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lunedì 1 agosto 2016

Assenteisti Comune Foggia, al via i primi licenziamenti…così pare

di Nico Baratta

Da alcune indiscrezioni giunte direttamente da Palazzo di Città –tutte le info sono sempre strettamente riservate- pare che la Commissione disciplinare interna voluta dal Sindaco abbia deciso i primi provvedimenti nei confronti dei “furbetti del cartellino o fannulloni del multibadge che siano”.
Come ben sapete la vicenda dell'assessorato di via SantAlfonso de' Liguori, travolgendo anche un dirigente, è rimbalzata sulle cronache nazionali destando indignazioni da parte dei cittadini i quali fin dal principio hanno chiesto giustizia. Ebbene, quella giustizia chiesta pare abbia sortito qualche decisione importante. Sempre secondo alcune voci di corridoio il Comune di Foggia avrebbe aperto la procedura di licenziamento per tre impiegati che naturalmente si mantiene il massimo riserbo sulle generalità. Tuttavia parallelamente all’iter amministrativo si sta procedendo con quello giudiziario che sta vagliando altre prove e rileggendo le testimonianze congiuntamente ai filmati prodotti dagli inquirenti. Come da prassi –spesso spiacevole…- al Comune di Foggia nessuno parla, nessuno fa trapelare più di quello che pubblicamente dev’essere detto giacché alla gogna son finiti impiegati comunali che secondo la legge e le prove tangibili avrebbero infranto la legge e perciò frodato lo Stato e i cittadini foggiani e italiani. Le uniche dichiarazioni ufficiali sarebbero quelle di alcuni dirigenti comunali, tra l’altro componenti della Commissione disciplinare interna, dichiarando sommariamente che …stanno lavorando e che entro la prossima settimana credono di poter porre termine ai lavori conferiti alla Commissione disciplinare. 

Vedremo, sperando che giustizia sia fatta e che una volta tanto non sia il cittadino a pagare dazi per sbagli e soprusi altrui ma chi li ha commessi. Vedremo….anche se con poche speranze…come sempre… 

Ad Maiora!

venerdì 10 giugno 2016

Foggia, indagine doping, la Guardia di Finanza effettua arresti e denunce con sequestri di sostanze illecite

di Nico Baratta

Proseguono senza sosta le indagini sulle cause del decesso del trentenne body builder di Foggia e del ricovero d’urgenza di un altro atleta, ambedue  accomunati dalla passione per il culturismo.
Le indagini sono coordinate dalla Procura della Repubblica di Foggia, che vede impegnati i Finanzieri del Comando Provinciale di Foggia e gli Agenti della Squadra Mobile della locale Questura che nel corso di altre perquisizioni hanno rinvenuto e sequestrato altri prodotti dopanti.
Come si ricorderà i due gravi episodi hanno indotto gli inquirenti a ritenere che ci potesse essere un giro illegale di sostanze dopanti nelle palestre foggiane con conseguenti gravi rischi per la salute di chi ne facesse uso.
In particolare, dopo le prime perquisizioni del 21 aprile scorso, sono stati acquisiti elementi di prova che hanno indotto gli investigatori ad eseguire ulteriori 13 perquisizioni presso le abitazioni e le palestre frequentate da vari body builder nella provincia dauna e in provincia di Cosenza.

All’esito delle citate attività sono state rinvenuti e sequestrati:
- nr. 1.549 medicinali contenenti principi attivi dopanti (tra compresse, fiale, boccette e bustine);
- nr. 69 documenti cartacei attestanti la commercializzazione illecita di medicinali dopanti;
- nr. 97 siringhe;
- nr. 2 telefoni cellulari;
- nr. 7 supporti multimediali (tra cui nr. 2 personal computer);
- contanti per Euro 700,00.
Tra i soggetti sottoposti a perquisizione, ci sono 4 titolari di palestra denunciati, di cui 3 operanti nel foggiano e precisamente nelle città di Foggia, di Cerignola e di Manfredonia. Mentre il quarto, residente e operante in provincia di Cosenza, è stato tratto in arresto poiché gli inquirenti sono riusciti a trovare altri elementi investigativi raccolti a suo carico.

Tre body builder sono stati denunciati per l’assunzione di dette sostanze, che costituisce circostanza penalmente rilevante.

venerdì 3 giugno 2016

Foggia, Inchiesta assenteismo al Comune. Indagini chiuse in attesa del processo

di Nico Baratta

Dopo aver ascoltato tutti gli imputati e dopo aver vagliato tutte le prove a carico loro, la Procura di Foggia ha deciso di chiudere le indagini sull’inchiesta degli assenteisti del Comune di Foggia. L’inchiesta dei cosiddetti “furbetti del multibadge”, come noto ha visto inquisire 20 dipendenti che lavoravano negli uffici del Servizio Integrato Attività Economiche del Comune di viale Sant’Alfonso Maria De Liguori, cui inizialmente 13 posti ai domiciliari e interdetti dai pubblici uffici. Ora che il GIP ha acquisito tutte le informazioni a carico e le prove del caso, e dopo aver accolto alcune istanze poste in essere dagli avvocati difensori degli arrestati, ha stabilito che salvo chi deciderà di patteggiare la pena con condanne di pochi mesi, andrà al processo. 
Per la cronaca l’indagine dei Carabinieri di Foggia svolta in maniera continuativa dal febbraio all’aprile del 2015 avrebbe permesso di verificare che presso gli uffici sopracitati del Comune era in atto dai dipendenti in oggetto un sistema da tempo consolidato, con il precipuo scopo di assentarsi ripetutamente dal posto di lavoro. Il tutto organizzato in modo che ogni indagato garantiva, a turno, la presenza degli assenti marcando al loro posto i badge marcatempo, fino anche ad una decina contemporaneamente.  Secondo le argomentazione che l’accusa ha formulato i dipendenti avrebbero messo a segno 37 episodi di truffa assentandosi dal posto di lavoro, senza giustificato motivo, per oltre 1181ore per un danno complessivo di circa 34mila euro. È doveroso, tuttavia, ricordare che alcuni degli indagati hanno ammesso le proprie responsabilità e hanno versato somme pari al danno che avrebbero provocato, altri, invece, si sono dichiarati innocenti giustificando le loro assenze per motivi di lavoro o di salute. Se si andrà al processo il Comune di Foggia ha annunciato che si costituirà parte civile.

Il video dell'inchiesta


lunedì 30 maggio 2016

Con la concretezza, univocità e rilevanza, Monte riacquista onorabilità

di Nico Baratta

La stampa, giustamente e prontamente, ha già diffuso la notizia. Lo ha fatto nella stessa giornata cui la sentenza è stata resa nota. Stiamo parlando –e il titolo è comprovante- di una delle decisioni assunte dai giudici riguardo il caso dello scioglimento del Consiglio comunale di Monte Sant’Angelo. Per la gioia di molti, contestualmente per i dolori di altri, il Tribunale di Foggia, Prima Sezione Civile, ha deciso in data 17.05.2016 che l’ex Sindaco del comune garganico, l’Ing. Antonio Di Iasio (nella foto), può candidarsi alle prossime elezioni. Sentenza passata favorevole anche per gli altri due inquisiti parte organica dell’assise montanara, l’ex Assessore Vincenzo Totaro e l’ex Presidente del Consiglio comunale Damiano Totaro. Il rigetto, n° 2042/2016 del 26/05/2016, attivato a seguito della nota 15900/B/107/2015 del 7.8.2015 trasmessa dal Ministro dell’Interno (Angelino Alfano) per le vicende di infiltrazione mafiosa nel comune sopradetto, da parte del Tribunale dauno e grazie al lavoro dei legali di Di Iasio ha trovato permeabilità in tutte le motivazioni assunte quando fu adottato il procedimento giurisprudenziale previsto dall’art. 143 del d. lgs n° 267 del 2000 del TUEL. Va detto, il lavoro dei quattro legali in difesa di Di Iasio, il  Prof. Avv. Franco Gaetano SCOCA, l’Avv. Stefano Salvatore SCOCA, l’Avv. Antonio SENATORE e l’Avv. Lucia MURGOLO, ha sortito gli effetti legalmente giusti e non solo desiderati come molti potrebbero pensare; da giustezza a desiderio la differenza è notevole e, nel primo caso, palesa tutta correttezza nel comportamento dell’ex Sindaco. Difatti, la sentenza è chiara: sommariamente dice che non sussistono elementi concreti, rilevanti e univoci circa il collegamento e/o condizionamento tra il Sindaco e i suoi amministratori (i due Totaro) da una parte e taluni soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose, dall'altra. Una vittoria, quella di Di Iasio, che è un primo passo importante verso la riappropriazione della credibilità e onorabilità sia dell’ex Sindaco, sia dei due Totaro, ma soprattutto per Monte Sant’Angelo e che per la cronaca non avrà nessuna correlazione con l’attesa  sentenza, prevista nel mese luglio, del TAR Lazio riguardo il ricorso in opposizione al decreto del Presidente della Repubblica per lo scioglimento del Consiglio comunale.

Come mia abitudine ogni articolo che scrivo è frutto di fatti comprovati, scritti e ufficializzati, ma anche di sensazioni e testimonianze (per quest’ultime mi riservo di mantenere la segretezza delle fonti) carpite ascoltando il popolo. Seppur non l’ho fatto comprendere alle parti in oggetto, in uno dei giorni trascorsi dall’uscita della sentenza mi son recato a Monte e ho passeggiato tra la gente. L’ho ascoltata, l’ho interpellata sul caso, ed ho potuto apprezzare il sentimento verso la decisione assunta dal Tribunale di Foggia. Ho trovato un popolo montanaro diviso, ma di gran lunga favorevole alla discolpa di Di Iasio. Molti parlavano di “Giustizia è fatta, anche se in parte. Il Sindaco è persona corretta. Chi vuole la sua colpevolezza, si faccia un esame di coscienza sia umano sia politico. Monte non vuole il politico opportunista, ma quello produttivo secondo legge.”; pochi erano contrari giustificando il caso come “Era inevitabile in un paese da decenni in scacco alla mafia”; altri invece sembravano rassegnati per “Monte ormai vive con una politica belligerante che produce solo acrimonia e non economia locale”. E proprio su quest’ultima affermazione mi son soffermato a parlare con qualcuno, il quale ha fatto intendere che dietro le accuse popolari, non legali, mosse a carico della ex amministrazione locale c’è la mano politica. È cosa nota che l’indomani lo scioglimento del Consiglio comunale di Monte Sant’Angelo, il sottoscritto ha assunto liberamente un comportamento e una convinzione a favore del Sindaco e suoi collaboratori più stretti. Scelta non politica, bensì a fronte della minuziosa e certosina attenta lettura degli atti prodotti per la decisone che il Ministro Alfano assunse con l’elementare prodotto di documenti e trascrizioni di una Commissione Parlamentare Antimafia più di colore e sentore che di opportunità, decisione che doveva far chiarezza e non interrogativi. Le carte prodotte per tal infausta e “spinta” decisione non comprovavano unilateralmente la commistione tra mafia e amministrazione comunale, ovvero con gli organi politici, ma solo presunti legami tra loro componenti, o meglio conoscenze a fronte di saluti durante le feste cittadine, che in un paese con poco meno di tredicimila abitanti le parentele, le omonimie e i cognomi uguali, si avvicendano più che di padre in figlio e nipoti, tra cugini, cognati e affini. Se poi ci mettiamo che le imprese locali sono quelle che partecipano ai bandi pubblici e che sono l’economia interna, il gioco è fatto, anzi le deduzioni son tratte. Resta inteso che se il legame tra mafia e Ente era congiunto per rapporti avuti con dipendenti comunali e non amministratori politici, seppur alcuni di quest’ultimi figurano tra gli atti, la decisione doveva essere nominalmente personale e non pubblica.  Con ciò non voglio scagionare chi è colluso con la mafia, con le famiglie di faide montanare presenti da decenni che hanno edulcorato, ammalorato e poi cancerizzato parte l’economia montanara del territorio dauno. Ma colpevolizzare chiunque solo per aver scambiato due parole con un affiliato, o presunto tale, alla mafia, che poi risulta conoscente, forse parente alla lontana, con un qualsiasi amministratore pubblico, ma diretto con dipendenti dell’ente, non è motivo di scioglimento di un ente pubblico. Forse potrebbe esserlo per i bandi pubblici che dovrebbero soddisfare aspettative per più imprese e non due come è avvenuto per l’appalto per i servizi cimiteriali, aziende regolamentate dalle leggi vigenti emanate dal Governo in materia di antimafia. Ma l’aspettativa, non la regolamentazione, potrebbe essere un’eccezione precipuamente legata al piccolo territorio che deve favorire la crescita di aziende locali. È ovvio che se il tutto si è svolto sotto minacce minatorie e intimidazioni a suon di kalashnikov, potrebbe essere giusto il provvedimento locale, ma inficia quello istituzionale di una Procura che doveva annullare il tutto, senza attendere future decisioni che poi avrebbe esposto seri amministratori sia ai tribunali, sia alla gogna mediatica e politica di controparte. Inoltre, in quel tempo, quando fu assunta dal Ministro Alfano la decisione di scogliere il Consiglio comunale di Monte Sant’Angelo, nella Caput Mundi si consumava le deplorevole immagine di una Roma Mafia Capitale. Una capitale apertamente collusa con la mafia, comprovante commistioni tra amministratori e mafiosi, tutti arrestati con prove alla mano, verifiche intercettate, filmate e registrate. La mia indignazione in quel periodo, e continua a esserlo, fu tanta poiché mi chiedevo come mai un Ministro, facente parte di un Governo vicinissimo a chi localmente “impiccava” mediaticamente Di Iaso & Co., potesse sciogliere sulla base di supposizioni il comune garganico e non quello capitolino dove si palesava l’affiliazione mafiosa tra politici e clan. Ciononostante per entrambe i casi continuo a supporre di arcani eventi più politici che legali e per la sicurezza pubblica. Ma alla fine la verità verrà alla luce. 

Ascoltando Di Iasio si percepisce tutta la sua serenità per il caso. Un’impronta tangibile di chi ha governato secondo Legge «Abbiamo sempre avuto piena fiducia nella giustizia. Oggi non possiamo che esprimere grande soddisfazione rispetto alla sentenza del Tribunale di Foggia che ha rigettato la richiesta di incandidabilità. Le motivazioni contenute nella sentenza non lasciano spazio a dubbi e dimostrano l'assoluta assenza di qualsiasi responsabilità ascritta» ha dichiarato Antonio Di Iasio. 

Ora, la legalità ha il suo imprescindibile valore che non va affatto confuso con imprecisione amministrativa. Ogni amministratore della Res Publica è chiamato a fare bene. Ma quando si è in campo bisogna far anche i conti con l’essere umano che non è perfetto e sbagliare è parte integrante di chi lavoro; chi non lavora non sbaglia. E se sbaglio in alcune procedure amministrative c’è stato, saranno i giudici del TAR a confermarlo. Ora il problema è l’onorabilità delle persone. Antonio Di Iasio merita tal appellativo. E con lui Damiano e Vincenzo Totaro, prosciolti dall’incandidabilità. La legge parla chiaro: La valutazione che va fatta, e che è stata formulata dal Tribunale di Foggia, grazie anche al lavoro dei legali di parte, deve rispettare tre fondamentali e imprescindibili elementi: concretezza, univocità e rilevanza. Una persona non può essere condannata se alla base manca l’elemento della validità delle accuse mosse contro di lei (concretezza). Come pure non si può essere condannati per ambigui eventi o diverse interpretazioni, ci vuole chiarezza fondata e comprovata (univocità). Lo stesso dicasi per la caratteristica degli eventi che deve fondarsi sulla sua totale veridicità in base all’importanza dell’accusa (rilevanza). Nei tre casi le supposizioni non sono prove, ma indizi e rimangono tali.

Notizia fresca di giornata è che il TAR Puglia (Seconda Sezione), in data 2° maggio 2016, sentenza n°00525/20165 Reg.Ric. ha annullato la sanzione interdittiva antimafia e ai provvedimenti del Comune sia per Damiano Totaro sia per Pasquale Benestare per la RSSA Sanitaria Service. Nella sentenza si legge che i due, ma in particolare Damiano che era vice presidente del consiglio di amministrazione della cooperativa socio sanitaria assistenziale, erano stati accusati di aver assunto due donne, compagne di noti esponenti di spicco della criminalità organizzata montanara. Ma l’assunzione presso un’azienda privata, perlopiù di carattere cooperativistico e perciò di soci, non è subordinata a concorsi, bensì a scelte genuinamente professionale, alle loro capacità nel porsi in essere per la mansione richiesta. Tal particolare è importante ai fini assuntivi e non comprova per i due soci collegamenti diretti e/ o indiretti con la criminalità. Appunto, come detto per Di Iasio, mancano i requisiti previsti dalla norma ovvero che siano “concreti, univoci e rilevanti”. 
Chi manca all’appello? Vincenzo Totaro, come detto, anch’egli prosciolto. La legge non accusa e poi cagiona pena a chi saluta, anche in modo apparentemente affettuoso secondo testimonianze fotografiche,  affiliati a clan mafiosi. Ne tantomeno chi non ha ricevuto pressioni o condizionamenti comprovati indissolubilmente per alterare procedimenti amministrativi a lui affidati. Un furto d’auto, poi ritrovata l’indomani, non fornisce la certezza di intimidazioni. Ed anche qui  mancano i requisiti previsti dalla norma ovvero che siano “concreti, univoci e rilevanti”. 

Ultima riflessione, e ci ritorno volentieri, è per un uomo che ha tutto il diritto di ripresentarsi alle prossime elezioni amministrative, presumibilmente nel 2017. Parlo ancora dell’ex Sindaco Antonio Di Iasio, prosciolto con formula piena dalla legge. Una semplice denuncia per danneggiamento della propria automobile, risalente al 09.08.0206, in uso al figlio mentre si trovava parcheggiata, non è elemento legislativo concreto, univoco e rilevante per adottare l’incandidabilità. Forse le presunte commistioni che la Commissione Antimafia avrebbe supposto, e mai comprovato in modo concreto, univoco e rilevante nel formulare la posizione del Sindaco per le funzioni politico-amministrative e gestionali in materia di vigilanza e controllo dell’apparato burocratico-amministrativo del comune, avrebbero potuto avvallare la decisione rigettata dal Tribunale di Foggia. Avrebbero dico, poiché il castello accusatorio verso Di Iasio cede nel momento in cui il Tribunale chiede concretezza, univocità e rilevanza dei fatti a lui ascritti. Un castello di sabbia fondato su presunzioni di colpa, indizi, supposizioni e vizi di forma procedurale della stessa Commissione,  forse esasperate da acrimonie politiche volte da tempo a far cadere l’assise comunale. La difesa ha fatto bene a richiamare la sentenza della Cassazione, n° 10945/2015, che dice «l'esatta distinzione tra attività di gestione ed attività di indirizzo e di controllo politico-amministrativo non esclude che l'inerzia dell'amministrazione sia addebitabile all'organo politico quando non risultino le attività di indirizzo e di controllo dirette a contrastare tale inerzia». In altre parole gli elementi indicati non appaiono sufficienti ai fini invocati. Nel dettaglio l’ipotesi, e ripeto ipotesi, di mancata vigilanza e controllo dell’apparato burocratico-amministrativo del comune, che avrebbe prodotto la cattiva gestione dell’attività amministrativa, non può essere motivo concreto, univoco e rilevante per l’accusa mossa verso Di Iasio. Forse il danneggiamento dell’auto poteva risultare un elemento da analizzare. Ma anch’esso risulta equivoco e non concreto, univoco e rilevante giacché per la Legge, evidentemente non per la Commissione  Antimafia, non permette di escludere qualunque altra ipotesi e perciò stabilire collegamenti tra le parti citate.

Con ciò, e termino, (e scusate la lungaggine del testo, ma le verità vanno dette nella sua interezza e citando sentenze legali), Monte Sant’Angelo e chi è stato scagionato da accuse infamanti e disonorevoli, hanno l’obbligo di riottenere onorabilità e credibilità. Tutte le beghe politiche di controparte, secondo un mio personalissimo parere e in funzione del Bene Comune e non privatistico per numeri elettivi prossimi, vanno messe da parte. Certo, lo scontro politico ci dev’essere se siamo in democrazia ma va alimentato senza infamie gratuite e ventilate nei social network e con note stampa surrogate da incontri, convegni e dibattiti improntati su bilanci di un comune commissariato. 

“Le mezze verità diventano verità se le altre metà sono bugie”, una mia citazione. Meditate…!

Ad Maiora! 

venerdì 20 maggio 2016

Foggia, assenteismo al Comune. I “furbetti del multibadge” ritornano in libertà

di Nico Baratta

Era nell’aria la decisione di revoca dei domiciliari ai 13 dipendenti del Comune di Foggia arrestati dai Carabinieri con l’accusa di truffa ai danni dello Stato per la nota vicenda dei “furbetti del multibadge”, quegli assenteisti filmati e immortalati nell’atto illegale. La decisione è stata presa dal GIP del Tribunale di Foggia, Carmen Corvino, dopo aver ascoltato i legali della difesa. La decisione è chiara “il rischio di reiterazione può essere scongiurato con la misura non detentiva dell’interdizione dal lavoro per la durata di 12 mesi (ritenuta adeguata alla gravità dei fatti), non essendo altre misure pertinenti ai fatti contestati”. In libertà, appunto, ritornano 12 impiegati comunali degli uffici del Servizio Integrato Attività Economiche, ex Uma e Protezione Civile in Viale Sant’Alfonso Maria De Liguori, compreso l’allora il dirigente inquisito: in totale 13.
Gli interrogatori e le prove formulate dalla difesa hanno prodotto un risultato che in città non è vista di buon grado, ma che rispetta le regole legali.
In particolare, il giudice ha disposto la  revoca totale della misura e l’immediata liberazione per  tre dei 12 dipendenti, cui uno risulta che “la condotta è stata pertanto inoffensiva” in quanto era privo di mansioni. Da porre in evidenza che tre dipendenti inquisiti hanno provveduto a risarcire l’Ente per la somma che secondo gli inquirenti avrebbero detratto alle casse comunali. Un’azione che ha sortito un effetto positivo per le conclusioni giudiziarie del GIP.
Da ricordare, per eventuali sviluppi giudiziari, che secondo l’accusa, i dipendenti, durante il periodo contestato che va da febbraio a marzo del 2015, avevano messo in atto un meccanismo che serviva a coprire ritardi, commissioni personali effettuate in orari di lavoro, vere e proprie assenze, truffando al Comune circa 23mila auro. 
Tuttavia, i dipendenti sono ancora in regime di sospensione dal lavoro comunale, avvenuto l’indomani l’arresto dei Carabinieri.

martedì 17 maggio 2016

Foggia, inchiesta assenteismo al Comune. Interrogato il dirigente posto ai domiciliari

di Nico Baratta

Questa mattina il Gip del Tribunale di Foggia ha continuato gli interrogatori dei rimanenti 4 “furbetti del multibadge” tratti in fermo nei giorni scorsi. Tra loro c’era il dirigente che mesi prima era al comando del Servizio Integrato Attività Economiche del Comune di viale Sant’Alfonso Maria De Liguori, gli uffici dove i Carabinieri di Foggia hanno piazzato microcamere per incastrare i “furbetti”.
“Ho  timbrato per mia moglie che rimaneva in automobile perché ha difficoltà a camminare. E quando eravamo assenti era perché stavano eseguendo dei controlli per conto del Comune”, la dichiarazione che il dirigente ha fornito al GIP. Oggi quel dirigente, congiuntamente con la moglie, è sospeso dal lavoro. Mentre gli altri 3 dipendenti dell’ufficio comunale, che sono agli arresti domiciliari, hanno fornito versioni giustificative atte a dichiararsi innocenti. Uno di loro, tuttavia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per la cronaca i dipendenti accusati e agli arresti domiciliari, secondo la tesi dell’accusa e le riprese dei Carabinieri che li incastrerebbero anche per assenteismo, timbravano il cartellino e poi andavano a fare la spesa,  praticare sport come jogging, ritornando in ufficio solo dopo diverse ore. Sempre la tesi dell’accusa a volte qualche collega timbrava anche il badge di altri colleghi, anche fino a dieci timbrature. Ora si attendono le decisioni finali del GIP, se mantenerli agli arresti domiciliari o decidere sulla remissione in libertà chiesta dai legali dei 13 dipendenti.

venerdì 13 maggio 2016

Arresti assenteisti al comune di Foggia: presunte minacce a Mainiero

di Nico Baratta

Non è nuovo a minacce il Consigliere comunale di Fratelli D’Italia, Giuseppe Mainiero. Con ciò non è detto che l'avvertimento debba essere sottovalutato solo perché è stato scritto su Facebook con tanto di foto dell'esecutore. Lo scandalo dei furbetti del multibadge, gli assenteisti del Comune di Foggia, sembra che prenda aspetti inquietanti tali da minare la sicurezza personale di chi ha scoperchiato il malaffare.

«Ma u picciasser a mainir» (Ma lo diano fuoco a Mainiero) il post che incastra l'autore, che secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere un lavoratore pubblico ma di un altro ente legato al comune. Ma per quest'ultima affermazione probabilmente tutto sarà al vaglio degli inquirenti. Probabilmente poiché non sappiamo con certezza sé è un avvertimento o uno sfogo, o solo un’affermazione a caldo per aver fatto luce su dinamiche che potrebbero essere repliche in altri enti pubblici o partecipate. Che abbia il sentore intimidatorio ne ha tutte le caratteristiche e ciò allerta Mainiero, consapevole che quell’affermazione potrebbe avere retrogusti amari per chi già lo ha “mal attenzionato”. Certo è che il Consigliere non demorde e continua nella sua azione contro i furbetti del badge, quegli assenteisti del comune di Foggia ora denunciati, dei quali 13 agli arresti e 7 indagati, ma tutti  e 20 sospesi in tronco dall'impiego pubblico. 

Mainiero, come da sua abitudine, sdrammatizza. E, a nostro avviso, fa bene perché il marcio va deriso con intelligenza e colpito con fermezza. Sulla sua bacheca, Mainiero irride la minaccia, o meglio il suo autore. Lo fa con un post, non criptico come suo intelligente savoir-faire ,  che riprende la cultura, quella bocconiana tanto esaltata da chi lo ha presumibilmente minacciato. «Studiate. Anche se nella vita è meglio furbi che colti. Anzi: proprio per questo. Per non arrendersi a chi vi vorrebbe più furbi che colti. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Non rassegnatevi a chi vi vorrebbe opportunisti e docili e senza sogni. Studiate. Meglio precari oggi che servi per sempre» il pensiero del Consigliere, spina nel fianco di una maggioranza che non sostiene più.

Tanti i commenti di solidarietà ricevuti dal mondo politico, della società civile e istituzionale foggiana. 
E proprio nel giorno della minaccia, Giuseppe Mainiero, incalza nelle sue dichiarazioni verso l'amministrazione comunale in merito alla vicenda degli assenteisti del comune, secondo cui la Tecnostruttura foggiana, dopo le prime segnalazioni per opera dell'allora Assessore al ramo, Jenny Moffa, era già a conoscenza della situazione venuta a galla dopo le indagini dei Carabinieri. «Tutto quello che potevamo fare politicamente lo abbiamo fatto. Le nostre segnalazioni non sono state né ascoltate né verificate e non ci è rimasta altra possibilità se non quella di rivolgerci alle forze dell’ordine» l’amara ma giustificata affermazione di Giuseppe Mainiero. «È  impossibile che la Tecnostruttura non sapesse. Le carte dicono il contrario», incalza il Consigliere di Fratelli d’Italia, presentando le copie di tre segnalazioni inviate mediante posta certificata dall’ex Assessore Jenny Moffa e inviate, in base alle competenze specifiche, all’attenzione del Sindaco Franco Landella, al suo diretto dirigente Antonio Stanchi e al Segretario Generale Maurizio Guadagno. Per la cronaca è doveroso dire che a circa una settimana dal suo insediamento, l’ex Assessore Moffa aveva denunciato, con una Pec datata 22 luglio 2014, una situazione di “anarchia” nella sede comunale del Servizio Integrato alle Attività Economiche e Produttive. 

Immediata la risposta del Sindaco di Foggia, Franco Landella, il quale rimanda al mittente le dichiarazioni, asserendo che in nessuna circostanza Mainiero «ha avanzato al sindaco segnalazioni in questo senso, motivo per il quale la tesi secondo la quale io sarei stato informato per tempo della vicenda finita sulle cronache nazionali è evidentemente destituita di ogni fondamento, come è facilmente riscontrabile dalla corrispondenza intercorsa tra lui ed il mio Ufficio di Gabinetto. Il consigliere comunale Giuseppe Mainiero non mi ha mai segnalato, né attraverso comunicazioni inviate via mail né attraverso altre forme, che all’interno della struttura che ospita il Servizio Attività Economiche vi fossero situazioni di assenteismo o tecniche fraudolente di attestazione della presenza del personale dipendente».

Nel frattempo da parte degli inquirenti sono proseguite le interrogazioni ai 13 assenteisti arrestati dai Carabinieri. Per ora tutte le dichiarazioni sono vincolate da segreto istruttorio, ma presto, crediamo per l’entità e importanza delle indagini che riguardano il settore della pubblica amministrazione, potremmo avere notizie, forse sorprese, …il condizionale è giustificato.

Ad Maiora! 

giovedì 12 maggio 2016

Punti di (s)...vista. Galleggiamenti pubblici comunali

L'Editoriale di Nico Baratta

Se i furbetti comunali del multibadge sono stati attenzionati dal 2015 e non da prima, un motivo ci dev'essere.
Permissivismo? 
Controlli non fatti? 
Do ut des elettivi? 
Mah.... 
Oppure devo pensare che si attendeva quella data, quel periodo per iniziare il tutto, giacché dai banchi contrari tutto tace?
Ancora Do ut des elettivi?
Nascondini intenzionali?
Mannaie affilate e pronte a colpire a vigilie importanti?
Mah...
Certo è che tutto sta venendo a galla e a togliere quel tappo son stati proprio chi faceva numero tra i banchi di maggioranza, ripudiati da tempo ed oggi malvisti. Ma malvisti per cosa? Per aver fatto luce? 
Mah…
E prima? 
Diavolo di un demonio vestito arlecchino, nessuno sapeva, nessuno diceva, nessuno vedeva, ma tutti bisbigliavano. Ed oggi si purificano con comunicati stampa, dita puntate e moniti acchiappa consensi.
Ma quelli ripudiati son li, sempre soli, ma non mal accompagnati perché c’è un Popolo Foggiano che li sostiene, li incita a far meglio e stappare fogne intasate di melma casereccia.
E tra fumate di 6 ore e spese al mercato dell''ortofrutta, qualche capatina per tonificare i muscoli, in quegli uffici centuplicavano richieste, permessi, code e codazzi di gente comune, spesso disabili. 
Galleggiamenti pubblici comunali come l'altra sostanza organica, è la risultante dei commenti cittadini.
Coincidenze....?
Mah...
Ora la legge con i suoi magistrati farà il suo corso, mentre gli avvocati sono già al lavoro per cavilli discolpanti. Dalle alte sfere si fa voce grossa con tanto di sorprendente stupore. Come a dire "non ne sapevo nulla", pur sapendo che nei corridoi istituzionali correva voce di microcamere in funzione. 
Mah...
E che dire di chi con la mazza cercava l'occhio indiscreto ma colpevolizzante? 
Li c'è l'aggravante. Ma il cavillo la abolirà, purtroppo.
Ed ancora una volta il lavoro dei nostri fieri e fedeli Carabinieri diverrà spreco di denaro pubblico.
Mah....
È vero, tra legge e giustizia c'è l'abissale dilemma di chi ha ragione.
Del resto l'Italia è piena di "tengo famiglia". Di questo passo mai nulla cambierà.

Quann'è bbell quann'è bbell a città d Pulcnell...
Welcome to #FoggiaLand

Ad Maiora!
#puntidisvista #Foggia #freethinker #perunaFoggiamigliore

Assenteisti Comune Foggia, al via gli interrogatori

di Nico Baratta

Sono iniziati questa mattina gli interrogatori da parte degli inquirenti ai 13 dipendenti comunali ripresi dalle microcamere dei Carabinieri di Foggia ed accusati di assenteismo presso il posto d’impiego pubblico. Ai 13 si imputa di aver condotta attività illecita, consapevoli del reato che stavano commettendo. Inoltre, è stata fatta una stima sulla frode cui i 13, secondo gli inquirenti, sarebbero rei e che equivale a 23mila euro, nei periodi di febbraio – aprile 2015. Nelle 40 pagine dell’ordinanza il GIP Carmen Anna Lidia Corvino mette in risalto, sommariamente, che “la condotta degli indagati, consapevoli di porre in essere un’attività illecita, hanno ritenuto di seguire il trend generale, avallato dal loro diretto dirigente”. L’accusa dei carabinieri di Foggia non desta dubbi, ovvero truffa ai danni dello Stato, come le riprese svolte con le microcamere piazzate nei luoghi del malfatto. Secondo le ultime indiscrezioni, le indagini sarebbero iniziate da una denuncia presentata dal Consigliere comunale di Foggia Giuseppe Mainiero, capogruppo di Fratelli D’Italia, dove riportava attività poco chiare presso gli uffici del Servizio Integrato Attività Economiche, ex Uma e Protezione Civile del Comune in Viale Sant’Alfonso Maria De Liguori del Comune di Foggia. Secondo i contenuti dell’accusa i 13 dipendenti avrebbero messo in atto un meccanismo perfetto nel coprirsi durante ritardi, spese personali durante l’orario di lavoro, assenze varie. Come detto ed avvallato dai Carabinieri i filmati incastrano e non incastrerebbero i 13 dipendenti comunali. Tra i fotogrammi più eloquenti vi sarebbero quelle di dipendenti che timbrano il badge, escono e ritornano dopo alcune ore con le buste della spesa. C’è anche chi si concedeva dello sport durante l’orario di lavoro ma fuori l’ufficio, forse in palestra o per strada. Inoltre vi sono altri 7 dipendenti (in totale tra indagati e arrestati sono 20) che al momento sono stati solo sospesi in attesa di verifiche. Tra gli arrestati c’è anche il loro capo, il dirigente comunale che meno di due mesi fa aveva cambiato ufficio per un turn over e che, secondo quanto riportato nelle 40 pagine dell’ordinanza il GIP Corvino, potrebbe aver dato il benestare a tal pressi. Tutto è ancora in fase dibattimentale e il condizionale è d’obbligo. Ma secondo i Carabinieri di Foggia il dirigente avrebbe pure coperto l’assenteismo della coniuge (ora sospesa), timbrandogli il badge. Con ciò prende forma la tesi di complicità del dirigente; mentre è da dimostrare la sua colpevolezza sull’assenteismo in quanto non è obbligato al timbro del badge. 
Nelle 40 pagine dell’ordinanza del GIP  si legge come evidenzia il malfatto: «Sia da condividere la qualificazione giuridica degli stessi, sussistendo sia gli artifici che i raggiri, sia l’indebita percezione di denaro - a fronte di attività lavorativa non svolta -– sia il danno per l’ente pubblico da individuare non solo nell’indebito esborsi di emolumenti per attività lavorativa non prestata, ma anche nel mancato e corretto funzionamento degli uffici e conseguenti disservizi….» Ed ancora «Si tratta di circostanze rilevanti perché nonostante il breve lasso di tempo in esame evidenziano come la condotta fosse generale e consolidata, non sussistono cause di giustificazione, di esclusione della pena, di estinzione del reato». Per la dovuta cronaca, gli interrogatori proseguiranno anche nella giornata di domani e per tutta la prossima settimana.
Dai massimi vertici di Palazzo di Città giungono moniti e prese di posizione. Il Sindaco Landella ha assicurato che sarà fatta luce, un’indagine interna stabilirà le colpevolezze amministrative, mentre per quelle penali ha piena fiducia negli inquirenti. «Il Comune sarà parte civile nel processo» annuncia Landella.
Tuttavia il malfatto non è stato solo scoperto grazie alla denuncia del Consigliere Mainiero, consegnata nelle mani degli inquirenti il 15 gennaio 2015. Tempo addietro anche l’allora Assessore al ramo, Jenny Moffa, si pronunciò su tal probabile attività, ma poco dopo fu sollevata dal ruolo ma per questioni politiche, così fu detto al tempo.

Guarda il video integrale delle immagini registrate dai carabinieri di Foggia


martedì 15 marzo 2016

Foggia, parcheggio inaccessibile? È nella norma e c'è una spiegazione

di Nico Baratta

In questi giorni, in particolar modo su facebook, sta girando una foto che ha sollevato un polverone di critiche. La foto è simile a quella che ho pubblicato e parrebbe parlar chiaro. In realtà non è come alcuni, forse molti, hanno pensato. Chiariamo subito il punto: quell'area è privata ed è in fase di ristrutturazione per migliorie molto agevoli e di utilizzo per i più bisognosi.

L'area interessata è a Foggia, in Via Montegrappa, nelle vicinanze di Via Montenevoso, dove un tempo (per la verità) sorgeva  l'ex dormitorio dei ferrovieri, struttura ora in stato di abbandono e degrado, più volte occupato, tana per grossi ratti, e attualmente di proprietà privata, ma questa è un'altra a storia.

Ma veniamo ai parcheggi. L'area, di 400 mq, un tempo era di proprietà delle Ferrovie dello Stato ma utilizzata pubblicamente dai cittadini poiché vi erano degli stalli per auto, tra cui uno per disabili. A marzo del 2015, attraverso un bando pubblico con un’asta sul web indetto da “Sistemi Urbani”, società delle stesse Ferrovie, fu acquistata da un privato, un cittadino foggiano, il Consigliere Comunale di maggioranza del comune di Foggia, Pasquale Cataneo, del Movimento Schittulli. Contestualmente all’area esterna Cataneo acquistò anche due locali a piano terra, frontali la suddetta superficie. Da quel giorno a Foggia insorsero polemiche che tennero banco per molte settimane sui media e tra gli internauti dei social network, poiché la superfice acquistata da Cataneo presentava limitazioni e delimitazioni non usuali. Difatti l’area in oggetto fu delimitata con strisce gialle per distinguerla da quelle blu per gli stalli dell’Ataf e da quelli bianchi liberamente utilizzabili dagli automobilisti, prevalentemente pendolari e ferrovieri. Ma la polemica non terminò perché quando alcune strisce gialle furono disegnate anche sui marciapiedi facenti parte la superficie diventata privata si gridò “all’eccessivo rispetto alla legittima natura privata”. Polemica che poi divenne pungente quando l’interdizione al pubblico dei 20 parcheggi abbracciò uno stallo per diversamente abili. Nell’occasione furono anche installati tre segnali verticali con la scritta “Proprietà Privata” per giustificare legalmente le azioni intraprese. In quell’occasione Pasquale Cataneo non si sottrasse alle pubbliche critiche, frutto anche da acredini politiche di controparte spesso imbastite per tornaconti personali. Replicò e lo fece trasparentemente e secondo le leggi vigenti che consentivano tal azione. «Non mi spiego tanta attenzione e clamore –dichiarò Cataneo-. È tutto in regola, ora quei posti sono miei. È un’area privata ad esclusivo utilizzo della proprietà privata. C’era un bando, vi ho partecipato: non capisco tutta questa attenzione e clamore. Ho presentato agli uffici competenti una Scia per realizzare gli interventi di limitazione e la creazione dei 20 stalli per la sosta, ora privati. Tutto è avvenuto nel rispetto delle regole». Ma la polemica, come detto fu strumentalizzata dalla solita becera politica di chi per un voto venderebbe la propria anima al diavolo. Ed il tutto perché in quell’area sorgeva e sorge una sede politica  del Movimento Schittulli. «Ho acquistato e ho messo a disposizione di me stesso –replicò Pasquale Cataneo- il mio comitato elettorale. Tutto qui». Una dichiarazione giusta, veritiera, trasparente ma con una punta di amarezza per la strumentalizzazione del caso, che Cataneo non ha mai nascosto.

Ora, in questi giorni la vicenda, come detto, è ritornata alla ribalta in quanto ai quei 20 stalli privati, tra cui uno per disabili, son stati installati dei paletti per limitare l’accesso. “Parcheggio inaccessibile”, s’è detto, “chiunque sia disabile deve aver accesso a quegli stalli a prescindere”. Giusta osservazione popolare ma non giurisprudenziale. Si premette che qui non si difende nessuno, ne tantomeno si fa proseliti a politici e ella politica, ma si espongono dei fatti che rispondono a dichiarazioni e norme giuridiche per cercar di ricondurre a verità il tema esposto. 

Difatti tutto è nella norma e c’è una spiegazione poiché l’area rientra nelle leggi che regolamentano la Proprietà Privata. Inoltre gli stalli son stati installati secondo le leggi vigenti del Codice della Strada, in particolare normato dall’Art. 40 -Regolamento di Attuazione, seconda parte - del Codice della Strada - e l’ Art. 149 (dell’Art. 40 Cod. Str.). Fermo restando che quel parcheggio per disabili poteva anche essere rimosso poiché l’area è diventata privata, e perciò ad uso precipuamente personale, anche diversamente dai parcheggi, Cataneo ha voluto che rimanesse per dedicarli a persone con ridotta mobilità che si recano presso di lui e la sede politica del movimento cui appartiene. In un cortese colloquio avuto con il Consigliere Cataneo si è potuto apprendere e comprendere sia la motivazione per la presenza di quei paletti, sia la scelta del parcheggio per disabili. «Le attività oggetto dell’ennesima attenzione di alcuni cittadini –ci dice a voce Cataneo- sono ancora in corso d'opera e legate ad altri interventi migliorativi dell’area. Se vi sono strisce gialle su una ridottissima parte del marciapiede, che ricordo è parte integrante della superfice privata, è solo perché il progetto dei lavori prevede la riprofilatura dei marciapiedi (privati anch'essi) per adeguarli all'utilizzo di Persone a Ridotta Mobilità. Infatti -prosegue il Consigliere-, sono previste rampe (meglio conosciuti come scivoli) costruiti secondo le norme vigenti (il riferimento è al D.M. 236/89, art. 81.1.11 Rampe) e nel rispetto della legge per l’Abbattimento e/o Superamento delle Barriere Architettoniche (Legge N°13 del 9 gennaio 1989). Per quanto riguarda l’esecuzione dei lavori -incalza Cataneo- sono eseguiti rispettando la procedura che norma tal pratica, ovvero con l’apposita pratica SCIA n° 781/2015 del 08/09/2015, espletata presso il Comune di Foggia, ufficio competente SUE Foggia, recante alla voce lavori la dicitura “Delimitazione Proprietà Esclusiva e Manutenzione Straordinaria”. Come vedete, tutto è stato svolto rispettando la legge. Ma mi preme porre in evidenza che a Foggia esistono anche persone che pensano anche agli altri. In un’area privata ho voluto fortemente conferire sia uno stallo, sia accessi facilitati, a persone che purtroppo hanno una mobilità ridotta. Da sempre, e non è retorica, mi sono esposto in prima persona per l’abbattimento delle barriere architettoniche, e chi mi conosce fin da prima dell’attuale pubblica esperienza politica come amministratore di Foggia, sa bene che quel che dico risponde a verità. Parlano i fatti e parlano le persone con le quali condivido tal azione civica, anche se non ho mai voluto farne un pubblico merito. La politica non deve dividere chi è vicino ai meno fortunati, deve unire intenti e partorire soluzioni fattive, a prescindere dall’appartenenza partitica. Per me le pari opportunità sono prioritarie. In questo caso –conclude il Consigliere Pasquale Cataneo- per chi è con ridotta mobilità e ha passione civile e politica e ha voglia e volontà di esercitarla con me e presso la mia sede politica del Movimento Schittulli, va agevolato, anche con un parcheggio dedicato a lei e lui».


Bene, tutto è stato chiarito. Tuttavia, e ne sono certo perché chi è in prima linea contro le barriere architettoniche e sensibile alle tematiche per i disabili,  che se un giorno un disabile parcheggerà la sua auto nello stallo privato preposto ai disabili, non troverà chi lo inviterà ad andar via ma un uomo che lo inviterà a rimanerci, fornendogli aiuto. Pasquale Cataneo è quell’uomo.

giovedì 10 marzo 2016

Inchieste. Operazione “Malebolge” della GdF: non si esclude complicità della mafia locale

di Nico Baratta

Assunzioni in nero, documenti falsi, nazionalità falsificata, sono alcuni dei reati contestati dalla Guardia di Finanza a chi ieri si è visto indossare le manette ai polsi. L’Operazione Malebolge tuttavia ha diverse tranche e tra queste si presume il coinvolgimento di esponenti mafiosi locali con il preciso compito di controllare il traffico umano, il denaro incassato e porre soluzioni laddove vi fossero controversie sulla loro modalità truffaldina di documentare l’immigrato. Stando a quanto finora emerso, gli agenti delle Fiamme Gialle avrebbero rinvenuto un tariffario per regolare la posizione degli immigrati clandestini. Nel dettaglio le somme sborsate dagli immigrati, perlopiù marocchini, egiziani e qualche cinese, erano di 5000 euro pro-capite, dove 1800 euro come anticipo della contribuzione, 200 euro per il rilascio del codice sanitario, 2000 euro per la falsa assunzione  poi versata alla società che solo sulla carta assumeva lo straniero, società che in realtà non esisteva e 1000 euro per la tassa di emersione. Somme versate da 157 immigrati clandestini a noti esponenti della mafia locale che avrebbero favorito la loro permanenza in Italia con un collocamento falsamente regolare e un permesso di soggiorno artefatto. Lo scopo era quello di incassare denaro per favorire i traffici della mala locale. Insomma un sodalizio che provvedeva alla regolarizzazione della posizione di immigrati clandestini con rilascio di permessi di soggiorno ai sensi del D.Lgs. 109/2012 e al rinnovo di permessi di soggiorno, ove già presenti sul territorio nazionale. Il tutto grazie anche a certificati medici falsi per attestare la presenza sul territorio nazionale di cittadini extracomunitari prima del 31 dicembre 2011, così da avere accesso alla procedura di “emersione” prevista dal D.L. 109/2012.

lunedì 22 febbraio 2016

Inchieste. Caso Moro. Maria Fida si confida: spaccature in famiglia e gli ostacoli del “Movimento Febbraio 74"

di Nico Baratta

La vicenda Moro in questi giorni si è arricchita di scenari a noi non conosciuti. Tutti sappiamo della vicenda, di quell’orribile strage, del rapimento, della detenzione dell’ex Presidente democristiano, delle azioni intraprese dagli inquirenti e dagli amici di Moro appartenenti al mondo politico e cattolico. Sappiamo anche dei tentennamenti di alcuni statisti. Ma non conosciamo gli aspetti familiari più intimi che in quei tremendi 55 giorni vissero i suoi cari. 
La Commissione d’inchiesta parlamentare che sta indagando sul caso, riaprendo faldoni di interrogazioni, srotolando e riascoltando chilometri di intercettazioni  e confessioni audio e video, pian piano sta ricostruendo quel puzzle che doveva essere terminato anni addietro. Sta interrogando nuovamente chi a quel tempo ha vissuto e partecipato all’atroce vicenda, anche chi è stato lambito. 

Nei giorni scorsi la suddetta Commissione, presieduta dall’On. Giuseppe Fioroni e fortemente voluta dall’On. Gero Grassi, ha chiamato in audizione i familiari più stretti di Aldo Moro. In particolare è stata ascoltata la figlia Maria Fida (nella foto - fonte Panorama), primogenita di Aldo Moro e ex Senatrice della Repubblica Italiana, che in due ore e mezzo ha raccontato, nei dettagli, particolari inediti e sensibili dei rapporti familiari. Tuttavia, vista la sensibilità del tema che abbraccia sentimenti e scelte di familiari, e perciò di privacy, gran parte dell’audizione è stata secretata. Una scelta infelice ma che tutela basilari aspetti che coinvolgono moglie e figli di Moro. Inoltre, nell’audizione, la sig. ra Maria Fida si è soffermata sulle “intrusioni” subite in casa durante i 55 giorni del sequestro di suo padre. A noi son state fornite alcune indiscrezioni su ciò che avvenne in casa Moro durante quei terribili 55 giorni. Tra le più rilevanti che la sig.ra Maria Fida ha voluto che fossero pubblicate, vi sono le spaccature interne tra lei e il fratello e la madre. Motivo delle crepe fu la presenza di rappresentanti del “Movimento Febbraio 74” in casa Moro, un ingombro che, quanto detto dalla sig.ra Maria Fida, avrebbe inciso sulla «libertà di movimento e azione» della signora Moro, la moglie appunto, e della famiglia, tra cui il figlio Giovanni, membro di quel “Movimento”. Per chi non è a conoscenza il “Movimento Febbraio 74” nacque dal convegno ecclesiale svolto nel febbraio del 1974 e diretto dall’Avvocato Giancarlo Quaranta. Dietro quel movimento vi erano molte persone note, specie del mondo ecclesiale, come per esempio del Cardinale Poletti che ebbe un ruolo importante, ma non ancora ben noto, durante la detenzione di Moro. Di lui si sarebbe parlato durante l’audizione ma la secretazione ci impedisce di pubblicare informazioni. Un aspetto importante della dichiarazione della sig. Maria Fida è aver confessato che il “Movimento Febbraio 74” aveva avuto il potere di dominare la famiglia Moro con scelte devastatrici per le sorti del padre, al punto di impedire azioni positive per la conclusione del sequestro “suggerite” dallo stesso Presidente Moro. Suggerimenti, a volte contenuti tra le righe,  attraverso le lettere che lui dal carcere brigatista inviava a sua moglie. Altro significativo indizio sulle oscure trame del sequestro è la volontà dei suoi fratelli di allontanamento della sig. Maria Fida ai funerali degli uomini della scorta del Presidente. Una scelta voluta per preservare l’incolumità del nipote Luca, figlio di Maria Fida, più volte citate nelle famose lettere di Moro scritte dal carcere brigatista. Ma lei ci andò e quando fu riconosciuta prima fu bloccata dai suoi stessi familiari e poi un agente la fece partecipare alla cerimonia. Da li i contrasti aumentarono tant’è che perfino sua madre, Eleonora Chiavarelli in Moro, la supplicò in ginocchio e piangendo la pregò di andar via. 
«Certo -ha spiegato sommariamente Maria Fida-  loro avevano la pretesa di gestire l'atteggiamento della famiglia». Con ciò si comprende appieno che la matrice dell’astio e poi delle decisioni in contrasto con il naturale atteggiamento salvifico per Moro erano loro, non Aldo Moro dalla prigione, neanche sua moglie Eleonora dall'esterno, e tanto meno la figlia primogenita Maria Fida che era stata cacciata di casa, bensì quelli del “Movimento”. «In due lettere inviate a mamma –prosegue l’ex senatrice- le diceva di non ascoltare i consigli di nessuno, tanto meno di estranei, e di andare in televisione per invocare una trattativa. Non si fidava di nessuno. E voleva che fosse lui dalla prigione, e noi da casa, a gestire la situazione. Mia madre –continua con precisione la primogenita Moro- non andò mai in televisione durante il sequestro, nonostante papà le chiedesse di rivolgersi all’opinione pubblica». 

Tra le rivelazioni della sig.ra Maria Fida che son state rese pubbliche ci sono le inquietanti azioni intraprese durante le elezioni del 1976 dal “Movimento Febbraio 74”. In sostanza l’ex senatrice avrebbe detto che il “Movimento” avrebbe condotto una compagna elettorale contro lo stesso partito che diede i natali al “Movimento”, ovvero la Democrazia Cristiana, accusandolo con un manifesto di essere tutti ladri. Uno dei firmatari di quel manifesto fu il fratello Giovanni, figlio del Presidente Moro. Ciò complicò nettamente i rapporti familiari in quanto chi doveva prodigarsi per liberare il padre, in realtà era da ostacolo. Un barriera presente continuamente nell’abitazione della famiglia Moro costituita da persone che giravano in casa con il precipuo scopo di dividere. «Di questo io sono sempre stata convinta –afferma Maria Fida-. Se fossimo rimasti uniti e avessimo seguito i consigli di mio padre, avremmo fatto tutto il possibile per salvarlo rivolgendoci direttamente all'opinione pubblica. Papà ci diceva che sarebbero bastate le firme di 100 parlamentari per costringere lo Stato a trattare. Ma invece eravamo divisi, isolati, troppo deboli. Mio padre voleva che ci mobilitassimo, che facessimo qualcosa per tirarlo fuori da lì. E probabilmente io sarei riuscita a convincere anche la mamma. Ma forse era quello che qualcuno temeva. Un gruppo esterno aveva "occupato" casa nostra sin dal giorno del sequestro –conclude la primogenita di Aldo Moro».

La Commissione d’inchiesta parlamentare sta continuando con il suo instancabile lavoro. E con essa quello dell’On. Gero Grassi che, su volontà della sig.ra Maria Fida e i familiari di suo padre, oltre a presiedere tutte le audizioni e ricercare e ordinare con dovizia certosina le carte, i nastri, le foto, gli articoli del caso, sta pubblicando sul suo sito web tutto il lavoro svolto dalla Commissione e le carte suddette. Il tutto è visitabile al link www.gerograssi.it alla voce “Aldo Moro”. Contestualmente Maria Fida Moro dopo la presente audizione ha depositato in Commissione altro materiale, una serie di carte che verranno analizzate minuziosamente.

Tuttavia una certezza c’è, purtroppo crudamente nota, che in quei 55 tremendi giorni, dal 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e del massacro della sua scorta, al 9 maggio 1978, quando fu ritrovato morto il Presidente Moro nella famosa o famigerata Renault 4 rossa, tutto rimase incredibilmente immobile sul piano strategico degli aiuti che dovevano giungere dall’interno del partito che presiedeva, dalle persone che lo avevano politicamente sostenuto o fatto solo in apparenza. Le uniche azioni mosse a favore di Moro furono gli appelli del Papa, di esponenti politici al di fuori della DC e quelle dovute dagli inquirenti, spesso depistati con proposito da “entità” governative.

Ad Maiora! 

venerdì 5 febbraio 2016

Caso Moro. Alla Commissione parlamentare d'inchiesta Mons Fabbri rivela agghiaccianti particolari

di Nico Baratta

Ancora rivelazioni importanti per il caso Moro. Questa volta a parlare innanzi la Commissione parlamentare, che ha riaperto e sta rieseguendo indagini sul rapimento e uccisione di Aldo Moro, è Monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri durante i 55 giorni di prigionia del Presidente Aldo Moro. Alla Commissione, dove partecipa il suo promotore, l’On. Gero Grassi, il prelato ha detto che dagli esiti dell’esame autoptico svolto sul corpo di Moro sono ben evidenti alcuni particolari che rivelerebbero la mano dell’omicida del Presidente. A quel tempo Mons. Fabbri era il segretario di Monsignor Cesare Curioni, suo diretto superiore, il quale gli avrebbe confermato la tesi. 

«A don Fabbri dobbiamo essere grati, la sua audizione può essere definitiva di svolta. Così Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, dopo la testimonianza di Fabio Fabbri, segretario di Monsignor Cesare Curioni, cappellano delle carceri durante i 55 giorni.
«Don Fabio- spiega Grassi- ci ha dato indicazioni importanti sulla base della confidenza che gli fece Curioni che, foto dell'autopsia alla mano, in particolare quella del cuore, disse “io so chi lo ha ucciso, ne riconosco la firma: nessuno dei colpi ha toccato il muscolo cardiaco”. Fabbri ha spiegato che si trattava di un killer professionista che sparava proprio con quella modalità divenuta una sua “firma”: da ragazzo era stato detenuto al Beccaria di Milano. L'uomo ha vissuto a lungo all'estero. Ora la Commissione compirà tutti i doverosi passi per seguire le indicazioni di don Fabbri che, alla mia domanda: ci sta dicendo di seguire la pista dell'autopsia?, ha risposto, “Proprio cosi”, lì c’è la firma», conclude Grassi

mercoledì 30 settembre 2015

Caso Moro, tutti dicono di sapere; diranno la verità?

di Nico Baratta

Pur se la Commissione Moro momentaneamente non sortisce con novità dalle audizioni che sta svolgendo, i lavori sono quotidianamente in corso. La prova è l’allestimento del sito dell’On. Gero Grassi con tutta la documentazione che la Sig.ra Frida Moro ha donato a Grassi e che lo stesso Onorevole sta pubblicando sul suo sito. Un lavoro immenso e importantissimo per capire, tra le righe di centinaia di carte, cosa è realmente accaduto  in quei famigerati 55 giorni che hanno decretato la morte del Presidente Aldo Moro.

In una nota pervenuta oggi dall’On. Grassi alla mia attenzione, emergono sfaccettature inquietanti sui quei 55 giorni. Difatti Grassi dice che «Leggendo gli atti del processo PECORELLI si comprende quanto tanti personaggi legati alla politica romana e alle Forze dell'Ordine abbiano ruotato con omissioni intorno ai 55 giorni del caso Moro. Centrale è il bar Olivetti di via Fani sul quale mai si è indagato. Analogamente –continua Gero Grassi-  sul materiale trovato nei covi BR romani di via Gradoli, via Giulio Cesare ed altri ed anche su oltre 40 cassette audio dei BR, le indagini non ci sono state ed addirittura sono state abbandonate. Da tutto ciò -conclude Grassi- emergono altri protagonisti del caso Moro ed evidenti omissioni da parte di chi doveva vigilare o indagare. Questo per rispondere a quelli che dicono che si sa tutto».

Per leggere la rassegna stampa di quei 55 giorni, visitate il web site www.gerograssi.it al link Rassegna stampa Aldo Moro.

martedì 23 giugno 2015

Fenice-EDF-Rendine: aspettiamo che finisca in tragedia? Lo chiede il Presidente del Comitato Diritto alla Salute

di Nico Baratta

Un problema vecchio come il tempo se rapportiamo gli anni cui molti cittadini si battono per la loro salute e le istituzioni non intervengono adeguatamente. Il caso del termodistruttore Fenice-EDF (così mi piace definirlo, e non è un caso poiché ho vissuto in prima persona e sulla pelle di molti miei amici gli effetti di quel mostro…), costruito e attivo da oltre 20 anni nella zona Industriale di San Nicola di Melfi (Pz), è al centro di polemiche di molti residenti in terra Lucana. Non solo, poiché l’attenzione è arrivata finanche in Capitanata, in quanto parte dei territori confinanti sono pugliesi, specie quelli sul versante ofantino. Tutti sappiamo –lo dicono quelle poche carte che siamo riusciti a ottenere attraverso l’ARPAB e dal suo sito web, che ricordo è pubblico- che quell’impianto ha delle lacune, specie per i pozzi piezometrici. Negli anni precedenti alcuni pozzi furono al centro di polemiche per l’elevata presenza di metalli pesanti, di molto oltre i valori consentiti.

Dal sito istituzionale dell’ARPAB (http://www.arpab.it/fenice/) si legge che:

“La Giunta Regionale di Basilicata con la delibera n° 2584 del 3 Novembre 1999 ha approvato il “Piano di monitoraggio ambientale del melfese“ che è stato redatto secondo le prescrizioni del DEC VIA 1790/93 emanato dal Ministero dell’Ambiente dove veniva espresso parere positivo alla domanda di pronuncia di compatibilità ambientale concernente il progetto di “Piattaforma di termodistruzione di rifiuti industriali con recupero di energia” da realizzarsi nell’area industriale di San Nicola di Melfi, presentato dalla società Fenice nel 1992. Per adempiere puntualmente alle prescrizioni del piano di monitoraggio ambientale del melfese, la Giunta Regionale di Basilicata, con propria deliberazione n° 304/2002, ha provveduto a trasferire all’ARPAB la proprietà della rete di monitoraggio della qualità dell’aria del melfese e la competenza delle relative indagini sulle matrici ambientali. In data 14 marzo 2003, con sottoscrizione di specifico protocollo d’intesa tra il Dipartimento Ambiente e Territorio della Regione Basilicata e l’ARPAB si è data operatività alle attività previste dal piano di monitoraggio del melfese.  Dall’attuazione del piano di monitoraggio del Melfese si può evidenziare che sono stati registrati superamenti nelle acque sotterranee per mezzo della rete di piezometri esistenti nell’area dell’impianto FENICE.  I superamenti dei valori di Concentrazione Soglia di Contaminazione (CSC) stabiliti dalla tabella 2 dell’allegato 5 alla parte IV del D.Lgs. 152/06 hanno riguardato diversi parametri. Il perdurare della situazione di contaminazione delle acque sotterranee nell’area dell’impianto, ha indotto l’ARPAB, in data 3 marzo 2009, ad effettuare comunicazione ai sensi dall’art. 244 del D.Lgs. 152/06. Dopo la comunicazione della contaminazione sono seguite diverse conferenze di servizio. Il superamento dei valori soglia di contaminazione delle acque sotterranee ha mostrato l’inadeguatezza del piano di monitoraggio del melfese. Per questo motivo la Giunta Regionale di Basilicata, con propria deliberazione n° 2263 del 29/12/2010 (revocata dalla deliberazione n° 1856 del 28/12/2012), ha ammesso a finanziamento un ulteriore studio delle emissioni dell’impianto FENICE, affidandone all’ARPAB il compito.”

Oggi il problema permane, ma se ne aggiunge un altro che, secondo il Presidente del Comitato Diritto alla Salute, con sede a Lavello (PZ), è interno all’impianto, affermando che «Non è accettabile che la Regione avalli una situazione pericolosa come quella denunciata dai lavoratori solo perché si è incapaci di smaltire i rifiuti solidi urbani delle città di Potenza e Matera». 

Di seguito riporto integralmente e fedelmente le dichiarazioni del Presidente del Comitato Diritto alla Salute, inviate oggi, 23 giugno 2015, a molte redazioni giornalistiche.

«Il servizio del TGR Basilicata sullo sciopero dei lavoratori FENICE-EDF-RENDINA, andato in onda oggi, ha drammaticamente evidenziato ancora una volta i problemi di sicurezza interna all'inceneritore ed il vergognoso immobilismo delle Istituzioni.

Cosa aspettano le Istituzioni di questa regione ad intervenire in modo fermo e definitivo sulla questione inceneritore Fenice di San Nicola di Melfi? 
Come si fa a rimanere ancora indifferenti alle tante, troppe, denunce DOCUMENTATE degli stessi lavoratori sui problemi di sicurezza interna all'impianto? 
Come ha potuto la Regione rilasciare oltre un anno fa l'Autorizzazione Integrata Ambientale senza avere – a tutt'oggi – la certezza che siano rispettate le prescrizioni imposte? 
Perché non viene commissariato? 
Davvero dobbiamo aspettare che accada il peggio affinché qualcuno intervenga?

Non è accettabile che la Regione avalli una situazione pericolosa come quella denunciata dai lavoratori solo perché si è incapaci di smaltire i rifiuti solidi urbani delle città di Potenza e Matera.
Si preoccupi il Presidente Pittella, che dice di amare così tanto la sua terra, di bloccare definitivamente lo scempio ambientale che si sta consumando da oltre 15 anni nell'area di San Nicola di Melfi. La stessa area dove oggi affluiscono centinaia di giovani lavoratori.
Si preoccupi, Presidente, di ricollocare i lavoratori Fenice e soprattutto abbia il coraggio di imporre alle comunità che ancora non lo fanno,  il rispetto delle normative sulla corretta gestione dei rifiuti».

Ad Maiora! 

mercoledì 22 aprile 2015

Avvistamenti Ufo in terra di Capitanata? Probabilità comprovata

di Nico Baratta

Ogni tanto viaggiare con la mente fa bene. I ricordi spesso sono il rifugio del quotidian vivere. C’è chi lo fa ricordando i suoi cari, chi amori passati e perduti, chi ricordando eventi che hanno caratterizzato il luogo in cui vive.  

Parlando con alcune persone, in queste settimane (molte per la verità) ho avuto modo di ascoltare racconti. Quelle ascoltate in quest’occasione e con una domanda ben precisa, «Hai mai visto un Ufo o qualcosa che ti facesse pensare che lo fosse?», l’ho rivolta a gente di mare e di montagna, che pesca per vivere, che porta al pascolo i propri animali per ricavarne latte e suoi derivati. Racconti interessanti, spesso fantastici, ma che se analizzati nella loro inverosimile realtà risultano possibili. Un confronto analitico e scientifico, per quello che mi hanno detto, è obbligatorio. Se uno ci parla di aver avvistato degli oggetti volanti non ben identificati, noi potremmo anche soprassedere, traendo conclusioni affrettate e non confutate. Ma se il numero di persone che hanno avvistato Ufo sono tante e i racconti collimano tra loro, un po’ di verità indubbiamente c’è, o perlomeno la curiosità che un giornalista deve avere prende il sopravvento. Non è che qui vi sto a raccontare che gli Ufo gironzolano nei nostri cieli. Vi racconto di testimonianze di persone che trascorrono ore e ore in solitaria compagnia, spesso coperti solo dalle stelle. E scrutandone una, e poi un’altra, e un’altra ancora, si accorgono che qualcuna lassù, nell’oscuro cielo luminosamente puntiforme, si muove. Effetto dell’immaginazione? Frutto della solitudine? Causa della fame o di una certa forma di vertigini? Tutto può essere. Tuttavia, incuriosito, ho svolto un’indagine, scoprendo che esiste un archivio sugli avvistamenti di Ufo in terra di Capitanata. Confrontandoli con i racconti, ho scoperto che molti coincidono con i racconti  ascoltati. Chi ce ne ha parlato oggi ha un’età compresa tra i 60 e 75 anni, anche 80. Ma all’epoca erano giovani, alcuni adulti con un massimo di 35 anni, perciò nelle loro piene facoltà fisiche e mentali se rapportati all’età attuale. I periodi degli avvistamenti sono racchiusi in un lasso di tempo di 40 anni, e precisamente dagli anni ’50 ai ’90. Un riscontro, che potremmo definire attendibile per la fonte, è residente nel web, in quella rete tanto vasta quanto discutibile, ed è visitabile al link: http://www.ufo.it/cataloghi/foggia.htm, scovato dopo molte ricerche.

Non so se tutto ciò sia vero. Certo è che l’elenco è dettagliato, scientificamente analizzato e comprovato da testimonianze comprovate e studi specifici sui fenomeni avvenuti, tant’è che riporta anche le probabili cause, come per esempio palloni sonda. Come pure testimonianze di piloti militari che non possono parlare poiché sono vincolati dal segreto militare. Con ciò non voglio asserire con certezza che gli Ufo esistono, ma il dubbio c’è e rimane, come è quello che sembra impossibile essere unici in un infinito cosmo. Io, comunque credo nella loro esistenza e credo siano tra noi, e  he abbiano condizionato il genere umano nel bene e nel male. Ma sono mie opinioni che non devono influenzare le vostre.

Giacché il portale cui è pubblicato questo articolo fa parte del distretto del Gargano, vi riporto alcuni avvistamenti fatti in zona, pur sapendo che a pochi chilometri abbiamo l’aeroporto Amendola, che ne sa di più, e potrebbe essere, per motivi militari, l’area più probabilmente visitata da oggetti non identificati, gli Ufo.

MONTE SANT'ANGELO (FG) - Dodici corpi luminosi (in successione di  2, 3 e 7) vennero avvistati dall'osservatorio dell'Aeronautica  Militare. La fonte della notizia fu La Gazzetta del Mezzogiorno del 29/01/1956, mentre il codice di appartenenza della lista del Centro Italiano Studi Ufologici è 56FG01 del 27/01/56 ore 16.10.

Abbiamo parlato di pescatori, ed ecco una testimonianza. MANFREDONIA (FG) - Due pescatori, che al momento del fatto si  trovavano molto distanti fra di loro, si recarono, quasi  contemporaneamente, nella Capitaneria di Porto di Manfredonia per  dichiarare di aver udito uno scoppio improvviso e di aver visto  un oggetto, seguito da una scia di fumo denso, precipitare verso  terra. Le ricerche intraprese da unità della Marina e  dell'Aeronautica non approdarono a nulla. I testimoni affermarono  che, secondo loro, a causa della forma dell'oggetto e del tipo di  scia, non poteva trattarsi di un aereo. La fonte della notizia fu La Gazzetta del Mezzogiorno del 14/10/1977, mentre il codice di appartenenza della lista del Centro Italiano Studi Ufologici è 77FG01 del 13/10/77 ore 11.30.

AMENDOLA (FG) - Un dipendente del Ministero della Difesa ed un  sottufficiale dell'Aeronautica Militare, comunicarono al Comando  della 3° Regione Aerea di aver visto un oggetto di forma "ovale",  di colore giallo, immobile nel cielo ad un altezza tra i  2500/3000 metri. La visibilità era ottima e tirava poco vento. La fonte della notizia fu il centro di Avvistamenti O.V.N.I. - Stato Maggiore Aeronautica, 2° Reparto -  Dicembre 1992, mentre il codice di appartenenza della lista del Centro Italiano Studi Ufologici è 91FG04 del 23/06/91 ore 22.00.

Ma, come abbiamo detto, potevano essere anche palloni sonda, come riportato qui: AMENDOLA (FG) - Identico oggetto fu avvistato anche ad Amendola. POSSIBILE CAUSA: Pallone sonda. La fonte della notizia fu l'Espresso Sera del 01/08/1965, mentre il codice di appartenenza della lista del Centro Italiano Studi Ufologici è 65FG03 del 30/07/65 ore 17.??.

Tuttavia non solo Gargano. Anche i Monti Dauni, come del resto Foggia, sono state aree di avvistamento. Eccovi due testimonianze.

ROCCHETTA S. ANTONIO (FG) - Mentre portava a pascolare le pecore,  Antonietta Garruto notò, in fondo ad una piccola valle un  qualcosa di lucente. Avvicinatasi, si accorse di avere di fronte  un piccolo essere, alto 50 cm. che sembrava inserito in uno  scafandro fatto di materiale trasparente. L’entità era ricoperta  da una tuta di colore marrone ed aveva due piccole gambe; il viso  era simile a quello umano. Portava, inoltre, sulla spalla una  specie di semisfera argentata.
Dopo aver guardato per un po' di tempo, senza che la cosa  suscitasse particolare interesse, la ragazza iniziò a risalire verso la strada; fu allora che si accorse che l'essere la stava  inseguendo. Spaventata, raggiunse subito la strada dove fermò  Luigi Di Tuccio, un automobilista di passaggio, a cui raccontò  l'accaduto indicando l'essere che era rimasto in fondo alla  valle.
Mentre le due persone erano intente a guardare, il piccolo  essere iniziò a trotterellare sul terreno sconnesso per poi  innalzarsi verso il cielo sino a scomparire alla vista.
La fonte della notizia fu La Gazzetta del Mezzogiorno del 10/10/95 - Indagine di Cassano  Arcangelo, Coordinatore CISU/Puglia - mentre il codice di appartenenza della lista del Centro Italiano Studi Ufologici è 95FG04 del 11/09/95 ore 08.??. L'indagine condotta non ha portato alla conferma di quanto  affermato dai testimoni, sussistendo alcuni dubbi sulla reale  dinamica dei fatti.

FOGGIA - Mentre camminava, Franco Trantaso notò, al di sopra  delle case, un oggetto da lui scambiato, in un primo momento, per  la luna; ma poi si accorse che questo si muoveva lentamente. Ad  una più attenta osservazione, l'oggetto apparve prima come "uno  spicchio di luna" da cui partivano due fasci luminosi, per poi  assumere la forma di un semicerchio. Aumentando la luminosità,  esso assunse l'aspetto di una "semiellisse" finché si divise in  due parti, la prima a forma di semicerchio e la seconda  semiellittica. Poi all'improvviso scomparve. L'oggetto aveva le  dimensioni di una cinque lire ad una distanza di cinquecento  metri. C'è da rilevare che nella zona sorvolata dall'oggetto vi  erano due cabine elettriche di trasformazione. La fonte della notizia fu La Gazzetta del Mezzogiorno del 15/09/1978 sez. Il Giornale dei Misteri  101/1979, mentre il codice di appartenenza della lista del Centro Italiano Studi Ufologici è 78FG01 del 14/09/78 ore 06.00.

Tutti gli altri casi di avvistamenti, o probabili tali, li potete leggere dettagliatamente al link: http://www.ufo.it/cataloghi/foggia.htm

Ad Maiora!

martedì 7 aprile 2015

Farnese Vini e il rebus per l’accesso ai registri aziendali

Inchieste di Nico Baratta

In un precedente articolo dissi che non sapevo l’aria stesse cambiando e con essa la “furbata” messa in atto nei confronti della Farnese Vini. La giustizia darà il verdetto, sempre che si parli di giustizia, quella de “la legge è uguale per tutti”. Un dato è certo, senza però aver tratto ancora il dado; per quello il tempo sarà giudice, non togato. 
Tutti, spero, conoscano la vicenda giudiziaria che sta attraversando una notissima azienda di vini, la Farnese Vini s.r.l. di Ortona (CH). Una diatriba legale che va avanti da alcuni anni e che la contrappone alla sua ex socia, la Feudi di San Marzano s.r.l. di San Marzano di San Giuseppe (TA). La cronaca è piena di informazioni in merito e ripeterle diverrebbe ridondante.
Il problema che oggi, in un certo qual modo, attanaglia la Farnese Vini è l’accesso alla documentazione amministrativa, e precisamente ai registri aziendali. Difatti, la Farnese Vini ha chiesto l’accesso ai libri sociali e ai documenti relativi all’amministrazione di Feudi di San Marzano s.r.l. in liquidazione. Lo ha fatto con una regolarissima istanza di accesso, presentata agli uffici preposti, come previsto dalla legge all’ex art. 2476, comma 2 c.c., in data 24 marzo 2015.
Nel dettaglio, sommariamente, nell’istanza inviata al Liquidatore de Feudi di San Marzano s.r.l., dott. Carlo Ruggiero, e per conoscenza ai componenti del Collegio Sindacale della Feudi San Marzano s.r.l., composto dalla dott.ssa Monica Bruno, dott. Giovanni De Caroli e dal dott. Michelangelo Cimaglia, si legge che la Farnese Vini invierà presso la Feudi i suoi incaricati nei giorni 8 e 9 aprile 2015 per accedere agli atti richiesti. Inoltre è ben specificato dalla Farnese Vini intende procedere a tal operazione pur sapendo che il Liquidatore lo ha negato. Nella risposta che Farnese Vini ha inviato al Liquidatore è scritto che: «Ci teniamo solo a ribadire che la circostanza che Lei –riferita al Liquidatore, ndr- sia subentrato in carica dopo che il suo predecessore ha trasferito a Cantina tutti i marchi della Società non vale di per sé a esonerarla da responsabilità, quanto meno omissive, per avere dato esecuzione e comunque per non avere impugnato un’operazione a nostro avviso illegittima, come abbiamo già avuto modo di comunicarLe e come a breve avremo ulteriore modo di comprovare».
Fin qui nulla da eccepire, eccetto che in data 27 marzo 2015 giunge la risposta del Liquidatore, che non da luogo  l’accesso a quei documenti. Nella comunicazione è scritto che tra le altre cose: «Nel provvedimento si legge, inter alia, che “ (…) debba comunque provvedersi ad inibire la prosecuzione di una attività che si legittima esclusivamente in virtù di un provvedimento rimosso” (cfr. pag. 4 della suddetta ordinanza); ciò che evidenzia l’impossibilità (ed illegittimità) nel proseguire nell’attività di amministrazione della Feudi di San Marzano S.r.l. A ciò si aggiunge che appare di difficile configurazione l’esistenza di una prorogatio dei propri poteri nel caso di sospensione della delibera di nomina dell’organo amministrativo in una società di capitali. Per tal ragioni il sottoscritto –ovvero il Liquidatore, dott. Carlo Ruggiero, ndr- non può dare alcun corso all’eccesso ex art.2476 cod. civ. alle carte».
Sembrerebbe un tuono a ciel sereno. Senonché la Farnese abbia già avuto dei “non dar luogo a procedere”. È storia vecchia, vissuta da precedenti richieste sempre rimandate, come attestano i documenti che ho letto e che riportano date antecedenti a tal operazione (il 19 febbraio, il 19 marzo) dove vi sono anche richieste di risarcimento danni e parcelle. Questa volta, tuttavia, la Farnese sembra decisa. A testimoniarlo è un documento prodotto in data 28 marzo 2015, letto e conservato, recante come mittente il Collegio Sindacale della Feudi San Marzano s.r.l. che si rende disponibile per il solo giorno 09 aprile 2015 a dar luogo all’inizio delle operazioni di accesso ex art. 2476, 2 comma c.c., con eventuale prosecuzione il giorno seguente, il 10 aprile.  La data, a quanto pare, è confermata. Quelle richieste da Farnese Vini, ovvero il 30 e 31 marzo e l’8 aprile, sono saltate per «…per impegni professionali e personali già assunti e non rimandabili a causa dei tempi strettissimi…» dei componenti del Collegio, come specificato nel suddetto documento.
Che sia la volta buona? Che davvero la Farnese Vini S.r.l. riuscirà ad accedere alla documentazione amministrativa societaria? Insomma, i libri contabili potranno essere letti? Non lo sappiamo e, dita incrociate al seguito, speriamo che un barlume di buon senso trafigga qualcuno.
Un buon senso da parte di Feudi che appare come un’apertura verso la Farnese. 

Di seguito riporto fedelmente una diretta dichiarazione di Valentino Sciotti, Amministratore Delegato della Farnese Vini S.r.l. 
«A seguito della sorprendente sentenza del Tribunale di Bari, che ci aveva, non sospeso ma, addirittura escluso da soci, la società fu stata gestita in totale autonomia dal Socio, ovvero la Cantina Sociale di San Marzano. Lo fece tramite il suo Presidente Franco Cavallo, che si nominò come liquidatore di comodo, ed nominò finanche un collegio Sindacale altrettanto di fiducia. Ciò generò la messa in vendita di tutti i marchi dei prodotti con prezzi ridicoli. Dopo tutto questo, e sapendo che l'etica secondo la filosofia di Francesco Cavallo e del suo direttore Mauro Di Maggio consiste nel permettere, se non incentivare, la creazione di una società a nome delle figlie del Presidente e della moglie del suo Direttore di Cantina, una società denominata “A6mani s.r.l.”, sulla quale ritornerò in seguito per spiegare alcune cose, la vendita alla A6mani a prezzi enormemente più bassi dei vini avrebbe creato un grande utile per i propri famigliari. Tal vendita fu al di sotto dei prezzi dei vini venduti alla società di Cantina Sociale (Feudi di San Marzano). Il tutto a discapito di quelle che avrebbero dovuto essere vendite (ed utili) fatte per i soci della Cantina.
Con questi presupposti, non appena la Farnese fu reintegrata nella compagine sociale, fu subito chiesto al Tribunale (ovvero quello che dovrebbe essere una normale prassi) l'accesso per controllare i registri aziendali i modo da vedere come fu gestita in sua assenza. In altre parole si voleva controllare a che prezzi la Cantina vendeva alla Feudi, quanti altri costi fossero stati caricati addosso alla società che la stessa Cooperativa aveva voluto mettere in liquidazione, a che prezzi venissero venduti i vini imbottigliati. Tutto questo, che dovrebbe essere la normalità, è dovuto passare per una richiesta al fine di svolgere le proprie funzioni ispettive. Ricordo che la richiesta fu accettata dal Tribunale di Bari e con ciò sembrava tutto risolto. Purtroppo non è stato proprio così e neanche facile. Difatti la richiesta di poter controllare i documenti aziendali fu inoltrata a metà febbraio ma, con giustificazioni varie e fino ad oggi, non fu possibile espletarla. Prima fu fissata una data distante oltre un mese, adducendo come giustificazione il fatto che la Cantina Sociale avesse tutti i dipendenti impegnati, poi quando la data era vicina ecco che il liquidatore comunica uno spostamento. La motivazione del rinvio fu che la Cantina Sociale era impegnata alla manifestazione fieristica Vinitaly. 
Una domanda è lecita: le date della fiera non erano già state rese note da oltre un anno? E poi, in fiera ci vanno i commerciali o anche gli amministrativi? 
A questo punto si decise di fissare un’altra data  ma, con altre motivazioni. Ed anche questa venne negata e la cosa avviene il giorno in cui i funzionari della Farnese giunsero in Cantina. 
A questo punto il buon senso vorrebbe che un liquidatore non di parte, prenda i documenti, li porti al di fuori della sede della Cantina Sociale (a dire il vero questo si sarebbe dovuto fare da qualche anno), e dia libero accesso al socio che ne ha diritto.  Ma ecco che un altro colpo di scena entra in gioco. Il liquidatore decide che lui è dimissionato dalla sentenza di riammissione del socio Farnese (stranissimo se ne sia accorto solo ora!) e di fatto si dimette, impedendo così l'accesso. Così facendo la palla passò, e lo è tutt’ora, al Collegio Sindacale il quale per il momento è impegnato. Tuttavia nei giorni 9 e 10 aprile, non l’8 come richiesto e negato con motivazione al seguito, dovrebbe dare la propria disponibilità. 
Ma è così difficile permettere il controllo con possibilità di operarvi ogni accesso o altro, su una società della quale si sono gestite tutte le operazioni in assoluta autonomia e per la quale si sono tenuti tutti i documenti?
Le assurdità di tutta questa vicenda è palese, si tocca con mano, specie se sono di carta bollata. Intorno a questa vicenda si è creato grande imbarazzo per tutte le persone che credono nei principi sacri della nostra costituzione e del suo ordinamento giudiziario. Nel contempo noi siamo, per così dire, divertiti ed attenti, tant’è che seguiamo ogni passaggio, nella certezza che ancora tante sorprese debbano giungere a nostra conoscenza.
Ed ora ritorniamo sulla questione della società “A6mani S.r.l.”. Sembra un nome allegorico e invece esiste davvero. Come scritto nei registri delle imprese, ha sede a Fragagnano (TA) ed è registrata come azienda per il “Commercio all'ingrosso di bevande alcoliche”. Ne sono socie al 25% ciascuna le due figlie di Francesco Cavallo, studentesse che nulla hanno a che vedere con il vino e la moglie di Mauro di Maggio, anche lei, per quanto mi risulta, estranea al mondo del vino ed impegnata a fare la mamma. Dell'esistenza di questa società, ne abbiamo avuto conoscenza appena il Cavallo ha cominciato a fare azioni volte e disfarsi di noi dentro la Feudi e con sorpresa, abbiamo scoperto che il Direttore della Cantina Sociale e di conseguenza di Feudi di San Marzano, Mauro di Maggio, ci aveva detto che era andato in Belgio per seguire il nostro lavoro. In realtà era andato a partecipare ad una degustazione dei vini "Famigliae" della società A6mani s.r.l. di Fragagnano. Indagini fatte sulla società, hanno rivelato la composizione  della stessa. Come pure le indagini fatte sulle bottiglie hanno rivelato che i vini erano imbottigliati presso la Cantina Sociale di San Marzano, dove i prezzi e la scelta dei vini da fornire, viene fatta dal duo Cavallo/Di Maggio, …alla faccia del conflitto di interessi. Da una ricognizione fatta sul bilancio della società, abbiamo notato che la stessa ha realizzato degli utili che percentualmente sono da record mondiale. Questo confermerebbe i dubbi che già nutrivamo.
Non contenti, perché li c’è il nostro lavoro e fatica, il nostro sudore, il nostro sangue, abbiamo approfondito le nostre ricerche e siamo venuti a conoscenza del fatto che le loro vendite venivano fatte principalmente presso la catena di supermercati svizzeri COOP con il vino EXIMIUS  e che, questo prodotto, di fatto aveva sostituito un analogo prodotto che la Cantina forniva tramite un agente svizzero, sorprendentemente disdettato.
Non ho parole per definire tutto questo “intruglio” che ingrassa chi non ha faticato come noi per portare sull’Olimpo un prodotto nato da noi e con noi. È lecito dire che le attitudini dei potenti/prepotenti vanno a discapito di chiunque sia in grado di creare dei successi che possano muovere i loro appetiti?»

Ad Maiora! 
foto Ansa

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