Visualizzazione post con etichetta Aldo Moro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aldo Moro. Mostra tutti i post

mercoledì 9 gennaio 2019

“Moro Professore”, il 16 gennaio il primo incontro all’Università di Bari

Mercoledì 16 gennaio 2019, alle ore 9.30, nell’Aula Magna del Plesso di Economia dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, si svolgerà il primo incontro del progetto “Moro Professore”.
L’iniziativa, organizzata dal Consiglio regionale della Puglia, d’intesa con il Comitato Universitario Regionale di Coordinamento (CURC), si rivolge agli studenti delle Università pugliesi, al fine di mantenere viva la memoria e diffondere il pensiero di Aldo Moro, attraverso il racconto, documentato dagli atti processuali e delle Commissioni d’inchiesta, della sua vicenda umana, professionale, politica e drammatica, a partire dalla prima lezione all’Università di Bari del 3 novembre 1941 sino al 9 maggio 1978, data del ritrovamento del cadavere, tenendo sempre presente il quadro storico-politico italiano ed internazionale, che va dagli anni sessanta ad oggi.
Porteranno i saluti il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Bari Antonio Felice Uricchio, il Sindaco di Bari Antonio Decaro, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il presidente del Consiglio regionale della Puglia Mario Loizzo, il direttore del Dipartimento DEMDI Giovanni Lagioia, il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bari Giovanni Stefanì. Introdurranno i professori dell’Università di Bari Vincenzo Garofoli, Giuseppe Riccio, Piero Logroscino e Francesca Jole Garofoli.
La relazione sarà curata dall’on. Gero Grassi, proponente la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Caso Moro.
Il progetto “Moro professore” è attuato dall’Assemblea legislativa della Puglia attraverso la Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale, unitamente ai progetti “Moro Vive”, “Moro: martire Laico” e “Moro: educatore”.
Per maggiori informazioni sul progetto e sulle modalità di adesione, consultare il bando nella sezione dedicata del sito del Consiglio Regionale della Puglia.

lunedì 7 gennaio 2019

Moro Vive, giovedì 10 gennaio appuntamento al Liceo “A. Einstein” di Molfetta

Nuovo appuntamento giovedì 10 gennaio 2019, ore 10.30, nel Liceo Scientifico “A. Einstein” di Molfetta (BA) per il progetto “Moro vive”, l’iniziativa del Consiglio Regionale che avvicina i giovani delle scuole superiori pugliesi al pensiero, al ruolo e alla figura del grande statista di Maglie.
L’iniziativa vede il racconto della vicenda umana, professionale, politica e drammatica di Aldo Moro con particolare attenzione al ruolo avuto da Moro alla Costituente, da Ministro della Giustizia, della Pubblica Istruzione, degli Esteri e da Presidente del Consiglio dei Ministri.
Si tratta di raccontare la persona e di far conoscere ai giovani studenti la storia d’Italia ancora non scritta nei libri di testo che vede Moro protagonista di un impegno che ruota sempre intorno alla persona.
La Costituzione Italiana, fortemente voluta da Aldo Moro, si basa sulla centralità della persona e sui diritti che sono riconosciuti dallo Stato e non più concessi, come nello Statuto Albertino.
Analogamente l’immagine di Aldo Moro nella Renault rossa, depositata in via Caetani, a Roma, non rende omaggio all’intera vita di Moro che non può esser ridotto ad un corpo inerme e martoriato.
Porterà i saluti la Dirigente scolastica Margherita A. Bufi, introdurrà il docente di storia e filosofia G. Pappagallo, interverrà l’on. Gero Grassi proponente la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Caso Moro che svilupperà la relazione e risponderà alle domande degli studenti.
“Moro vive” è il progetto dedicato dall’Assemblea legislativa pugliese ad Aldo Moro, a cura della Sezione Biblioteca e Comunicazione Istituzionale, unitamente agli altri tre progetti “Moro: martire Laico”, “Moro: educatore”, “Moro: professore”.

martedì 9 ottobre 2018

Scempio a Bari. Vandalizzato il monumento in memoria a Aldo Moro

di Nico Baratta


È un dato di fatto. Per il Presidente Aldo Moro non c’è pace e con essa verità. A parte l’ultimo sostantivo, verità, che meriterebbe una lunga analisi sui fatti accaduti in quel terribile anno, il 1978, e precisamente in quei angoscianti e oscuri 55 giorni, il sostantivo pace vorrebbe che ciò che lo ricorda, lo commemora, lo consegna alla storia, andrebbe rispettato. Invece non è così.
Nella notte tra sabato e domenica scorsa, il monumento eretto in Piazza Aldo Moro, a Bari, è stato vandalizzato. La lapide che commemora il suo operato è stata divelta è buttata in terra. A denunciarlo pubblicamente è stato il Comitato di Piazza Umberto, che sui social network ha pubblicato le foto della lapide fatta a pezzi e lasciata sul terreno. Foto riprese da molti e commentate. Tra i primi a dir la sua c’è stato l’On. Gero Grassi: «L’azione di devastazione del Monumento che ricorda Aldo Moro ed i martiri di via Fani, a Bari, non è gesto vandalico. Attenzione a sottovalutare il fenomeno. Giro l’Italia e la Puglia a ricordare il Martirio Laico di Aldo Moro e porto sulla mia pelle il fastidio che a molti da il solo parlare di Moro. Nel cuore ho invece la voglia di verità di tanti giovani e cittadini che apprezzano ed amano l’Uomo Aldo Moro».

Forse è stato un atto vandalico di spregiudicati in balia di protagonismo, o forse di bulli in preda a chissà quali sostanze. O forse, quello dell’altra notte, che fa il bis con quello del 27 giugno scorso, è un atto mirato per mandare un messaggio chiaro: Moro va dimenticato e con lui tutto ciò che ha fatto e che voleva fare e che avrebbe fatto se “gli oscuri artefici” non l’avessero consegnato nelle mani delle Brigate Rosse. E sì, perché dopo le oculate analisi e indagini svolte dalla Seconda Commissione Parlamentare sul Caso Moro, conclusasi con il precedente Governo (sarebbe stato utile che questo lo avesse continuato, nda.), son sortite verità scomode, scritti nomi importanti, raccontato fatti inediti e intrecci politici-religiosi-istituzionali che, ripensandoci, fanno accapponare la pelle. Tutto è conservato con integerrima cura e oculata cronologia nel sito www.gerograssi.it. Difatti l’On. Gero Grassi, per chi ancora non lo sa, era parte vitale della suddetta Commissione; l’ha voluta fortemente e continua a raccontare a scuole e enti ciò che la Commissione ha prodotto.

Molte son stati i commenti che hanno condannato il barbaro atto vandalico che, nel caso, assume un duplice valore: simbolico e di degrado. Piazza Moro e la vicinissima Piazza Umberto, pur trovandosi in una zona cittadina centrale, di sera sono lasciate nell’oblio istituzionale, dove accade di tutto. Un dettaglio non tralasciato da Mario Loizzo, presidente del Consiglio regionale della Puglia, che in una nota esprime: « Il più fermo sdegno per un gesto che può avere tante origini, ma che resta sotto ogni aspetto inaccettabile e stupidamente barbaro. Occorre ripristinare al più presto l'integrità di un importante simbolo storico nel centro della città. Questo atto si inserisce in un quadro di generale degrado di una zona importante del capoluogo, davanti alla stazione centrale. È un nuovo esempio inaccettabile di una situazione assolutamente invivibile a danno dei residenti e di chiunque si trovi ad attraversare la zona. Di sera, tanto piazza Moro che piazza Umberto – pone in evidenza Loizzo - si trasformano in una terra di nessuno, soggetta a violazioni, vandalismi, reati di vario genere. Questo non può accadere e sollecita maggiore controllo, a tutela del rispetto delle leggi e delle regole civili. Torno a chiedere che il monumento a Moro venga riparato rapidamente e sottoposto ad una vigilanza assidua»

Nella foto il monumento vandalizato (foto Comitato di Piazza Umberto)


©NicoBaratta all rights reserved - Tutti i diritti sono riservati

A lezione di Moro nelle scuole pugliesi: il dettaglio dei progetti 2018-19 del Consiglio regionale


Sono quattro, come annunciato, i progetti biennali promossi dal Consiglio regionale della Puglia, per “proporre all'intera comunità pugliese l’attualità del pensiero di Aldo Moro”, come dichiara il presidente dell’Assemblea legislativa, Mario Loizzo.
“Moro vive” ha preso il via dall’istituto Giulio Cesare di Bari e coinvolgerà gli studenti di altri 49 istituti superiori. “Moro martire laico” è destinato a Comuni, biblioteche e Associazioni, “Moro professore” si rivolge alle Università pugliesi.
Il 18 ottobre, nell'Aula del Consiglio regionale, in via Capruzzi a Bari, primo appuntamento con “Moro Educatore”, ciclo di incontri per la formazione e aggiornamento dei docenti di lettere, storia, filosofia e diritto degli istituti scolastici pugliesi. È un corso biennale di 60 ore complessive, organizzato in collaborazione con l'Ufficio Scolastico Regionale, l'IPSAIC, il SISUS e la Biblioteca del Consiglio Regionale. Prevede 14 incontri, tutti nella sede consiliare, con lezioni di autorevoli personalità su aspetti diversi della vicenda umana, professionale, politica e drammatica di Aldo Moro. Interverranno i presidenti delle Commissioni d'inchiesta Giovanni Pellegrino e Giuseppe Fioroni, che si soffermeranno risultati e gli aspetti critici dell'inchiesta Moro. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti parlerà di “Legalità e Magistratura”. Metteranno a fuoco aspetti delicati gli scrittori Giovanni Fasanella (“Moro e il contesto internazionale”), Stefania Limiti (“La strategia della tensione”), Filippo Boni (“I Martiri di via Fani”). “Moro, la Puglia e La Gazzetta del Mezzogiorno” sarà l’argomento di una lezione del direttore del quotidiano, Giuseppe De Tomaso. I professori universitari Antonio Incampo, Loredana Perla, Raffaele Rodio e Federico Imperato tratteranno i temi “Moro costituente”, “Moro ministro della Pubblica Istruzione”, “Moro e lo Stato”, “Moro e il Mare Mediterraneo”. Il comandante del RIS generale Luigi Ripani tratterà la dinamica della morte di Moro. Il capitano dei Carabinieri Roberto Arlati, che guidò l'irruzione in via Montenevoso il 1 ottobre 1978, a Milano, racconterà una delle pagine più oscure dell’intera vicenda.
Oltre alla partecipazione di due parenti delle vittime di via Fani, Adriana Zizzi e Sandro Leonardi, parte lesa e spesso trascurata nel loro dramma, è prevista la presenza di uno dei capi fondatori delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini, pentito vero che non ha mai ucciso nessuno. Sarà intervistato dal direttore di Telenorba Enzo Magistà.
Le lezioni inaugurali di ciascuno dei due anni di corso saranno tenute dall’on. Gero Grassi, funzionario della Biblioteca multimediale del Consiglio regionale, già proponente la Commissione d'inchiesta Moro-2. Secondo una prassi efficace, collaudata in 600 manifestazioni in tutta Italia, muovendo dalla docenza di Moro nell'Università di Bari, perverrà ai risultati della Commissione parlamentare, attraverso il racconto organico di quasi ottanta anni di storia d'Italia.
Alle iniziative interverranno il direttore dell'Ufficio scolastico regionale Anna Cammalleri, il direttore dell'IPSAIC Vito Antonio Leuzzi e la dirigente della Sezione biblioteca e comunicazione istituzionale del Consiglio regionale Annavita Perrone.

sabato 16 giugno 2018

“Moro: martirio laico”, Lunedì 18 presentazione del progetto promosso dal Consiglio Regionale Puglia e dall'Anci

Lunedì 18 giugno, alle 11, in Consiglio regionale (sala Guaccero, al secondo piano del palazzo di via Capruzzi a Bari), si svolgerà la presentazione del progetto “Moro: martirio laico”, rivolto tra il 2018 e il 2020 ad enti locali, biblioteche e associazioni. Interverranno i presidenti del Consiglio regionale Mario Loizzo, dell’Anci Puglia Domenico Vitto e l’on. Gero Grassi.

sabato 24 febbraio 2018

Caso Moro. Gero Grassi «La commissione parlamentare ha desegretato gli atti»

 di Nico Baratta

Finalmente e dopo anni di indagini, reticenze di chi è stato interrogato o semplicemente ascoltato, giovedì 22 febbraio 2018, la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'eccidio di via Fani e la morte di Aldo Moro ha resi pubblici moltissimi atti. Alcuni sono ancora oggetto della magistratura, perciò vincolati dal segreto istruttorio. Tuttavia molti atti, ma davvero tanti, sono già a disposizione e leggibili sul sito web www.gerograssi.it, dove troverà documenti, foto, video e audio, interessanti e inediti.
In una nota stampa dell’On. Gero Grassi, componente attivissimo e instancabile, della Commissione sudetta, è ben evidenziato il lavoro svolto. «Si è svolta oggi l'ultima seduta della Commissione Moro per la totale desecretazione degli atti e l'invio alla Magistratura di quelli di propria competenza, che ovviamente restano secretati, insieme a quelli trasmessi dal Governo già secretati –ha dichiarato l’On. Gero Grassi-. Sono contento del risultato ottenuto dalla Commissione e della approvazione da parte della Camera della relazione finale con il voto unanime ed un solo astenuto. Il risultato raggiunto dimostra la bontà della iniziativa legislativa per la istituzione della Commissione d'inchiesta sull'eccidio di via Fani e la morte di Aldo Moro. Dimostra anche che quanti hanno ostacolato l'intera operazione sbagliavano ed avevano interessi diversi, spesso contrapposti. La dinamica dell'agguato con tante omissioni sul numero e qualità dei presenti, la vicenda del bar Olivetti, le modalità delle morte di Moro, la prigione, il misterioso arresto di Alessio Casimirri, il falso memoriale Morucci-Faranda, le grandi bugie del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga sul Memoriale e sulla ricerca di Moro e il ruolo di Ugo Pecchioli, la partecipazione di soggetti stranieri all'intera vicenda, le omissioni di certa Magistratura, il ruolo dei Servizi Segreti e del Ministero degli Interni, i documenti nascosti, la vicenda della morte del generale Dalla Chiesa, il ruolo della P2 e di Licio Gelli sono oggi molto più chiari. Un rammarico –chiosa Grassi-: l'aver riscontrato che certo potere politico, giudiziario, militare, culturale, ecclesiastico continua a non dire la verità e ad impedirne la ricerca. Il nostro impegno per la verità continua».

Una dichiarazione che invita i lettori a seguire le puntate video che il portale d’informazione www.byoblu.com ha registrato intervistando Grassi, dove mette a nudo le verità finora riscontrate.

Ecco il video della prima puntata “The MORO Files (Gero Grassi) - ep.1: IL POLITICO ALDO MORO”.

 

La segretazione degli atti è avvenuta dopo l’increscioso atto delinquenziale a danno del monumento che ricorda la strage di Via Fani, di quegli agenti che furono trucidati durante il rapimento del Presidente. «Provo dolore per lo scempio fatto stamane in via Fani, dove qualche cretino ha pensato di sfregiare la memoria degli uomini della scorta di Aldo Moro. La triste vicenda ci riporta al caso Moro che, è bene ricordarlo, non è ancora chiuso, che la verità deve essere perseguita perché questo Paese possa fare i conti con il proprio passato e con il futuro", la dichiarazione che l’On. Gero Grassi il 21 c.m. ha rilasciato all’AGV – Agenzia Giornalistica il Velino-.

giovedì 28 settembre 2017

Caso Moro: Novità esclusive sulla Faranda e luoghi dei brigatisti

di Nico Baratta

Roma. Ci sono novità esclusive comunicate dalla II Commissione parlamentare che si occupa sul “Caso Moro”. Dopo le rivelazioni ottenute durante l’ultima seduta, la Commissione dagli indizi forniti e dalle testimonianze fornite avrebbe ricostruito un puzzle che racconta segreti finora mai svelati. Entrando nei dettagli pare che Adriana Faranda, l’è un'ex brigatista italiana, militante delle Brigate Rosse durante gli “Anni di piombo” e compagna di Valerio Morucci, racconta che prima di essere arrestata il 29 maggio 1979 viveva, con il suo compagno, nella casa di Giuliana Conforto.
Da alcune indagini si è scoperto che il padre della Conforto a quel tempo era  un potente agente del KGB, che lavora pure la CIA ed infine per il Sismi. Le indagini hanno anche appurato che quella sera i due brigatisti, tra l’altro ricercati in tutta Italia, cenarono con il prof. Conforto, con la figlia la prof.ssa Giuliana ed il suo compagno Saverio Tutino, quest’ultimo famoso giornalista di Repubblica ed amico di Giangiacomo Feltrinelli, noto attivista e partigiano italiano e vicinissimo alla ideologia di Fidel Castro.
Con tali presupposti la Commissione ha rivolto delle domande alla Faranda, in particolare se chi era a cena con loro li aveva riconosciuti. Ebbene, la risposta della ex brigatista è stato un secco «No». 
La Commissione, naturalmente, ha fatto sapere che non ha creduto a quel «No», ribattendo che alcuni di loro continuano palesemente a mentire.
Ma ciò non ha inficiato il lavoro svolto dalla Commissione che alla luce di queste ultime rivelazioni è più che convinta che in via Massimi, 91, a Roma, in una palazzina dello IOR, gestita da Paul Casimir Marcinkus, Arcivescovo cattolico statunitense più volte presente in fascicoli di importanti inchieste (si vedano quelli della morte di Papa Giovanni Paolo I e la sparizione di Emanuela Orlandi) al tempo dell’omicidio del Presidente Aldo Moro hanno vissuto alcuni brigatisti.

Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti. 

martedì 5 settembre 2017

Inchieste. Caso Moro: Pietro Modiani, ex Dir. Gen Intesa SanPaolo, potrebbe rivelare verità celate

di Nico Baratta

Roma. Oggi, 05 settembre 2017, alle ore 14, a Roma presso il Palazzo San Mancuto, sede periferica della Camera dei Deputati e adibito a sede della Biblioteca della Camera dei Deputati, sarà audito, dalla Commissione parlamentare che si sta occupando nuovamente di far luce sull’assassinio del Presidente DC Aldo Moro (nella foto), Pietro Modiani, ex Dir. Gen Intesa SanPaolo. Per l’evento c’è molta attesa poiché Pietro Modiani potrebbe conoscere fatti non ancora detti che riguarderebbero alcuni particolari somatici post-mortem di Moro. Ciò è stato confermato da Gero Grassi, membro della suddetta Commissione, nonché principale suo artefice per far luce su una verità ancora avvolta nella nebbia. Difatti, alla Presidenza della Commissione Moro sarebbero giunte alcune segnalazioni, per lo più confidenze personali, di elementi della vicenda che lo stesso Modiani ha esternato volontà di raccontare.
I dettagli delle confidenze riguarderebbero dei colloqui avvenuti tra l’ex manager e Don Cesare Curioni, che erano molto amici. Per la cronaca don Curioni era il capo dei cappellani delle carceri italiane impiegato dal vaticano come canale di trattativa con le Brigate Rosse.
Questo particolare ha sortito curiosità investigativa alla Commissione poiché don Cesare Curioni fu presente durante l’esame autoptico svolto sul corpo di Aldo Moro. Un dettaglio già preso in esame ma che intersecato tra le varie testimonianze rilasciate alla stessa Commissione ha rilevato un dettaglio primario sulla base di una precedente audizione, quella rilasciata da don Fabio Fabbri, braccio destro di don Curioni.
«Don Fabio ci ha dato indicazioni importanti sulla base della confidenza che gli fece Curioni- ha dichiaro l’On. Gero Grassi- che, foto dell'autopsia alla mano, in particolare quella del cuore, disse “io so chi lo ha ucciso, ne riconosco la firma: nessuno dei colpi ha toccato il muscolo cardiaco”. Fabbri ha spiegato- prosegue Grassi- che si trattava di un killer professionista che sparava proprio con quella modalità divenuta una sua “firma”: da ragazzo era stato detenuto al Beccaria di Milano. L'uomo ha vissuto a lungo all'estero. Ora la Commissione compirà tutti i doverosi passi per seguire le indicazioni di don Fabbri che, alla mia domanda: ci sta dicendo di seguire la pista dell'autopsia?, ha risposto, “Proprio così, lì c'è la firma” –ha concluso Gero Grassi».
Insomma, a poco meno di 40 anni dal barbaro assassinio del Pres. Aldo Moro, la giornata di domani potrebbe rivelarsi fondamentale per ottenere un altro importante, forse risolutore, tassello per ristabilire una verità che rimbalza di giorno in giorno contro un muro di gomma ben costruito.  

Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti.

mercoledì 12 luglio 2017

Caso Moro: "Arrivò da un commissariato la lista segreta del 29 maggio 1979". Lo afferma la BR Adriana Faranda.

di Nico Baratta

Il 29 maggio 1979 si parlò tanto di una lista segreta contenente molti nomi di brigatisti. Ne erano elencati più di 90, tra cui spiccavano due nomi, quello di Faranda Adriana e Morucci Valerio. 
Oggi l'ANSA riporta alcuni particolari, che riportiamo di seguito, e che sono alcuni stralci dell'audizione che la Faranda ha rilasciato alla Commissione parlamentare sul Caso Moro.

Comunicato ANSA ROMA, 11 LUG 2017
Nessuna lista segreta o suscettibile di letture diverse: quella trovata a viale Giulio Cesare il 29 maggio del 1979 e che conteneva i nomi di oltre 90 Br con anche il nome di battaglia non era una schedatura che Adriana FARANDA e Valerio Morucci avevano realizzato dopo la rottura con le Br e la loro fuoriuscita traumatica dopo una sorta di "confino" in una base della organizzazione in Umbria. Il chiarimento, dopo che la questione era stata posta, senza una risposta adeguata a Valerio Morucci alcune settimane fa, è arrivato oggi durante la prima tranche della audizione di Adriana FARANDA, una delle poche ex Br che ha accettato di rispondere alle domande della Commissione Moro. "Era un elenco che era arrivato a me da qualcuno e che mi si disse provenire da un commissariato da cui era stato sottratto. Serviva a capire cosa la polizia sapesse della struttura per avvertire eventualmente dei rischi che stavano correndo i compagni che erano stati individuati". La questione non ha tuttavia convinto oltremodo il Presidente della Commissione Moro, Giuseppe Fioroni, che ha fatto notare che è inconsueta un elenco con anche i nomi di copertura in un semplice commissariato di polizia poco dopo l'uccisione di Aldo Moro quando ancora delle Br, della sua struttura, articolazione e composizione non si sapeva moltissimo". Per il resto Adriana FARANDA ha riproposto la linea ben conosciuta di un omicidio arrivato perché' la Br non credevano più a nessuna possibile svolta che concedesse loro, implicitamente o ancor meglio, esplicitamente, un riconoscimento." Fino all'ultimo si è sperato che lo stesso Moro potesse spostare, spaccare il fronte della fermezza. Noi non eravamo dei gran politici ma dei ragazzi, mediamente intelligenti, e un po' sprovveduti che hanno fatto una cosa di cui non avevano valutato in pieno la valenza e le conseguenze. Il segnale decisivo che fece propendere per la scelta di procedere nella uccisione, già decisa con il nono comunicato delle Br il 5 maggio, fu la "deludente" dichiarazione di Bartolomei che doveva spianare la strada alla apertura di Fanfani alla direzione Dc del 9 di maggio. Dipendevano da quelle parole la possibilità di liberare Moro. E non bastarono". Una novità è stata la notizia che il "via libera", oltre che da tutti i componenti regolari e irregolari delle Br, arrivò anche dai "compagni in carcere. A noi fecero sapere che si doveva andare avanti tranquilli. 'Fate quello che dovete fare, noi, in carcere, ce la caveremo".

Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti.

sabato 29 aprile 2017

Inchieste. Caso Moro. Dalla P2 ai retroscena dei Servizi di casi irrisolti, e le verità celate di poliziotti da ascoltare

di Nico Baratta

Del “Caso Moro” se ne parla sempre di più. Indizi risorti come per magia, prove confutate e poi svelate durante le audizioni della Commissione Parlamentare, la seconda, che si occupa del caso, sono le ultime rivelazioni che dovrebbero far luce su un omicidio avvolto da misteri, perlopiù di Stato.

In una delle recenti audizioni della suddetta Commissione è venuta alla luce l’ennesima “burla” di un sistema talmente oscuro quanto organizzato che ha detto tutto e niente. Le rivelazioni che la Commissione attendeva dal Colonello dei Carabinieri Michele Riccio si sono rivelate inutili. Riccio parla con il senno di poi ma reticente ai fatti accaduti e chiesti e confermati dalla Commissione. Se si sperava in verità non dette, la Commissione sul Caso Moro si è dovuta accontentare dell’ennesima beffa di un sistema che non vuol far emergere nomi e perciò colpe di chi ha voluto morto il Presidente Moro. Il Colonnello Riccio, difatti, non svela nulla che già si sapeva. Ritorna sulla tesi della “struttura con licenza di uccidere”, quella che negli anni 1992 e 1993 cosparse di sangue le più importanti città italiane per la presenza di altrettanti personaggi legati alla politica, giornalismo, economia e finanza, sindacalisti. Tutte persone che in un modo erano fulcri di un sistema democratico per nuove politiche da mettere in campo in un’Italia resa volutamente caotica da strutture dello Stato ma parallele. La reticenza di Riccio, secondo fonti attendibili e interne allo Stato, sarebbe legata alla sua indagine sull’uccisione di 4 brigatisti nel covo di Via Fracchia, a Roma, dove si presupponeva fossero conservati alcuni documenti sugli interrogatori di Moro da parte delle BR. Una ricerca della verità che ebbe come informatore occulto un boss mafioso di spicco della famiglia di Caltanissetta, perciò delle faide interne a Cosa nostra, Luigi Ilardo, poi freddato a Catania con colpi di pistola sparati alle spalle davanti la sua abitazione la sera del 10 maggio 1996, poche ore prima che ufficializzasse la sua tesi. Una tesi che Cosa Nostra non voleva venisse fornita, pur “giustificando” l’omicidio di Ilardo per la sua attività collaboratrice con l’allora colonnello Michele Riccio, comandante dei ROS, che cercò di arrestare Bernardo Provenzano, ben nascosto in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, vicino Palermo, ed assistito quotidianamente dagli affiliati.  
Ma il velo di mistero che avvolge la reticenza del Colonnello Riccio è legata anche ad altri nomi e strutture, le stesse che gli fornivano informazioni e che volevano Moro morto. E qui si parla di Servizi Segreti, anche deviati, di collaboratori interni ai Servizi, allo Stato e alla politica.

Tuttavia, e per fortuna meno male, la Commissione Parlamentare sul Caso Moro, come sempre voluta fortemente dall’On. Gero Grassi, non ha dato peso a informazioni già risapute, formulando con autorevolezza al Colonnello altre domande. Nell’audizione vengono citati da entrambe le parti nomi di brigatisti e collaboratori del Servizi, prima del SID poi diventato SISDE. Questo fa ben comprendere come quel sistema talmente oscuro quanto organizzato avesse radici profonde e radicate nello Stato. Emergono i nomi di Chisena, un criminale che collaborava occultamente con i Servizi Segreti e che si confidava con Ilardo. C’è anche il nome di un allora PM, Luigi Moschella, che fu uno dei magistrati che a Torino partecipò al processo contro le BR e che poi fu sospettato di aver avuto rapporti con la malavita ‘ndranghetista, la stessa che fu accusata di avere ucciso a Torino nel 1983 il PM Bruno Caccia, per poi difendersi davanti al CSM fornendo la sua versione dei fatti con atti e annotazioni ben dettagliate. Nomi pesanti, importanti, specie quello di Chisena, per la causa in atto, e che hanno un senso e che la Commissione, a detta del suo Presidente l’on. Fioroni, approfondirà con l’acquisizione delle carte presso le Procure di Palermo e Caltanissetta, le stesse che conservano le dichiarazioni del Colonnello Michele Riccio. Fioroni non esclude un exploit di notizie, quelle che saranno analizzate con dovizia investigativa e accurata cronologia  e che saranno anche materia primaria per un’audizione del PM Giuseppe Pignatone poiché in quel periodo era a capo della Procura palermitana. 

Ma la Commissione non si è fermata sul caso pocanzi descritto. Martedì prossimo, 2 maggio 2017, alle ore 20:30, ascolterà Elio Cioppa, descritto da Grassi come un “misterioso protagonista del caso Gradoli”. Cioppa è quel funzionario della Polizia di Stato che in un libro si autodefinì “L’uomo che poteva salvare Moro”. Un protagonismo letterario di Cioppa che lo stesso Gero Grassi si auspica metta in campo durante l’audizione e che serva a sverlare nuove piste per far chiarezza sulle oscure trame dell’uccisione di Moro. Cioppa, al tempo di  Moro, era un funzionario della Squadra Mobile di Roma il quale fu avvertito telefonicamente di alcuni movimenti sospetti ravvisati anonimamente in un appartamento di Via Gradoli. Da li, con Cioppa, vi fu un’operazione di controllo, con perquisizioni  dell’intero stabile, tranne che per un appartamento che aveva la porta chiusa. Ebbene, quella porta era l’ingresso che poi un mese dopo, il 18 aprile, risultò il covo delle BR. Morto Moro, Elio Cioppa fu convocato dai Servizi Segreti del SISDE e precisamente dal Generale Giulio Grassini, allora capo dei suddetti Servizi, ma anche un iscritto alla Loggia massonica P2 con tessera n. 515, e perciò subalterno a quel sistema massonico deviato parallelo allo Stato denominato “Propaganda due” fondato da Licio Gelli. In quel formale colloquio Cioppa fu messo al corrente che doveva indagare sul Caso Moro attenendosi, però, ad alcuni appunti forniti da Gelli che già sapeva delle decisioni prese su Moro e sulle BR. Ma l’audizione di Cioppa sarà anche fondata su un punto che la Commissione Parlamentare sul Caso Moro vuol capire: perché Cioppa afferma di essere stato il primo rappresentante delle Forze dell’Ordine a giungere sul luogo dove venne ritrovata la R4 con il cadavere di Moro?

L’auspicio, più volte rimandato al mittente, che la Commissione si auspica di non combattere è che qualcuno faccia cadere nell’oblio la morte del Presidente Aldo Moro. Un oblio, da quanto si è potuto capire in questi trenta e più anni, voluto da alcune persone dello Stato, della politica, del mondo economico-finanziario e da un sistema parallelo che fa comunella con la criminalità mafiosa, che tanto sa e che tanto non dice e vorrebbe continuare a far affari pur di mantenere quel predominio studiato a tavolino nei “Palazzi” che contano. Un oblio che potrebbe essere rivendicato anche dal mondo giornalistico, e per far chiarezza da quello legato a certi sistemi di potere implicati con persone nel Caso Moro. È pur vero che oggi col Testo Unico dei Doveri del Giornalista, approvato dal Consiglio Nazionale nella riunione del 27 gennaio 2016, si cercherà di garantire la non diffondibilità di precedenti pregiudizievoli dell'onore di una persona; ma è anche vero che se la persona chiamata in causa ha ancora dei “sospesi” morali, etici e principalmente giuridici, perciò indizi e prove da fornire, l’oblio deve attendere, in nome della legalità, verità e giustizia.

Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti. 

giovedì 19 gennaio 2017

Inchieste. Caso Moro. Grassi: “Morucci reticente ed arrogante, non vuole rispondere”

di Nico Baratta

ROMA. Continua l'attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro. Centinaia di faldoni, registrazioni chilometriche, testimonianze inedite, sono solo alcuni della alacre e certosina attività messa in campo da chi vuole la vera verità sulla morte del Presidente Moro. Ma soprattutto sui veri mandatari dell'omicidio, poiché le mani armate, presumibilmente, son state assicurate, tempo addietro, alle Patrie Galere. Si ricorda che Valerio Morucci è libero dal 1994 per sconto di pena. Gero Grassi, Vicepresidente Gruppo Pd Camera e membro della suddetta Commissione, ci racconta un'altra testimonianza fornita alla Commissione. I contenuti sono raccapriccianti, che delineano come da trent'anni anche chi ha agito sul campo pare voglia tener nascosta una verità scomoda allo Stato. Per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti. 

«L'audizione dell'ex brigatista rosso Valerio Morucci e' finita male, dopo che era iniziata peggio. 
Morucci e' un protagonista dell'eccidio di via Fani e del rapimento di Aldo Moro. 
Fu arrestato nel maggio 1979, poi dissociatosi dalle BR, usufruì di sconto di pena grazie alla legge sui pentiti. Aveva collezionato diversi ergastoli, libero dal 1994. 
Valerio Morucci e' personaggio centrale nell'intera vicenda Moro e l'auspicio della Commissione era che finalmente partecipasse, con la totale verità, a chiudere i dubbi e le bugie emerse ultimamente. Morucci ha subito fatto presente che non intendeva rispondere a domande con carattere penale e nei suoi interventi ha parlato di domande inquisitorie da parte del Presidente Fioroni, dicendo tante volte che non ricordava, non gradiva la domanda, trattavasi di domanda sgradevole, non voleva rispondere. In più occasioni ha detto che la verità è tutta scritta e non esiste altro da aggiungere. 
Una considerazione: la mia impressione è che Morucci non ha inteso rispondere alle domande che smentiscono le sue 'verità', ma che si è servito della Commissione per rilanciare le sue bugie. E lo ha fatto con arroganza culturale e con disprezzo della verità. 
Quando Fioroni gli chiede conto del foglio di via, dell'assicurazione e del bollo dell'auto Fiat con la quale viene portato via Moro e gli contesta che questi tagliandi falsi provengono dal Salone Autocia di Roma, dove Morucci e Faranda hanno acquistato alcune auto, aggiungendo che il Salone e' legato alla Banda della Magliana, Morucci si indispettisce dicendo che il tutto e' irrilevante. Aggiunge che la domanda è sgradevole. Analogamente dimostra di essere lontano dalla verità quando Fioroni gli mostra alcuni fogli, ritrovati nell'appartamento di via Giulio Cesare a Roma, quando Morucci e Faranda sono arrestati. I fogli contengono un elenco di circa 90 persone, con alcuni nomi in codice ed indirizzi, di brigatisti noti e meno noti e di persone contigue al Terrorismo. 
Morucci nega che quei fogli sono suoi, dice addirittura di non conoscerne l'esistenza mentre sono allegati, come corpi di reato, all'ordinanza del suo arresto. Dice di non averli mai visti e che forse erano nell'appartamento di Conforto, ma non suoi. Per la storia il prof. Conforto, già spia Fascista dell'Ovra, e' noto agente KGB. La Commissione attuale scopre anche che e' agente CIA e Sismi. Quando Fioroni apertamente e senza alcun tono inquisitorio, culturalmente lontano da lui, evidenzia a Morucci che e' strano girare con l'elenco del Terrorismo in tasca, ma e' altrettanto strano che in quella casa ci sia l'elenco stesso, anche alla luce del fatto che all'elenco per oltre un decennio la Magistratura non ha fatto seguire alcun provvedimento. Così come e' strano che la titolare dell'appartamento, Giulia Conforto, non subisce alcuna pena, nonostante abbia alloggiato presso di se' due terroristi dell'eccidio Moro insieme ad armi di tutti i tipi. Forse l'elenco dimostra la trattativa in corso tra BR e pezzi dello Stato.
Morucci non risponde nemmeno alla contestazione che la proprietaria dell'appartamento di via Gradoli, la signora Bozzi, e' amica della Conforto, la cui zia in altro appartamento ospita una brigatista. Dopo oltre tre ore di evidente non volontà di Morucci di dire la verità, ho detto al Presidente di chiedere apertamente all'ex brigatista se intendeva rispondere o avvalersi della facoltà di non rispondere. Morucci ha scelto questa seconda strada. Lui dice perché si sa tutto. Io gli ho contestato che molte scoperte dell'attuale Commissione Moro sbugiardano il suo Memoriale e le sue verità e che ha perso l'ennesima occasione per dire la verità'. Nessuna inquisizione, ma la verità non può essere scissa dalla riconciliazione sociale. A questo punto la seduta e' stata interrotta perché Morucci non vuole parlare ed i suoi silenzi dimostrano ancora una volta le falsità e le complicità della vicenda Moro. 
Inutile chiedergli del perché sulla Renault non ci sono le tracce dei brigatisti che dicono di aver ucciso Moro. Superfluo fargli notare che il covo di via Massimi non e' mai stato citato. Inutile ascoltarlo perché la verità è la voglia di verità non gli appartengono. Moro continua ad essere ucciso».

Gero Grassi, Vicepresidente Gruppo Pd Camera e membro della Commissione parlamentare Caso Moro

sabato 24 dicembre 2016

Caso Moro. Approvata la relazione con sconvolgenti verità. Ce ne parla Gero Grassi

di Nico Baratta

Omissioni della magistratura, complicità politiche e distrazioni giornalistiche, partecipazioni delle forze dell'ordine spesso edulcorate da indagini pilotate da forze esterne ed oltre confine, sono solo una parte degli ingredienti che fino a oggi hanno costituito la farraginosa  indagine sulla morte del fu Presidente Aldo Moro. È giusto ricordare che Moro fu uno dei padri costituenti della nostra Costituzione Italiana. E fu proprio lui che volle inserire nella prima parte della Costituzione gli articoli inerenti ai riconoscimenti dei diritti alle persone, per renderle libere nel pensiero, nel culto, nello studio e in quello economico, in quello sanitario e culturale. Un diritto che oggi più che mai riconosce l'Italia un paese democratico e che alla luce delle ultime rivelazioni sulla sua morte dev'essere garantito per la verità, quella di come si sono davvero svolti i fatti che hanno purtroppo cagionato la morte di Moro. Come afferma giustamente l'Onorevole Gero Grassi, Vicepresidente del gruppo PD alla Camera dei Deputati e parte importantissima, nonché fondatore, della Commissione parlamentare sul Caso Moro, «Il Caso Moro non è il passato, è il futuro della libertà, della democrazia, della serenità, della sicurezza degli italiani». Libertà, si proprio quello, un sostantivo spesso utilizzato in modo improprio e abusato da chi lo vorrebbe manipolare per fini propri. Ma la libertà non si compra, anche se tutto ha un prezzo, perché è personale e ognuno se la gestisce come vuole. Libertà è anche verità, e poi giustizia. Il Caso Moro, seppur dopo circa quarant’anni, non ha ancora ottenuto giustizia poiché fino a ora è mancata la verità, perciò la libertà di dir le cose. E proprio in questo ambito che lavora la Commissione parlamentar, che da oltre due anni di indagini è riuscita a riscrivere la storia sul rapimento e poi omicidio dello statista. E con essa anche una parte della storia d’Italia. Difatti la settimana scorsa, in piena notte, la suddetta Commissione ha approvata la relazione sul caso. Ne hanno parlato i più importanti media internazionali. Noi pubblichiamo integralmente una consistente nota rilasciata direttamente dall’On. Gero Grassi.

“NUOVO COVO BR IN ZONA BALDUINA
E’ certo che nell’area della Balduina, a Roma, c’era un covo mai scoperto delle Brigate Rosse, dove Moro è tenuto subito dopo il rapimento. Il racconto della fuga da via Fani, contenuto nel memoriale Morucci-Faranda, scritto dal vicedirettore del ‘Popolo’ Cavedon, è demolito ulteriormente a riprova che nel Memoriale c’è l’accordo tra brigatisti e pezzi infami dello Stato.
Il 17 marzo 1978 una fonte riservata della Guardia di Finanza segnala il covo e la zona. Le indagini non arrivano a nulla, ma sono fatte con molta superficialità. Di questo covo ne parlano Mino Pecorelli e Pietro Di Donato. Il covo trovasi in via Massimi, collegata a via Licinio Calvo dove, il giorno del rapimento e i due successivi, sono rintracciate le tre auto brigatiste che non sono portate lì da zona distante, ma fuoriescono da un garage di via Licinio Calvo. Molti atti di queste scoperte sono coperti dal segreto istruttorio e sono stati inviati alla Procura della Repubblica di Roma.
Le palazzine in questione registrano la presenza abitativa, durante i 55 giorni, di persone legate all’area politica che effettua il rapimento, una presenza terrorista straniera confermata da testimoni, la presenza di una nota brigatista e di esponenti dell’Autonomia Operaia. Queste presenze convivono in una palazzina dove pure risiedono alcune società americane e altissimi prelati del Vaticano. L’intero stabile è di proprietà dello IOR, il cui amministratore e Mennini, segretario del cardinale Marcinkus.
La Fiat 132 sulla quale è fatto salire Moro dopo via Fani evidenziano infiorescenze arboree presenti nella zona delle palazzine.

I BRIGATISTI MORUCCI E FARANDA SI CONSEGNANO ALLA POLIZIA
I brigatisti Morucci e Faranda il 29 maggio 1979 non sono arrestati. Si consegnano alla Polizia per contrasti all’interno delle BR e per paura di essere uccisi da Moretti, come dice Pace. Il maresciallo Nicola Mainardi della squadra Mobile di Roma spiega che il covo di via Giulio Cesare è rintracciato grazie a due confidenti che gestiscono l’autosalone AutoCia, Dario Bozzetti e Olindo Andreini, già implicati in vicende criminali e legati alla banda della Magliana. Morucci è amico dei due dall’infanzia e con la Faranda acquista diverse auto dall’AutoCia.
Altra curiosità: il prof. Giorgio Conforto, padre di Giuliana, titolare della abitazione dove sono arrestati Morucci e Faranda, già agente dell’Ovra fascista, è agente del KGB, ma opera anche per la CIA ed il SISMI, servizio segreto militare italiano. La prof. Giuliana, che a casa sua ospita i due brigatisti Morucci e Faranda, esce indenne dalla vicenda giudiziaria dopo soli due mesi di carcere.

LE TRATTATTIVE DEI PALESTINESI
I palestinesi trattano per la liberazione di Moro. Lo vuole Arafat che utilizza la RAF tedesca. La trattativa fallisce per le divisioni dei palestinesi. vince la linea dei gruppi oltranzisti palestinesi e brigatisti a loro legati. Moro sa tutto questo e il 28 e 29 aprile 1978 scrive all’on. Erminio Pennacchini, Presidente del Comitato di Controllo sui Servizi. Parla di “scambio dei prigionieri”. Il colonnello Stefano Giovannone, capo dei nostri Servizi a Beirut, sin dal 18 febbraio 1978 ha avvisato i Servizi ITALIANI di grande possibile operazione terroristica in Italia. Ma a questa notizia non segue nulla di concreto. Il sostituto Procuratore Gianfranco Armati racconta di aver firmato i mandati di arresto per Giovannone e Habbash, rei di aver fatto uccidere nel 1980 i due giornalisti italiani Graziella De Palo ed Italo Toni che hanno fatto scoperte sensazionali. I mandati non sono convalidati dal Procuratore della Repubblica di Roma.

BAR OLIVETTI DI VIA FANI
Sempre Armati ci racconta che il bar Olivetti, frequentato da persone collegate alla malavita romana, calabrese e siciliana, è l’epicentro del rapimento e che è fatto chiudere appositamente. I bossoli usati in via Fani provengono da un partita di armi italiane vendute all’estero, poi fatte rimpatriare e che trovano nel bar Olivetti di via Fani il punto di riferimento della vendita e del commercio.

LE TRACCE DI SANGUE DEI BRIGATISTI FERITI
Perché i brigatisti omettono di raccontare il ferimento di uno o due di loro? Sulle auto brigatiste (la 132, la Fiat 128 bianca e la Fiat 128 blu) insistono tracce di sangue. Le più evidenti sono sul volante della 128 blu ma è strano, che non ci sono sul cambio e sul freno a mano. C’è sangue anche sul deflettore sinistro, sul vetro e sul rivestimento interno sopra la spalliera anteriore sinistra, come se il conducente ha avuto difficoltà ad accedere all’autovettura per lo spazio esiguo. Tutto ciò rafforza l’idea del parcheggio del mezzo in luogo chiuso, per essere poi portato dopo, in via Licinio Calvo.

LA SCUOLA HYPERION DI PARIGI
Trattasi delle scuola di lingue di Parigi, aperta nel 1976 per iniziativa di Corrado Simioni, Duccio Berio e Vanni Mulinaris ed altri esponenti del cosiddetto ‘Superclan’, nato dopo una scissione delle BR. Particolare curioso il ‘Superclan’ è impegnato nella diffusione, promozione e vendita delle riviste ‘Ordine Pubblico’, ‘Riforma dello Stato’, ‘Nuova riforma della Polizia’, ‘Notiziario Finanze e Tesoro’. Il brigatista Alberto Franceschini nella seduta dello scorso novembre ha detto che ‘Hyperion è stata una camera di compensazione tra i vari servizi’, una sorta di Parlamento dei Servizi e che Mario Moretti è molto di più di una spia.

CONCLUSIONE ATTUALE
Ulteriori novità arriveranno dalle indagini in corso e saranno pesantissime. Pensare che autorevoli esponenti della Magistratura, del giornalismo, del Parlamento, delle Forze dell’Ordine hanno sostenuto per anni pubblicamente che sul caso Moro si sapeva tutto!
Ho proposto la legge istitutiva della Commissione, ho tenuto in tre anni 363 manifestazioni in tutta Italia, ho studiato milioni di pagine ed ascoltato centinaia di persone. Al ‘Potere’, che dice che sul caso Moro si sa tutto, dico pubblicamente ‘Vergogna’. Non ci crede più nessuno. Chi sostiene questo è complice del delitto di abbandono di Aldo Moro, la cui intelligenza, grandezza umana e politica brilla sempre più. Moro è morto da innocente per mano amica. A voi che lo avete ucciso e che continuate a farlo, la condanna morale di aver sacrificato un innocente sull’altare di piccoli interessi di potere. Anche l’Inferno vi respingerà.”

venerdì 26 febbraio 2016

A Aldo Moro, un grande d’Europa, dedicata una sala al Parlamento Europeo di Bruxelles

di Nico Baratta

Parola mantenuta dai componenti della Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Moro. Questa mattina, 25 febbraio 2016, a Bruxelles presso la sede del Parlamento Europeo è stata inaugurata una sala (nella foto) al fu Presidente Dc, nonché statista, Aldo Moro. All’inaugurazione, come giusto debba essere, era presenta la figlia primogenita di Moro, l’ex Senatrice Maria Fida Moro, il Presidente Europeo, Martin Shultz, il Ministro ai Beni Culturali del Governo Italiano, Dario Franceschini, una delegazione della Commissione, tra cui il Presidente l’On. Giuseppe Fioroni e l’On. Gero Grassi, quest’ultimo vero e genuino volano per il prestigioso traguardo europeo e per i lavori d’inchiesta condotti dalla stessa Commissione. 

«L’inaugurazione della Sala Aldo Moro del Parlamento europeo ci riempie di gioia. Aldo Moro è ormai riconosciuto tra i grandi d’Europa». Lo dice Gero Grassi, componente della Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Moro e vicepresidente dei deputati del PD. Grassi sottolinea «L’alto profilo dei tributi dati oggi a Moro, da personalità delle istituzioni italiane ed europee. Questa giornata celebrativa è frutto dell’impegno della Commissione per far emergere le verità nascoste sull’omicidio di Moro ed anche dell’opera di sensibilizzazione sulla sua azione politica portata avanti dal Partito democratico. Ho apprezzato molto –continua Grassi- le parole di Maria Fida, la primogenita di Aldo Moro, parlano di una giornata festosa nella quale la dedica a suo padre di una sala del Parlamento europeo, per qualche ora, l’ha fatto come tornare in vita: quando la speranza avanza, le tenebre del dolore non possono prevalere e non prevarranno».

Durante la cerimonia d’inaugurazione, oltre agli interventi di Martin Shultz e Dario Franceschini, è stato letto il messaggio augurale Presidente della Repubblica Italiana,  Sergio Mattarella, e del Presidente del Senato Italiano, Pietro Grasso. Il tutto, come già detto, si è svolto alla presenza di Maria Fida Moro. «In questa giornata festosa, qui a Bruxelles, replica l’ex Senatrice-  nella prestigiosa sede del Parlamento Europeo mentre veniva dedicata a mio padre Aldo Moro una sala, ma soprattutto un bellissimo bassorilievo, mi è sembrato, per qualche ora, che fosse tornato in vita. Questo è il miracolo dell'amore e dei sogni, realizzati quasi per gioco e tradotti in azione, da un gruppetto di uomini e donne di buona volontà. E davanti alla coraggiosa magia della speranza che avanza, le tenebre del dolore non possono prevalere e non prevarranno».

Appunto, non prevarranno poiché l’incessante e certosino lavoro dalla Commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e uccisione di Aldo Moro stanno sortendo frutti, molti dei quali con risvolti non noti che nessuno avrebbe mai pensato finora vi fossero.

«Penso alla Puglia, a Bari, alla nostra Università, ai comuni dove le piazze sono ancora luogo di incontro, alle sofferenze del sud –replica Gero Grassi-.  Ma penso anche alla tanta gente che oggi qui, nella capitale europea, ricorda Aldo Moro. Un grande pugliese che né le brigate rosse, né le bugie ufficiali, né le complicità internazionali hanno scalfito nella sua grandezza, universalità e immortalità. Molti pugliesi sono nati con lui, culturalmente, politicamente, giuridicamente parlando. Io sono qui –continua Grassi-, nella sala intitolata a lui, quale tributo alla sua idea di Europa che immaginava fatta da integrazione sociale e culturale. Ricordo i suoi discorsi alla Fiera del Levante quando parlava al mondo. Ricordo la connessione che faceva tra Europa e Mediterraneo. Io pugliese, di Terlizzi, sono forse l'ultimo moroteo ancora in servizio permanente, servizio agli altri, come diceva Papa Montini. Sono qui forse per dire da parte di tutti gli italiani e i pugliesi grazie ad un uomo mite e buono che aspetta ancora la verità sul suo omicidio. Se siamo oggi qui, però, -conclude Gero Grassi- è anche conseguenza delle verità che emergono sull'omicidio di Moro e sulla sensibilizzazione che il mio girovagare per l'Italia produce. Aldo Moro a Bruxelles rappresenta benissimo l'Italia migliore».

Alla cerimonia erano presenti anche molti esponenti italiani del mondo politico europeo: c’erano i vicepresidenti del Parlamento Europeo, David Sassoli e Antonio Tajani, i capigruppo PPE e PSE, Manfred Weber e Gianni Pittella, l'ex Presidente Europeo Pettering, il segretario UDC Cesa, l'europarlamentare Gasbarra che ha seguito l’intera organizzazione, e tanti visitatori per attribuire il grazie ad Aldo Moro. Durante la cerimonia il Senatore Lucio D'Ubaldo ha regalato un grande bassorilievo con il volto di Aldo Moro ed il ricordo degli uomini della scorta, scultura poi posizionata dinanzi la Sala. Il bassorilievo lo aveva la DC romana dal 1979, nella sede di Piazza Nicosia.



lunedì 22 febbraio 2016

Inchieste. Caso Moro. Maria Fida si confida: spaccature in famiglia e gli ostacoli del “Movimento Febbraio 74"

di Nico Baratta

La vicenda Moro in questi giorni si è arricchita di scenari a noi non conosciuti. Tutti sappiamo della vicenda, di quell’orribile strage, del rapimento, della detenzione dell’ex Presidente democristiano, delle azioni intraprese dagli inquirenti e dagli amici di Moro appartenenti al mondo politico e cattolico. Sappiamo anche dei tentennamenti di alcuni statisti. Ma non conosciamo gli aspetti familiari più intimi che in quei tremendi 55 giorni vissero i suoi cari. 
La Commissione d’inchiesta parlamentare che sta indagando sul caso, riaprendo faldoni di interrogazioni, srotolando e riascoltando chilometri di intercettazioni  e confessioni audio e video, pian piano sta ricostruendo quel puzzle che doveva essere terminato anni addietro. Sta interrogando nuovamente chi a quel tempo ha vissuto e partecipato all’atroce vicenda, anche chi è stato lambito. 

Nei giorni scorsi la suddetta Commissione, presieduta dall’On. Giuseppe Fioroni e fortemente voluta dall’On. Gero Grassi, ha chiamato in audizione i familiari più stretti di Aldo Moro. In particolare è stata ascoltata la figlia Maria Fida (nella foto - fonte Panorama), primogenita di Aldo Moro e ex Senatrice della Repubblica Italiana, che in due ore e mezzo ha raccontato, nei dettagli, particolari inediti e sensibili dei rapporti familiari. Tuttavia, vista la sensibilità del tema che abbraccia sentimenti e scelte di familiari, e perciò di privacy, gran parte dell’audizione è stata secretata. Una scelta infelice ma che tutela basilari aspetti che coinvolgono moglie e figli di Moro. Inoltre, nell’audizione, la sig. ra Maria Fida si è soffermata sulle “intrusioni” subite in casa durante i 55 giorni del sequestro di suo padre. A noi son state fornite alcune indiscrezioni su ciò che avvenne in casa Moro durante quei terribili 55 giorni. Tra le più rilevanti che la sig.ra Maria Fida ha voluto che fossero pubblicate, vi sono le spaccature interne tra lei e il fratello e la madre. Motivo delle crepe fu la presenza di rappresentanti del “Movimento Febbraio 74” in casa Moro, un ingombro che, quanto detto dalla sig.ra Maria Fida, avrebbe inciso sulla «libertà di movimento e azione» della signora Moro, la moglie appunto, e della famiglia, tra cui il figlio Giovanni, membro di quel “Movimento”. Per chi non è a conoscenza il “Movimento Febbraio 74” nacque dal convegno ecclesiale svolto nel febbraio del 1974 e diretto dall’Avvocato Giancarlo Quaranta. Dietro quel movimento vi erano molte persone note, specie del mondo ecclesiale, come per esempio del Cardinale Poletti che ebbe un ruolo importante, ma non ancora ben noto, durante la detenzione di Moro. Di lui si sarebbe parlato durante l’audizione ma la secretazione ci impedisce di pubblicare informazioni. Un aspetto importante della dichiarazione della sig. Maria Fida è aver confessato che il “Movimento Febbraio 74” aveva avuto il potere di dominare la famiglia Moro con scelte devastatrici per le sorti del padre, al punto di impedire azioni positive per la conclusione del sequestro “suggerite” dallo stesso Presidente Moro. Suggerimenti, a volte contenuti tra le righe,  attraverso le lettere che lui dal carcere brigatista inviava a sua moglie. Altro significativo indizio sulle oscure trame del sequestro è la volontà dei suoi fratelli di allontanamento della sig. Maria Fida ai funerali degli uomini della scorta del Presidente. Una scelta voluta per preservare l’incolumità del nipote Luca, figlio di Maria Fida, più volte citate nelle famose lettere di Moro scritte dal carcere brigatista. Ma lei ci andò e quando fu riconosciuta prima fu bloccata dai suoi stessi familiari e poi un agente la fece partecipare alla cerimonia. Da li i contrasti aumentarono tant’è che perfino sua madre, Eleonora Chiavarelli in Moro, la supplicò in ginocchio e piangendo la pregò di andar via. 
«Certo -ha spiegato sommariamente Maria Fida-  loro avevano la pretesa di gestire l'atteggiamento della famiglia». Con ciò si comprende appieno che la matrice dell’astio e poi delle decisioni in contrasto con il naturale atteggiamento salvifico per Moro erano loro, non Aldo Moro dalla prigione, neanche sua moglie Eleonora dall'esterno, e tanto meno la figlia primogenita Maria Fida che era stata cacciata di casa, bensì quelli del “Movimento”. «In due lettere inviate a mamma –prosegue l’ex senatrice- le diceva di non ascoltare i consigli di nessuno, tanto meno di estranei, e di andare in televisione per invocare una trattativa. Non si fidava di nessuno. E voleva che fosse lui dalla prigione, e noi da casa, a gestire la situazione. Mia madre –continua con precisione la primogenita Moro- non andò mai in televisione durante il sequestro, nonostante papà le chiedesse di rivolgersi all’opinione pubblica». 

Tra le rivelazioni della sig.ra Maria Fida che son state rese pubbliche ci sono le inquietanti azioni intraprese durante le elezioni del 1976 dal “Movimento Febbraio 74”. In sostanza l’ex senatrice avrebbe detto che il “Movimento” avrebbe condotto una compagna elettorale contro lo stesso partito che diede i natali al “Movimento”, ovvero la Democrazia Cristiana, accusandolo con un manifesto di essere tutti ladri. Uno dei firmatari di quel manifesto fu il fratello Giovanni, figlio del Presidente Moro. Ciò complicò nettamente i rapporti familiari in quanto chi doveva prodigarsi per liberare il padre, in realtà era da ostacolo. Un barriera presente continuamente nell’abitazione della famiglia Moro costituita da persone che giravano in casa con il precipuo scopo di dividere. «Di questo io sono sempre stata convinta –afferma Maria Fida-. Se fossimo rimasti uniti e avessimo seguito i consigli di mio padre, avremmo fatto tutto il possibile per salvarlo rivolgendoci direttamente all'opinione pubblica. Papà ci diceva che sarebbero bastate le firme di 100 parlamentari per costringere lo Stato a trattare. Ma invece eravamo divisi, isolati, troppo deboli. Mio padre voleva che ci mobilitassimo, che facessimo qualcosa per tirarlo fuori da lì. E probabilmente io sarei riuscita a convincere anche la mamma. Ma forse era quello che qualcuno temeva. Un gruppo esterno aveva "occupato" casa nostra sin dal giorno del sequestro –conclude la primogenita di Aldo Moro».

La Commissione d’inchiesta parlamentare sta continuando con il suo instancabile lavoro. E con essa quello dell’On. Gero Grassi che, su volontà della sig.ra Maria Fida e i familiari di suo padre, oltre a presiedere tutte le audizioni e ricercare e ordinare con dovizia certosina le carte, i nastri, le foto, gli articoli del caso, sta pubblicando sul suo sito web tutto il lavoro svolto dalla Commissione e le carte suddette. Il tutto è visitabile al link www.gerograssi.it alla voce “Aldo Moro”. Contestualmente Maria Fida Moro dopo la presente audizione ha depositato in Commissione altro materiale, una serie di carte che verranno analizzate minuziosamente.

Tuttavia una certezza c’è, purtroppo crudamente nota, che in quei 55 tremendi giorni, dal 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e del massacro della sua scorta, al 9 maggio 1978, quando fu ritrovato morto il Presidente Moro nella famosa o famigerata Renault 4 rossa, tutto rimase incredibilmente immobile sul piano strategico degli aiuti che dovevano giungere dall’interno del partito che presiedeva, dalle persone che lo avevano politicamente sostenuto o fatto solo in apparenza. Le uniche azioni mosse a favore di Moro furono gli appelli del Papa, di esponenti politici al di fuori della DC e quelle dovute dagli inquirenti, spesso depistati con proposito da “entità” governative.

Ad Maiora! 

venerdì 5 febbraio 2016

Caso Moro. Alla Commissione parlamentare d'inchiesta Mons Fabbri rivela agghiaccianti particolari

di Nico Baratta

Ancora rivelazioni importanti per il caso Moro. Questa volta a parlare innanzi la Commissione parlamentare, che ha riaperto e sta rieseguendo indagini sul rapimento e uccisione di Aldo Moro, è Monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri durante i 55 giorni di prigionia del Presidente Aldo Moro. Alla Commissione, dove partecipa il suo promotore, l’On. Gero Grassi, il prelato ha detto che dagli esiti dell’esame autoptico svolto sul corpo di Moro sono ben evidenti alcuni particolari che rivelerebbero la mano dell’omicida del Presidente. A quel tempo Mons. Fabbri era il segretario di Monsignor Cesare Curioni, suo diretto superiore, il quale gli avrebbe confermato la tesi. 

«A don Fabbri dobbiamo essere grati, la sua audizione può essere definitiva di svolta. Così Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, dopo la testimonianza di Fabio Fabbri, segretario di Monsignor Cesare Curioni, cappellano delle carceri durante i 55 giorni.
«Don Fabio- spiega Grassi- ci ha dato indicazioni importanti sulla base della confidenza che gli fece Curioni che, foto dell'autopsia alla mano, in particolare quella del cuore, disse “io so chi lo ha ucciso, ne riconosco la firma: nessuno dei colpi ha toccato il muscolo cardiaco”. Fabbri ha spiegato che si trattava di un killer professionista che sparava proprio con quella modalità divenuta una sua “firma”: da ragazzo era stato detenuto al Beccaria di Milano. L'uomo ha vissuto a lungo all'estero. Ora la Commissione compirà tutti i doverosi passi per seguire le indicazioni di don Fabbri che, alla mia domanda: ci sta dicendo di seguire la pista dell'autopsia?, ha risposto, “Proprio cosi”, lì c’è la firma», conclude Grassi

mercoledì 30 settembre 2015

Caso Moro, tutti dicono di sapere; diranno la verità?

di Nico Baratta

Pur se la Commissione Moro momentaneamente non sortisce con novità dalle audizioni che sta svolgendo, i lavori sono quotidianamente in corso. La prova è l’allestimento del sito dell’On. Gero Grassi con tutta la documentazione che la Sig.ra Frida Moro ha donato a Grassi e che lo stesso Onorevole sta pubblicando sul suo sito. Un lavoro immenso e importantissimo per capire, tra le righe di centinaia di carte, cosa è realmente accaduto  in quei famigerati 55 giorni che hanno decretato la morte del Presidente Aldo Moro.

In una nota pervenuta oggi dall’On. Grassi alla mia attenzione, emergono sfaccettature inquietanti sui quei 55 giorni. Difatti Grassi dice che «Leggendo gli atti del processo PECORELLI si comprende quanto tanti personaggi legati alla politica romana e alle Forze dell'Ordine abbiano ruotato con omissioni intorno ai 55 giorni del caso Moro. Centrale è il bar Olivetti di via Fani sul quale mai si è indagato. Analogamente –continua Gero Grassi-  sul materiale trovato nei covi BR romani di via Gradoli, via Giulio Cesare ed altri ed anche su oltre 40 cassette audio dei BR, le indagini non ci sono state ed addirittura sono state abbandonate. Da tutto ciò -conclude Grassi- emergono altri protagonisti del caso Moro ed evidenti omissioni da parte di chi doveva vigilare o indagare. Questo per rispondere a quelli che dicono che si sa tutto».

Per leggere la rassegna stampa di quei 55 giorni, visitate il web site www.gerograssi.it al link Rassegna stampa Aldo Moro.

mercoledì 8 luglio 2015

Caso Moro. Diretta streaming, parlerà il Procuratore Armando Spataro

Il lavoro della Commissione parlamentare sul Caso Moro continua senza tregue. Molte decine sono state le audizioni volute e sostenute dai componenti di Palazzo Chigi. L’ultima, e tra le più eclatanti, vi è stata quella del generale Bozzo che ha sortito interessi anche tra esponenti che un tempo erano operativi in vari reparti dell’intelligence italiana e internazionale.

Ieri, 7 luglio, la Commissione Moro si è riunita nuovamente, ascoltando il Procuratore della Repubblica di Torino Armando Spataro. Lo stesso, oggi 8 luglio, ritornerà a parlare in Commissione e lo farà alle 20,30, in diretta streaming, sul sito della Camera. Tratterà le controdeduzioni alla relazione della Polizia Scientifica sulla ricostruzione dell’omicidio di via Fani e del rapimento di Aldo Moro.

martedì 23 giugno 2015

Caso Moro. Novità sensazionali sull’eccidio. Gero Grassi e la Commissione scoprono nuove piste

di Nico Baratta

Dai lavori della Commissione Parlamentare d’inchiesta che ha riaperto il Caso Moro, durante tutti questi mesi, di lungo e approfondito lavoro, sono emerse verità che erano nubi. Molti interrogatori e audizioni di esponenti di spicco dell’allora Governo, hanno riportato alla luce prove che fino a ora erano indizi o dicerie che furono tralasciate. Il lavoro svolto dalla Commissione, che ha voluto fortemente l’On. Gero Grassi (PD), ha sortito risultati che finalmente riusciranno a dare volti e nomi sull’oscura vicenda che uccise il Pres. Aldo Moro e la sua scorta. 
Proprio nei giorni scorsi, l’On Grassi si è recato con la Commissione a Genova, dove ha incontrato e ascoltato il Generale Nicola Bozzo, collaboratore di Dalla Chiesa negli anni di Moro. Tra le tante cose dette, rispondendo ad una sua domanda precisa, Bozzo ha detto che aveva saputo dai suoi collaboratori del rapporto di conoscenza e frequentazione tra il prof. Universitario Giovanni Senzani ed il colonnello dei Carabinieri Franco Delfino. 
Questa per le indagini è una notizia sensazionale. 
Senzani era consulente del Ministero di Grazia e Giustizia. Lui realizzò il rapimento di Ciro Cirillo con una azione comune tra BR e camorra. Poi rapì Roberto Peci, fratello del primo pentito delle BR, per poi ucciderlo filmando l'omicidio con altri due sodali. Peci scontò solo 15 anni di carcere dimostrando di essere entrato nelle BR dopo il caso Moro. «Credo ci siano prove per affermare il contrario così come c'è ne altre dalle quali si evincono i rapporti di Senzani con la Raf tedesca e quelli con i Servizi Segreti italiani dei quali forse Senzani era collaboratore» ha affermato Grassi. 
Ma la vicenda ha altri protagonisti, allora “nascosti dietro cespugli ben congeniati”, oggi usciti alla luce grazie al lavoro della Commissione. Uno di questi è Delfino, nato a Platì, in Calabria. Alcuni anni prima di morire fu accusato di essere in via Fani il giorno del rapimento Moro. Poi subì altre gravi accuse fino ad essere degradato a carabiniere semplice. A questo punto, qualcosa non quadra poiché i faldoni del Caso Moro, fino a ora secretati nelle “oscure stanze” montecitorine e di alcune procure, oltre a non dire nulla, svelavano fatti oggi ribaltati. «Non sono un veggente ma la domanda del rapporto Senzani-Delfino viene fuori da conoscenza e studio dei 2 milioni di atti Moro e dal parlare con tante persone» ha replicato Gero Grassi dopo aver ascoltato inizialmente il Gen. Nicola Bozzo. 
Ma le verità, quelle dette dopo 37 anni dall’uccisione del Pres. Moro, non terminano di far scalpore. Difatti, durante l’audizione/interrogatorio del generale Bozzo, per opera della Commissione Parlamentare, il militare ha poi detto «di aver sempre diffidato dei nostri Servizi Segreti, inaffidabili e di considerare la loggia massonica P2 emanazione della CIA». Infine Bozzo riferisce di essere andato a Roma all'inizio del 1978 e aver riferito al Comandante Generale dei Carabinieri De Sena, che sarebbe venuto a Roma un muratore per costruire una cella per rapito. De Sena gli rispose: «Uagliò' sono cazzi vostri del nord. A Roma le Brigate rosse non ci sono». Il 16 marzo 1978 ci fu via Fani, l'eccidio della scorta ed il rapimento Moro.
«La testimonianza di Bozzo apre, come è evidente, scenari investigativi davvero importanti –ha affermato l’On. Grassi-. Per questo credo che vada dato atto al Generale della volontà di rompere alcuni muri fino ad oggi ritenuti invalicabili», ha concluso il componente della Commissione Parlamentare d'inchiesta dopo l’importante audizione/interrogatorio svolto a Genova.
Contestualmente alle indagini continua l’attività di “salvataggio” delle prove di quel famigerato giorno. Prove che, oltre a diventare memoria storica comune, sono importanti reperti ancora al caglio della Magistratura. E questo dopo la riapertura del caso Moro. Sempre per volontà instancabile dell’On. Gero Grassi le auto impiegate sia durante il rapimento, sia del ritrovamento del corpo inerme del Pres. Moro, urgono di manutenzione.
«Stamattina –ha detto l’On. Grassi- ho potuto vedere alcune delle auto usate in via Fani: la 128 Giardinetta guidata da Mario Moretti, l'Alfetta della scorta di Moro sulla quale furono freddati gli agenti Iozzino, Rivera e Zizzi e la 130 sulla quale viaggiava Moro, insieme a Ricci e Leonardi, trucidati anche loro. Le prime due, gestite dal Ministero degli  Interni, versano in pessime condizioni e occorrono fondi per il loro recupero. L'altra, affidata al ministero dei Trasporti, è in un buono stato. Oltre alle risorse necessarie per la loro manutenzione, è indispensabile che tutte le auto esistenti, compresa la R4 di via Caetani, che si trova in un altro garage, siano esposte in uno stesso luogo pubblico e affidate ad un'unica direzione. Chiederò dunque alla Presidenza del Consiglio di valutare le mie richieste. In merito alle ultime rivelazioni curate dalla Polizia scientifica sull'agguato del 16 marzo 1978- ha continuato Gero Grassi, vicepresidente dei deputati del Pd e componente della Commissione d'inchiesta sul sequestro e la morte di Aldo Moro- mi pare che siano state raggiunte affrettate conclusioni, secondo le quali in via Fani si sparò solo da sinistra, come sempre hanno detto, almeno fino ad ora, i brigatisti. Non è affatto vero: si legge dalle conclusioni del dottor Giannini: “ulteriori colpi (certamente 4 ma probabilmente un numero maggiore) sono stati esplosi da destra verso sinistra all'indirizzo degli uomini della scorta". Proprio al fine di chiarire gli esiti di quella rilevazione e di esporre i suoi numerosi punti critici faremo presto una seduta della Commissione chiesta da me ed altri componenti. Ma basta guardare gli sportelli laterali della 130 su cui viaggiava Moro per escludere che i colpi furono sparati solo dal lato sinistro: sono evidenti fori di entrata di proiettili partiti da destra. E l’identità di quel killer resta un nodo da sciogliere» ha terminato Grassi.
Insomma, ogni giorno una novità, un indizio che diventa prova, una testimonianza che rivela lati oscuri di una vicenda che ha l’obbligo di emergere dall’oblio indotto di uomini di Stato, oggi molti dei quali non più operativi o vivi. 

Ad Maiora! 

venerdì 19 giugno 2015

Caso Moro. Grassi: «Ex Br si riposizionano ammettendo spari da destra. La Commissione chiede rapporti della Digos»

"La Commissione Moro tornerà ad incontrarsi per discutere le rilevazioni della Polizia scientifica e della Digos sulla dinamica di Via Fani. Così è stato deciso dopo che, insieme ad altri colleghi, ho chiesto una riunione per esporre le tante osservazioni al lavoro degli esperti che non tiene conto delle perizie balistiche svolte nell'arco degli ultimi 37 anni, delle prove sulla presenza di un numero di componenti del commando superiore a quello indicato dalle Br, oltre che delle conclusioni della Procura Generale di Roma, esposte il 14 novembre 2014". Lo rende noto Gero Grassi, componente della Commissione d'inchiesta sul sequestro e la morte di Aldo Moro il quale spiega: "La versione brigatista fornita da Valerio Morucci e Mario Moretti nega gli spari da destra, contraddicendo quanto emerge dalle indagini e dalle autopsie. In molti, compresa la Procura generale di Roma, ormai sosteniamo che la loro versione è mirata ad escludere la presenza di altri killer, forse estranei all'organizzazione. Oggi in Commissione, durante la sua audizione, abbiamo sentito ripetere dal professore Marco Clementi, autore di testi sul caso Moro, una versione di entrambi gli ex Br che ammette gli spari dal lato destro: Morucci in una vecchia testimonianza, Moretti con uno schizzo fatto allo stesso Clementi nel 2006. Inutile dire che questa nuova versione, in base alla quale gli stessi brigatisti si mossero su entrambi i lati, lascia molti dubbi. Gli ex brigatisti si stanno forse riposizionando, vista la difficoltà di negare l'evidenza del fuoco incrociato? Occorre che la Commissione si attrezzi per dare risposte incontrovertibili su questo tema cruciale".

venerdì 5 giugno 2015

Caso Moro. Grassi (Pd), impegno Commissione proficuo, a breve esito esami via Fani

«L’impegno della Commissione d’inchiesta sul sequestro e la morte di Aldo Moro va avanti in modo proficuo. Stiamo lavorando su più fronti e siamo certi di poter arrivare in tempi non lunghissimi ad una sintesi utile del nostro lavoro. Intanto mercoledì 10, alle ore 21, ci riuniremo per prendere atto della ricostruzione dell’agguato di via Fani svolta dai funzionari della Digos. Nei giorni successivi daremo ovviamente conto di queste indagini».

Ne dà notizia Gero Grassi, componente della Commissione Moro.

Advert

Somblera Fitness

Seguici su FB

Advert

Somblera fitness

News Liquida

Powered by Blogger.

Culttime blog 2.0

Contatti Feed RSS Facebook Twitter pinterest Tumblr Facebook

Visite

free counters

Social

http://www.wikio.it
BlogItalia - La directory italiana dei blog
Personal-Journals blog