea lavoro quello che sostanzialmente argina il malessere sociale, non più indotto a delinquere perché sedotto dal malaffare. Foggia ha bisogno di tutto questo e una squadra di calcio può davvero determinare il cambiamento di una collettività che da anni vede chiudere esercizi commerciali, strutture abbandonate, commercianti sotto lo scacco del racket, cittadini impauriti tra le vie della città per il delinquente di turno che scippa, appartamenti derubati in pieno giorno. Ovviamente a tutto ciò bisogna mettere in campo politiche sociali, di sicurezza e legalità, che garantiscano il Bene e la Sicurezza e la Crescita Comune. Un compito dovuto a chi ci amministra e che spesso noi dimentichiamo quando li legittimiamo attraverso un voto speso e non investito.
Una società sportiva, prevalentemente calcistica, crea indotto, quella filiera a km zero che favorisce i consumi e anche il turismo, contribuendo al benessere sociale e cittadino che si trasforma in lavoro.
Ecco perché il Foggia Calcio deve rimboccarsi le maniche e credere nel futuro. Non è solo per mero e puro prestigio. Può farlo, ha le carte in regola per riuscirvi. E con essa tutti noi, cittadini, tifosi, foggiani e gente della provincia e della sempre “vicina” Lucania che tanto ci ha dato come tifo negli anni passati. E tifo è anche ospitalità che vuol dire economia locale, business. Affidare tal responsabilità a undici uomini in campo scelti dall’allenatore e non da altre entità e cause è un dovere societario: il prossimo anno scelga meglio, specie gli over ed ex e metta meglio in pratica i detti dei nostri avi, “mazz' e panella fann e figl' bell....panella senza mazz' fann' e figl' pazz”...
Questo è il mio umile pensiero, sempre libero.

Noi ci abbiamo creduto e ci crediamo. E voi?
Ad Maiora! 

(foto by foggiacalciomania.it)

giovedì 12 maggio 2016

Punti di (s)...vista. Galleggiamenti pubblici comunali

L'Editoriale di Nico Baratta

Se i furbetti comunali del multibadge sono stati attenzionati dal 2015 e non da prima, un motivo ci dev'essere.
Permissivismo? 
Controlli non fatti? 
Do ut des elettivi? 
Mah.... 
Oppure devo pensare che si attendeva quella data, quel periodo per iniziare il tutto, giacché dai banchi contrari tutto tace?
Ancora Do ut des elettivi?
Nascondini intenzionali?
Mannaie affilate e pronte a colpire a vigilie importanti?
Mah...
Certo è che tutto sta venendo a galla e a togliere quel tappo son stati proprio chi faceva numero tra i banchi di maggioranza, ripudiati da tempo ed oggi malvisti. Ma malvisti per cosa? Per aver fatto luce? 
Mah…
E prima? 
Diavolo di un demonio vestito arlecchino, nessuno sapeva, nessuno diceva, nessuno vedeva, ma tutti bisbigliavano. Ed oggi si purificano con comunicati stampa, dita puntate e moniti acchiappa consensi.
Ma quelli ripudiati son li, sempre soli, ma non mal accompagnati perché c’è un Popolo Foggiano che li sostiene, li incita a far meglio e stappare fogne intasate di melma casereccia.
E tra fumate di 6 ore e spese al mercato dell''ortofrutta, qualche capatina per tonificare i muscoli, in quegli uffici centuplicavano richieste, permessi, code e codazzi di gente comune, spesso disabili. 
Galleggiamenti pubblici comunali come l'altra sostanza organica, è la risultante dei commenti cittadini.
Coincidenze....?
Mah...
Ora la legge con i suoi magistrati farà il suo corso, mentre gli avvocati sono già al lavoro per cavilli discolpanti. Dalle alte sfere si fa voce grossa con tanto di sorprendente stupore. Come a dire "non ne sapevo nulla", pur sapendo che nei corridoi istituzionali correva voce di microcamere in funzione. 
Mah...
E che dire di chi con la mazza cercava l'occhio indiscreto ma colpevolizzante? 
Li c'è l'aggravante. Ma il cavillo la abolirà, purtroppo.
Ed ancora una volta il lavoro dei nostri fieri e fedeli Carabinieri diverrà spreco di denaro pubblico.
Mah....
È vero, tra legge e giustizia c'è l'abissale dilemma di chi ha ragione.
Del resto l'Italia è piena di "tengo famiglia". Di questo passo mai nulla cambierà.

Quann'è bbell quann'è bbell a città d Pulcnell...
Welcome to #FoggiaLand

Ad Maiora!
#puntidisvista #Foggia #freethinker #perunaFoggiamigliore

venerdì 28 agosto 2015

Un’agorà spontanea per il buon futuro di Monte Sant’Angelo

Punti di s...vista, l'Editoriale di Nico Baratta

L’argomento, da quanto leggo nei post di social network e in quelli di alcuni blog locali, è acceso, molto sentito e, come giusto che sia giacché riusciamo ancora a dir la nostra, diverso.

Dir la nostra, appunto. Un pensiero che deve renderci liberi, che spesso è assoggettato da terzi a colori e casacche. Vedete, per tante volte cito i sostantivi “colori e casacche”. E ciò è voluto poiché oggi in ogni pensiero scritto c’è sempre chi stupidamente lo assoggetta ad appartenenze, senza mai porsi una domanda, quella del libero pensiero.

È da tempo che scrivo sulle vicende di Mafia Capitale e sul Consiglio Comunale di Monte Sant’Angelo sciolto per mafia. Leggo e rileggo le 40 e più pagine della relazione del Ministero degli  Interni e quella della Prefettura di Foggia, le pagine delle vicende del Campidoglio, senza trovar differenze sostanziali che possano giustificare decisioni differenti. Una, anzi due singolari verità ci potrebbero essere –seppur tutte da provare-, quella di evitare che il Consiglio Comunale di Roma venga sciolto per mafia per evitare ulteriori atti illeciti poiché a garanzia vi sarebbe, secondo quanto dice il Governo, il Sindaco, e quella di non rovinare economicamente eventi programmati, come il prossimo Giubileo. Ma è anche vero che per il Giubileo si potrebbe costituire una governance appropriata, conferendo più poteri al Prefetto Gabrielli, tra l’altro già coadiuvato da altri due commissari straordinari. Tuttavia, se la garanzia a Roma sarebbe il Sindaco Marino, per me è solo una decisone puramente politica e di parte. Con ciò non attacco Marino, ne tantomeno lo difendo giacché lui continua a dire che non sapeva nulla di quello che stava accadendo. Eppure alcuni suoi Assessori sono parte in causa di Mafia Capitale. E se un Assessore è la persona di fiducia del Sindaco, i conti non tornano. È anche vero che più dell’80% delle persone implicate in Mafia Capitale sono della scorsa amministrazione, di centrodestra, ma che dalle prove in mano agli inquirenti, le stesse che son state pubblicate molte volte, si evincono palesi cooperazioni. 

Ed allora perché sciogliere il Consiglio Comunale di Monte Sant’Angelo e non anche quello di Roma? La politica c’entra al 100%. Ricordo solo che al Governo non c’è solo il PD, ma anche l’NCD e, guarda caso, molti inquisiti del centrodestra dell’ex Sindaco Alemanno sono di quel partito.

Nei social network ci si torva di tutto: opinioni, pensieri, offese, critiche, anche verità. E giacché so no interessato a parlare del territorio in cui vivo, la questione Monte mi è cara. Sfogliando le pagine di facebook di alcuni amici di Monte, mi ha colpito il post di un amico, Vittorio de Padova, il quale dice: «Rispetto le opinioni di tutti ma dire che paragonare Monte a Roma è fuorviante, mi sembra alquanto assurdo. Decine di titoli di giornali e servizi televisivi hanno certificato non condizionamenti mafiosi ma un lavoro a braccetto con la MAFIA, ma la differenza è sostanziale. MARINO e la sua giunta è ancora al suo posto e aggiungerei chissà perché. DI IASIO e la sua giunta sono a casa in massa senza se e senza ma. Senza entrare nel merito, poi mi piacerebbe capire oltre all'immobilismo amministrativo da sempre posto sotto accusa in questa e in altre amministrazioni, mi piacerebbe capire la posizione del PD di Monte nei confronti di un GOVERNO che ha il Premier Renzi segretario del PD e che a mio avviso ha utilizzato due pesi e due misure. Ripeto le parole di un magistrato, PAOLO BORSELLINO, che ha dato la vita per la lotta alla mafia e alla politica corrotta "Lo Stato e la Mafia sono due poteri forti che vivono sullo stesso territorio o si fanno la guerra o si mettono d'accordo". Dal 1991 ad oggi sono stati sciolti per lo stesso motivo 253 Comuni in Italia tutti da Napoli in giù. Sono convinto come disse Borsellino che alla Stato Italiano è più comodo dire che la Mafia è al Sud, così con la stessa si fanno affari insieme al nord dove si sono susseguiti i più grossi investimenti pubblici vedi Mose e Expò. EVVIVA L'ITALIA.....»

Il post è interessante poiché è scritto da una persona che vive sulla propria pelle le vicende che accadono a Monte. Vittorio critica Renzi, pur essendo un uomo di centrosinistra, legato al PD. Se lo fa è perché ama la sua città, quella Monte Sant’Angelo che da tempo si sta chiedendo, pur sapendo delle implicazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni, se davvero le persone che erano incarica sono parte attiva o implicati maldestramente dal sistema malavitoso locale. Ecco perché ci si chiede perché Monte è stata sciolta e Roma no. Ecco perché ci si chiede, come fa de Padova « MARINO e la sua giunta è ancora al suo posto e aggiungerei chissà perché. DI IASIO e la sua giunta sono a casa in massa senza se e senza ma.»

Come affermo da sempre, il Governo con il suo Renzi, il Ministro Alfano, amici degli amici, hanno messo in campo due pesi e due misure, discriminando il Sud dell’Italia. Una sacrosanta verità la dice Vittorio quando cita che dal 1991 da Napoli in giù  253 comuni sono stati sciolti per mafia dal 1991, riprendendo un pensiero al di sopra di ogni sospetto, quello del magistrato Paolo Borsellino, che per lo Stato Italiano è più comodo dire che la Mafia è al Sud. Tutti sappiamo che al Nord dell’Italia non c’è solo la mafia, bensì c’è camorra e soprattutto ‘ndrangheta, che controlla vasti territori, in primis Milano. Una piaga che non si rimargina e che è più cruenta di tante altre organizzazioni malavitose e che ha saputo infiltrarsi nelle istituzioni in modo latente e intelligente. Ovviamente se tutto ciò fosse “certificato” dallo Stato e “riconosciuto” dal Governo, vi sarebbe un grosso problema, quello del crollo dell’economia e con essa chi ne detiene redini e trae profitti.

Monte, ripeto, per le 40 e più  pagine della ormai famosa o famigerata –fate voi- andava sciolta, ma con responsabile discrimine di persone e cose, semmai ponendo in essere inizialmente azioni verso chi da molti anni figura nelle indagini dell’Antimafia, così da preservare attuali persone che hanno subito l’onta del malfatto. Contestualmente anche Roma andava sciolta. 

Aggrapparsi a scuse, pur essendo verità singolari –ma tutte ancora da provare-, è l’ennesimo fango buttato in faccia al Sud Italia, a chi non ha ricevuto mai un avviso di garanzia né tantomeno un indizio che possa ricondurlo a legami mafiosi. 

Checché se ne dica, credo che non debbano essere i partiti o chi ne fa parte a prender posizioni sulla vicenda Monte; abbiano almeno il pudore di attenersi ai fatti e non ai tanti sventolati proclami pre-elettivi: non servono perché il marcio sta in tutto e risiede proprio in ambiti politici che si sono succeduti da 30 anni a oggi.  Saranno i cittadini a prendere posizioni, sperando che pensino liberamente e senza condizionamenti politici, giacché i risultati ottenuti hanno sortito effetti indesiderati. A decidere saranno quegli elettori che ora vogliono conoscere i fatti, vogliono sapere dalla Magistratura e da quella inquirente chi sono le persone che hanno incancrenito Monte. Sarebbe ora che oltre alle 40 e più pagine della relazione del Ministero degli  Interni e quella della Prefettura di Foggia, a Monte si incominciassero ad ascoltare nomi e cognomi, tale da costituire un’agorà spontanea per il buon futuro di Monte Sant’Angelo.

#puntidisvista  

Ad Maiora! 

mercoledì 19 agosto 2015

Nulla contro i Commissari. Ma condanno chi specula sulle parole

L'Editoriale per newsGargano di Nico Baratta

In questi giorni, in particolare a Monte Sant’Angelo, il “gioco” che ha tenuto banco tra tavolini e piazzette, è stato l’argomentare, a volte sparlare, su un mio articolo riguardante il lavoro che i tre Commissari Prefettizi Straordinari stanno svolgendo da quando il Comune di Monte è stato sciolto per mafia.

In quell’articolo (A Monte Sant’Angelo cosa c’entra lo sport con i tagli comunali) suggerivo -e non attaccavo- ai tre Commissari di prendere in considerazione una gestione più popolare e vicina alle difficoltà economiche di molte famiglia che ogni anno mandano i loro figli a fare sport. Una gestione applicata fino a ora dalla precedente amministrazione che ha favorito lo sport. E questo lo dico non per partito preso, ma da persona attenta alla gestione pubblica messa in campo da persone, perché sono le persone che fanno politica e sono la variabile in tutta la Res Publica. Ciononostante i tre Commissari, applicando a menadito metodi che potrebbero variare in funzione dello status-quo economico-finanziario del territorio e dei suoi abitanti, rispolverando una vecchia delibera comunale, hanno elevato i costi di gestione dei centri sportivi comunali, portandoli a 15 euro/ora. Una somma che vedrebbe, per ragion di forza, far lievitare le parcelle che gruppi e associazioni sportive dovrebbero chiedere agli utilizzatori finali. In particolare, chiusi l’articolo con queste parole “Quello che si vuol dire umilmente ai tre Commissari Straordinari Prefettizi è che Monte già è stata martoriata da un Decreto Ministeriale Antimafia; se chiudessero anche i centri sportivi sarebbe una mannaia sul collo di chi vuole riscattarsi con lo sport, invece di ritornare in strada, e tutti sappiamo che li la manovalanza è ricercata come manna dalla mala organizzata. Ma mantenere aperti quei centri sportivi vuol dire anche non far sostenere ad associazioni e i gruppi sportivi somme onerose. Meditiamoci su poiché Legalità non è solo applicazione a menadito dei codici amministrativi e  penali”.

Come vedete, il mio non è stato un attacco ai tre Commissari, bensì un suggerimento. Riconosco lecito il loro lavoro, ci mancherebbe. Come anche li invito, molto umilmente, a comprendere che le condizioni finanziarie di molti montanari non sono rosee. Tutti a Monte sanno che i tre Commissari Prefettizi Straordinari stanno lavorando alacremente e con eccelsa responsabilità per cercare di portare alla normalità la vita quotidiana della nostra città. Appunto, nostra poiché mi sento montanaro di adozione e le testimonianze di tanti cittadini montesangiolesi me lo confermano e me lo dicono.

Inoltre, se ho scritto quell’articolo è perché a Monte c’è stato chi ha speculato politicamente su quello che ho scritto, travisandone il significato pur di apparire protagonista in uno scenario che dell’attuale politica, di centrodestra e di centrosinistra,  non ne vuole né sentire, né parlare, figuriamoci condividere. Tuttavia, è la Politica (con la P maiuscola, dimenticata nell’oblio indotto dal protagonismo e potere) a gestire la Cosa Pubblica. Tutti dobbiamo farcene una ragione. Con ciò, invito a meditare  bene chi alle prossime elezioni si candiderà e chi dovrà votare. Pertanto, con la redazione di newsGargano, cui mi sento onorato per la direzione, condanno chi sta buttando fango sulla comunità locale, chi fa politica in modo scellerato e fuori legge, chi approfitta del male che ha colpito Monte per futuri crediti, e sensibilizzo nuovamente i tre Commissari a far di tutto per migliore Monte Sant’Angelo, affinché il lavoro intrapreso sia di pulizia e non demolitiva tecnicamente secondo metodi automatici della gestione pubblica. Noi tutti dobbiamo sostenerli i tre Commissari per riavere una Monte più serena, dove la pace e la legalità regni in piazza, tra i banchi consiliari, negli uffici e dove da anni si è inoculato subdolamente il male della mafia, che non è più latente. Se si vuole davvero bene a Monte, e a un territorio in genere, non si specula sul male altrui specie quando questo è parte dello stesso nucleo politico, a prescindere che sia di centrodestra, di centrosinistra o movimenti o gruppi o liste civiche varie. Non m’interessa portare crediti ai politici, ma alla Politica (P maiuscola, ricordate) e alle persone che la fanno correttamente, legalmente e nel bene del territorio. Son certo che i tre Commissari, che son persone, sapranno fare il loro dovere con occhio attento e paterno. Come son certo che saranno sempre attenti a quella parte sensibile e sociale della città, condannando o bloccando quelle iniziative che secondo loro ritengono poco chiare.

Concludo sempre con un suggerimento : gli atti che non sono fonte o motivo di preoccupazione per il benessere locale non dovrebbero essere bloccati, altrimenti si andrebbe a mettere un velo nero sulla collettività montanara, già provata dalla spiacevole etichetta comprovata dalla relazione ministeriale.

Ad Maiora!

venerdì 14 agosto 2015

Manifesti ferragostani indigesti

Punti di s...vista, l'Editoriale di Nico Baratta

Sono iniziate le danze dei manifesti. Foggia ancora una volta è vittima di quel, a mio parere, malcostume di far politica a suon di affissioni. Se l'anno scorso e per anni precedenti tutti noi foggiani abbiam dovuto sorbirci i manifesti del centrodestra, da quest'anno e gli anni a venire dovremmo sopportare quelli del centrosinistra. 
Cambia il governo cittadino ma le usanze rimangono, sempre le stesse e con identiche problematiche, irrisolte e dolenti per i cittadini. Cambiano anche i colori di quei fastidiosi manifesti, prima bianchi con sfondo blu, ora bianchi con sfondo rosso. Tutta carta risparmiabile, che imbratta e solletica le dita di molti foggiani a strapparla, purtroppo lasciandola per terra incivilmente. 
Nel frattempo i soldi di chi ancora crede in una tessera di partito vengono spesi per affissioni, mentre le sedi di circoli o sezioni non si aprono. Un tempo quelle sedi erano scuole politiche, agorà maieutiche; oggi, una o due al massimo aperte, sono solo ricettacoli per annoiati seduti a un tavolo con carte da gioco alla mano. 
Sarò retrò, ma per me la politica va fatta tra e con la gente, innanzitutto ascoltandola  e parlandoci. Comunicare politicamente a suon di comizi, dove il cittadino può controbattere e suggerire, ha sempre sortito buon risultati ed era indice palpabile e istantaneo di gradimento, positivo o negativo. La comunicazione è importante, ma se non c'è feedback non serve a nulla. E un manifesto è come un muro tra chi propone o fa sproloqui e chi dovrebbe giudicare, scegliere, gradire, proporre e partecipare attivamente.
Passeggiando molta gente legge quei manifesti e come l'anno scorso li condanna in nome di un fare politica come scatole cinesi, dove all'interno vi sono matrioske, sempre le stesse e messe dalla stessa mano. 
Un manifesto non risolverà i problemi di una città, allorquando il suo contenuto è riassunto in quella ripetitiva e ormai insignificante frase finale: "dimissioni". 
Mai una volta una proposta, anche last minute ma fattiva e risolutrice ai tanti agognati problemi dei cittadini. Solo lamenti, offese, sproloqui ed ebeti pensieri di una politica distorta da gente che non versa sudore. 
Un manifesto non risolverà i problemi di una città, se dietro ci sono sempre le stesse persone, quelle che da trent'anni hanno decretato la morte di una Foggia che splendeva e lavorava. La cartina tornasole sono i consigli comunali, i vari cda, le segreterie politiche, che si sono succedute e che continuano senza pudore a convivere con il circondario, come parassiti sui cittadini.
Un “manifesto ferragostano” è inopportuno al clima festivo di una città che vivrà ore spensierate. Lo erano anche quelli precedenti di avverse fazioni politiche, che hanno allontanato l’elettorato.
E se il "galluccio ferragostano" sarà indigesto per qualcuno, non incolpate me o il pennuto o chi l'ha cucinato, leggete meno manifesti politici e i succhi gastrici ringrazieranno.

#puntidisvista  #perunaFoggiamigliore

Ad Maiora! 

lunedì 3 agosto 2015

C’è medusa e Medusa

Punti di s...vista, l'Editoriale di Nico Baratta

Più osservo la nostra cara amata città di Foggia e più chiedo a me stesso dove son finite tutte quelle promesse fatte da 20 anni a oggi dai vari politici locali che si sono succeduti al Comune, alla Provincia, alla Regione, in Parlamento, a Bruxelles.

A Foggia, tanto per citare qualche “promessa”, dovevano sorgere campi polisportivi, piste ciclabili, abitazioni per l’housing sociale, case d’accoglienza e di recupero, giardini con parchi, fontane varie tra cui quelle da ristrutturare per uso comune con acqua potabile (come c’erano fino a 20 anni fa, dove il cittadino si rinfrescava con le decine e decine di fontane sparse per Foggia). E con essi il lavoro non doveva e poteva mancare se l’economia si basa sul circolo della moneta. Fino a poco tempo fa, sempre quei politici dalle promessa facili, dovevano sistemare l’area urbana dei Quartieri Settecenteschi, purtroppo una periferia in pieno centro dal valore storico, e costruire i parcheggi di scambio ai vari ingressi della città, iniziando da quella con direzione Bari.

Ah… Bari, quella città cui tanto puntiamo il dito e poi la corteggiamo per nostre personalissime esigenze. Quella città, meglio dire, i politici e imprenditori baresi, che ci hanno tolto tanto e ci tengono in bilico su altrettanti sviluppi economici.

Invece si è preferito accumulare discariche, cemento su cemento, quasi a sotterrare l’urbe dei sogni e con essa le loro “promesse” che definisco “fatue”.
Ad esempio, dove erano previsti i parcheggi di scambio, quelli direzione Bari (guarda caso…), ora sorgono costruzioni industriali e edifici abitativi a tre piani, rigorosamente privati. Altro che housing sociale e un aiuto all’ambiente e alla salubrità della nostra aria cittadina.

Speculazione o riconversione? PUG, PIRP, etc… acronimi che prendono senso se la promessa da fatua diventa utile al cittadino e non al costruttore, all’imprenditore e politico di turno. Mah…. Tuttavia tutti e tutto hanno un prezzo!!!

E dire che vi fu anche chi promise il mare a Foggia. Bella questa….

Ciononostante non sarà acqua di mare quella che faranno arrivare a Foggia nel Park appena varato, sperando che non sia intrisa con quella di fogna. Certo è che in quella di mare il pericolo medusa era probabile, ma naturale; in quella varata dal Comune di Foggia, la Medusa potrebbe scomparire, finanche sottoterra, a fronte di altre distrazioni meno culturali ma più proficue per le tasche di pochi.

Speriamo che il gioco valga la candela. Anzi, il parco, i suoi 1200 posti di lavoro (esagerati, temporanei, ma possibili) previsti e speriamo non “promessi”, l’indotto storico-culturale e suoi benefici, siano proficui per tutta la Capitanata e non per i soliti noti dalle Fatue Promesse. 

Certo è che se era ancora viva la Mazzei, erano mazzate per tutti.

#puntidisvista  #perunaFoggiamigliore

Ad Maiora! 

giovedì 30 luglio 2015

Il De Profundis non rianimerà Teleblu

di Nico Baratta

Sono due giorni che leggo comunicati sulla chiusura di Teleblu. Molti di questi son fatti da personaggi foggiani e della Capitanata, quelli delle istituzioni, della politica, dell'impresa, che in un certo qual modo decidono le sorti della nostra provincia. E tutti sono rammaricati per la perdita di un soggetto che ha sempre fornito libera e buona informazione. 
Credo che se tutti questi personaggi si fossero consorziati, avrebbero potuto salvare l'emittente e non star qui oggi a lamentarsi laconicamente. Il De Profundis non rianimerà Teleblu.
L'editore avrà pure le sue colpe. Ma Teleblu non ha chiuso solo per questo. Dietro c'è la mannaia dello Stato sulle attribuzioni delle frequenze e dei finanziamenti pubblici, con la complicità della scure della Regione che a forza di tagliare ha frammentato la Capitanata in tanti piccoli feudi pro-elettorali diventando cartine tornasole per finanziamenti a simpatia.
Il dato certo: chi lavorava a Teleblu oggi contribuisce ad aumentare quel numero crescente di disoccupati, molti con famiglia e mutuo sulle spalle. Altro che mancanza di informazione -con tutto il rispetto verso noi della stampa-.
Fare impresa qui in Capitanata è una chimera, non perché manca di materia prima, anzi..., bensì si continua a preferire il singolo piuttosto che unire le forze, si continua a giudicare piuttosto che rimboccarsi le maniche e spalare la merda che abbiamo prodotto,  continuiamo a lamentarci e scrivere comunicati di vicinanza piuttosto che fornire aiuti sostanziali, continuiamo a voler essere assistiti, e perciò colonizzati, piuttosto di assistere e assisterci.
Impresa, consorzio, unità, parole sconosciute da queste parti finché avremo personaggi, quelli poc'anzi detti, che insieme a noi continuano a credere che prima o poi sui nostri cieli avvisteremo gli asini che volano. 

Ad Maiora!

#puntidisvista #perunaFoggiamigliore

venerdì 24 luglio 2015

41 anni e la ferita sanguina

L'editoriale di Nico Baratta

Un via, importante per la sua funzione e logisticamente prioritaria per le vite umane, quella dedicata a Luigi Pinto, vittima di strage. Foggia ricorda così un suo concittadino che 41 anni fa perì a Brescia per mano di frange fasciste. 
Una strage, quella di Piazza della Loggia, che solo ora ha condannato i colpevoli. 
41 anni per una condanna per strage. 
41 anni di ricorsi, di riesami, di perizie per imperizie. 
41 anni di attesa con il dolore dei familiari che è ancora lancinante e dove le ferite sanguinano tra le righe di faldoni istituzionali che confermano la farraginosa macchina della giustizia italiana. 
Tuttavia è una condanna importante che assume valore nell’etica dell’esempio, non del giudizio poiché in Cassazione potrebbero sortire sorprese.
Una condanna dovuta ma che non risarcisce chi ha perso i suoi cari, allorquando unitamente alla sentenza è stato previsto un risarcimento minimo. Il lavoro svolto dagli inquirenti è stato enorme e credo si debba essere grati ai magistrati di Brescia, in particolare al dottor Roberto Piantoni. Un lavoro impegnativo e passionale, spinto dal gran senso di legalità e giustizia, svolto a stretto gomito con Manlio Milano e dell’ Associazione dei familiari delle vittime. 
Due ergastoli a neofascisti che vilmente hanno spezzato vite durante un atto civile e democratico, quello di una manifestazione in piazza. Quelli dal ’68 al’ 74 furono anni di fuoco, divenuti di piombo fin dopo gli anni ’80. Frange neofasciste e commandi BR che sovvertirono col sangue innocente di italiani gli equilibri instabili di governi sempre più inquinati dai sottoboschi di enti governativi paralleli che cercavano di assumere il comando dello Stato. Golpe mancati, a volte riusciti nell’intento politico ma non in quello istituzionale. 
Luigi Pinto è uno di quelli cui fu spezzata la vita nel pieno del suo vigore. Un uomo che da Foggia andò a Brescia per insegnare. 
Una via, come detto, lo ricorda. 
Foggia potrebbe sforzarsi un po’ di più, ora che una sentenza lo conferma, di parlarne pubblicamente, di far conoscere ai giovani cittadini chi col sangue ha difeso posizioni, ideali. Una via, credo, non basti a rimarginare una ferita sanguinante da 41 anni.

Ad Maiora!

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